Pellaro (Reggio Calabria), 10-02-2013 – Il carnevale è una festa che si celebra nel periodo di febbraio, antecedente alla Quaresima e costituisce l’unico momento di disinibito divertimento di un ciclo annuale vissuto sotto l’assillo di rigide convenzioni, precetti inderogabili, preoccupazioni e problemi di ogni genere. Durante questa festa si usa mascherarsi dai più grandi personaggi storici. Oggi però non è più così, oggi i costumi più usati sono quelli dei cartoni animati o dei personaggi che hanno origini che non ci appartengono.La farsa carnevalesca nasce, secondo alcuni studiosi, ai primi dell’Ottocento, poiché la comunità crede che il male, di ogni genere e di ogni origine, si può eliminare trasferendolo sopra una persona, sulla quale, pertanto, si accumulano gli errori ed i peccati di tutti; di conseguenza basta sopprimere questa persona per eliminare i mali della comunità. Non sempre, però, l’eliminazione del male viene dalla stessa comunità, ma il più delle volte viene dalla morale ufficiale. Carnevale è la personificazione dell’ingordigia e dell’eccesso difende i diritti della carne, ed è raffigurato grasso e vivace. Quaresima invece è la personificazione della parsimonia, dell’austerità, della penitenza riafferma i diritti dello spirito; è raffigurata magra e allampanata. Infine il confronto è vinto da Quaresima quindi la “virtù” vince sul “vizio”. Le maschere più conosciute nella commedia dell’arte sono quella siciliana Peppe Nappa, napoletana Pulcinella, veneziana Arlecchino ecc.. Ma dietro un pugno di coriandoli, o un soffio di stelle filanti, il territorio calabrese nasconde una grande storia. La maschera calabrese è Giangurgolo, che dal punto di vista etimologico vuol dire “Gianni-Golapiena” o “Gianni Ingordo”, per sottolineare la sua caratteristica principale, quella che lo ha reso famoso: la fame, l’ingordigia, l’insaziabilità di cibo che l’accompagna sempre.
Il vestito ricalca quello dei capitani spagnoli, a cui egli alludeva satiricamente, caratterizzato da un giallo smorto e un rosso poco brillante; il cappello nero a cono con strisce rosse tipico dei briganti calabresi, usato da lui proprio per riprendere un pezzo della nostra storia; il naso pronunciato con la maschera dei capitani come Capitan Spaventa di colore rosso; la spada di cartone. Su questo personaggio sono nate molte polemiche poiché parecchi sostenevano che è nato nel 1713 ovvero quando i Savoia hanno dovuto abbandonare la Sicilia e la Calabria e sono subentrati gli spagnoli, ma in effetti ci sono delle notizie storiche come copioni del 1600 che lo ritraggono. Rimane ancora un mistero, il perché è nato Giangurgolo! Secondo il Prof. Enzo Zolea, ricercatore della tradizione popolare calabrese, la maschera nasce con la congiura di Campanella, il quale si era alleato con i turchi per fare una rivolta popolare contro gli spagnoli, Giangurgolo allora, rappresentava colui che dietro una maschera, voleva esporre i problemi della vita sociale di quel tempo.Questo grande personaggio non è l’unica maschera del nostro territorio, tuttavia ci sono Coviello, un menestrello, raffigurato con il mandolino e Pascariello, di cui però non si hanno notizie sulla zona precisa d’origine ma è certo che è nato in Calabria. Il Carnevale consiste anche in sfilate di carri allegorici i più conosciuti sono quelli di Acireale, Viareggio, Putignano.
A Reggio Calabria i carri nascono agli inizi del Novecento, come dei piccoli carretti trainati da asinelli addobbati con fiori e accompagnati dalla musica di gruppi musicali che suonavano strumenti tipici come fisarmonica, organetto, tamburello. Il primo vero carro nacque nel 1919, creato dai ferrovieri di Reggio Calabria che copiando le caratteristiche dei carri napoletani costruirono un sommergibile. I carri calabresi erano dei teatri itinerari in quanto la finalità era colpire l’amministrazione comunale e i costumi del reggino quindi fare satira politica e culturale.
Tra i grandi carristi della nostra storia ricordiamo Ciccio Errigo, Silvio Napoli, Ilario De Marco e Alfredo Emo. La sfilata dei carri consisteva in un concorso con tanto di giuria e premi in denaro o coppe, ma questa tradizione a causa di motivi economici , o almeno così è stato detto, l’hanno stroncata sul nascere sebbene il vero motivo era un altro: si sentivano beffeggiati, la satira dava fastidio anche se per un giorno o per un periodo. I risultati oggi non sono diversi, la storia è la stessa e anche la motivazione, la Calabria però porta avanti il desiderio di sfogarsi ed evidenziare anche dietro una maschera i problemi quotidiani che realmente affronta.
Martina Stellittano
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