che si radica nella tradizione di una Nazione ma anche nella coscienza di un popolo. I processi storici che l'Italia ha vissuto hanno una radice articolata e complessa che ha come radice prioritaria la cultura, chiaramente, greco – romana ma il tessuto intagliato in
questi processi ha profonde eredità mediterranee che trovano in Omero un punto di forte riferimento. Ma Omero non è soltanto la cultura greca come Virgilio non è soltanto la storia del mondo latino.
Il Mediterraneo non può essere compreso senza l'articolato mosaico delle lingue, delle etnie, dei miti. Non c'è una lingua ufficiale che definisce il Mediterraneo. Soprattutto quel Mediterraneo antico e
moderno che ingloba le geografie balcaniche e meta-asiatiche. Il Mediterraneo si costituisce e si rappresenta nelle diverse realtà delle civiltà che ancora dettano una storia fatta di presenze
minoritarie sui territori. Occorre non dimenticare che il vero senso di una identità si intreccia tra la lingua e i modelli etnici.
Non avrebbe senso, soprattutto oggi, difendere una lingua a priori
senza la robustezza di una tradizione che è data dalla centralità dei
fenomeni antropologici che trovano nel concetto di etnia uno scavo
consistente. Bisogna analizzare questi nostri anni, in merito alla
tutela delle minoranze linguistiche, attraverso una visione culturale
interattiva e complessiva tra storia di un popolo (nella sua
tradizione, nei suoi costumi, nei suoi riti, nelle sue griglie
simboliche) e lingua e linguaggi di un popolo. Un popolo che si mostra
con le sue "partiture" a mosaico intorno a dimensioni che sono sì
storiche ma anche esistenziali e geografiche.
La Legge di tutela delle minoranze linguistiche in Italia oggi non ha
più senso. Lo si diceva già qualche anno fa. Lo si ribadisce con una
consapevolezza culturale che ha una sua specificità di fondo guardando
sia alle presenze minoritarie non incluse nella normativa nel 1999 sia
osservando, in una interpretazione geopolitica, i vari territori che
sono interessati dalle comunità cosiddette minoritarie.
C'è nella coscienza delle civiltà uno sguardo completamente mutato
rispetto agli anni Novanta. Ma c'è, in modo particolare, un legame tra
storia, identità e appartenenza che è rivelante di un equilibro
dialettico tra lingua e antropologia. Non si tutela, in sostanza, una
comunità cercando di far sopravvivere soltanto la lingua o ciò che
resta di koinè che si sono trasformate nel corso di confronti tra
territori e aree geografiche. Ciò che è avvenuto nel Mediterraneo
impone una riflessione che non è focalizzata soltanto nella
contemporaneità. Ma si sostanzia di una eredità che proviene da studi
archeologici e da impostazioni storiche che vanno ricontestualizzati.
Difendere una minoranza linguistica proponendo una tutela a tutto
tondo della sola lingua non porta ormai da nessuna parte. La lingua
smarrirà la sua forza caratterizzante nei moduli etimologici e si
imprigionerà tra un didatticismo e un arcaico modo di vivere la
cultura delle minoranze stesse. Così insistere nel mantenere viva una
legge di tutela su determinate formule impoverisce sia la ricerca
intorno ad "un melograno" (Luzi) di lingue e culture sia la funzione
che può avere una lingua storica altra rispetto alle lingue moderne e
parlate.
Le minoranze etnolinguistiche (e non soltanto linguistiche) sono
dentro il legame tra storia e civiltà di una Nazione.Rivendicare la
tutela soltanto della lingua, in uno specifico ambito territoriale, è
un isolare la valorizzazione dell'intera comunità.
Le "isole" linguistiche se non si aprono ad una penisola più
articolata corrono realmente il rischio di non reggersi. L'isola è un
isolamento, ovvero l'inizio di una prospettiva che porta alla
solitudine. Le lingue minoritarie sono storia e devono restare nella
storia. Le lingue minoritarie contemporanee sono già di per sé nei
processi di integrazione, ma questo è un altro discorso. Insomma si
tutela una minoranza storica non soltanto affidandosi alla lingua o
alla "parlata" della comunità. I conti bisogna farli con le nuove
generazioni, con le società in costante transizione e con una
ermeneutica dei fenomeni internazionali.
Il Mediterraneo non è nostro dirimpettaio. Il Mediterraneo siamo noi.
Anche le minoranze, oltre il Regno di Napoli, hanno degli elementi che
riportano alla tradizione mediterranea. I popoli germanici del Sud
Tirolo non possono coesistere soltanto con la storia austro-ungarica e
germanica: devono saper guardare a quell'Adriatico che scende verso
Venezia. Così il mondo Ladino e Friulano.
Le minoranze etnolinguistiche presenti in Italia sono nel
Mediterraneo. Anche il mondo Occitano ha una tradizione mediterranea
consistente oltre a tutta la griglia di tradizione albanese –
balcanica e sarda – catalana.
Non si possono più creare divisioni, sul piano della tutela e quindi
della consapevolezza delle conoscenze, tra popoli stanziali e popoli
vaganti: bisogna penetrare il loro tessuto storico. Non si possono
dimenticare le minoranze armene in un contesto di geografie
includenti. La storia degli Armini è storia dentro il Mediterraneo
balcanico – asiatico, o meglio è dentro quel Mediterraneo ricco di
profondi radici.
Il Mediterraneo aperto vive, dunque, non di una identità ma di
identità nei processi che non escludono le appartenenze. Ed è qui che
la dialettica sulla questione deve ritrovare la sua forza prioritaria
sia storica sia geografica sia antropologica sia linguistica.
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Luigi Palamara
Direttore Editoriale e Fondatore di MNews.IT
Cell.: +39 347 69 11 862
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1 Commenti
La comunità Francoprovenzale o solo Provenzale come si è sempre riconosciuta di Celle di San Vito in Puglia, isola linguistica riconosciuta dall'UNESCO, vissuta con pochi scambi con la vicina Campania e la Puglia essendo nel Subappennino Dauno che fino agli anni 40 è rimasta senza vie di comunicazioni ma solo mulattiere ha mantenuto e conservato la sua cultura la lingua e tradizioni tramandata dai nostri avi soldati al seguito di Carlo I° D'Angiò venuti in Italia a combattere contro i Saraceni di Lucera. Con la tutela della lingua abbiamo sempre intero tramandare, degli scritti e il parlato che fino ad oggi era solo orale l'intento di conservarla e salvaguardarla. Leggendo l'articolo in parte mi ha fatto riflettere non per la tutela che è giusta ma per molti che ne abusano e ne approfittano.
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