A
70 anni dalla morte di Ada Negri Pierfranco Bruni è stato chiamato a
relazionare sulla figura e sull’opera della poetessa nata a Lodi il 3 febbraio
1970 e morta a Milano l’11 gennaio 1945. Il Sindacato Libero Scrittori anticipa
le celebrazioni del Settantesimo della morte di Ada Negri con un Convegno che
si svolgerà il 21 ottobre prossimo a
Cosenza Terrazzo Pellegrini. Pierfranco Bruni, esperto di Etnie e Letteratura
per il MICABT, proporrà una rilettura di Ada Negri sul versante antropologico
tra la tradizione del linguaggio e le forme comparative dei linguaggi
innovativi. Bruni si è già occupato di Ada Negri in occasione della
pubblicazione del suo saggio su “Mediterraneo. Percorsi di civiltà nella
letteratura italiana”.
************************
La poesia la lingia e l’antropologia in Ada Negri
di Pierfranco Bruni
C’è
una tradizione che si fa innovazione linguistica nel Novecento letterario
italiano. Un esempio è il linguaggio poetico di Ada Negri. Ada Negri è stata
una poetessa che ha cercato linguisticamente di rinnovarsi nella tradizione.
Veniva dalla tradizione ottocentesca ma la sua coordinazione poetica faceva
costantemente i conti con una parola che
aveva già superato il reducismo manzoniano ma restava profondamente ancorata a
quella tradizione tardo romantica di cui si avvertiranno gli echi (e le
strutture ritmiche) in molti altri poeti a lei contemporanei. Forse si potrebbe
affermare che è l’ultima poetessa di un Ottocento che si era già aperto ad un
verso più libero e meno definito aprioristicamente.
Era nata nel 1870 e morta nel 1945. Uno
dei suoi primi libri, “Fatalità”, risale al 1892. L’ultimo libro di poesia (e
non mi riferisco a quelli postumi) è del 1936, “Il dono”, mentre al 1939
appartiene un testo di narrativa, “Erba sul sagrato”. (Ora in Poesie negli Oscar Mondatori, a cura di
Silvio Raffo). Indubbiamente si tratta di una poetessa di mezzo intenso in
termini generazionali ma anche epocali sul piano di una registrazione storico –
poetica. Ma fondamentalmente resta una voce chiarificatrice e d’altronde molto
fedele alla visione di una poesia in cui echi romantici prima e crepuscolari e
decadenti successivamente sono ben evidenti.
Si è più volte detto che Ada Negri è
stata un poetessa popolare e amata nel contesto del primo Novecento e subito
dopo dimenticata. Ma non mi strapperei le vesti per questa attuale
impopolarità. D’altronde il suo verso non poteva reggere al confronto con
quella rottura di stilemi che si sono consumati nell’arco del secondo
Novecento. Già è un fatto importante che abbia avuto un suo ruolo in una
temperie contrassegnata fortemente dalla presenza di una poesia ermetica significativa
e condizionante. Insistere oggi sulla sua impopolarità è un gioco a perdere.
Ada Negri è una poetessa che ha
contrassegnato un percorso storico della letteratura del Novecento. Resta
chiaramente nel Novecento letterario e diventa sempre più una testimonianza
imponente. Ma se vogliamo dirla tutto non potremmo fare a meno di sottolineare
che la sua impostazione poetica (lirica e linguistica) è stata modello di
riferimento per alcuni poeti contemporanei. Penso a Pisolini, penso a Caproni,
penso a quella poesia dell’attesa che ha trovato riferimento nella lirica
religiosa.
Oltre a tali intrecci Ada Negri andrebbe
ricontestualizzata in un processo letterario e critico che accoglie la
tradizione del passaggio tra Ottocento e Novecento. Ci sono versi di una
sublimazione estrema che dettano già il mosaico di un Novecento che per la sua
gran parte dei primi quarant’anni ha dovuto fare i conti non solo con
D’Annunzio e Pascoli ma anche con Carducci e Manzoni. Non va trascurato e non
si tratta neppure di un particolare eliminabile nel quadro della poesia del
Novecento.
Il tema della nostalgia (ovvero direi il
tema forte del tempo) è dominante perché dentro questo centro convivono due
punti esistenziali che trovano in letteratura una chiave di lettura e di
interpretazione esigente. Mi riferisco al sogno e alla morte. Il tracciato
onirico accompagna tutta l’opera di Ada Negri come la riflessione sulla morte.
“E d’inseguirti io non mi stanco mai,/ o sogno ammaliator de la mia vita:/tutto
già mi prendesti e tutto avrai,/la
giovinezza ardita,//i tumulti del sangue e i desideri,/l’ansie, le veglie, le
preci, le lotte,/il battagliar dei vividi pensieri/che riddan ne la
notte,//tutto ciò che sorride e che non mente,/tutto ciò che s’eleva e non
dispera,/e de l’ingegno mio triste e fremente/la luce e la bufera” (da “Il
sogno” in Tempeste, 1895).
Una poesia che ha una sua robustezza e si
incardina in alcuni concetti chiavi che pongono in essere un intreccio
sostanziale sul piano dell’analisi critica. Mi riferisco al dato etico e a
quello estetico. La filosofia non entra nella poesia. Ma già di per sé in Ada
Negri filosofia e poesia con una connotazione problematica. Tre cardini
epistemologici si recuperano nell’accento poetico: il vuoto, il pianto, il
perdono. Ma sono tre percorsi ben sottolineati nella sua malinconia e nel suo
recitativo poetico.
Una poesia fatta di sensazioni e di
espressioni. La sensualità della parola non è un atteggiamento che si riscontra
nella lingua. E’ un sentire che si recupera nella solitudine. Perché solo nella
solitudine si ascoltano i frammenti di una ricerca che porta verso un messaggio
di eterno non una meraviglia ma la affermazione di una religiosità nell’attesa
della parola che si compie come atto di contemplazione. Ma la poesia è anche
contemplazione. Ovvero: “Tu mi cammini a fianco,/Signore. Orma non lascia in
terra il tuo/passo. Non vedo Te: sento e respiro/la tua presenza in ogni filo
d’erba,/in ogni atomo d’aria che mi nutre” (da “Tu mi cammini a fianco” in Fons amoris, 1946).
E’ proprio vero che Ada Negri appartiene
ai “grandi inseguitori di Dio” come ebbe a dire Carlo Bo. Nel sentimento
dell’attesa che si fa costantemente non miraggio ma respiro di speranza. E la
parola ci permette di liberarci di alcuni stereotipi e di ritrovare, proprio
attraverso i linguaggi, una memoria che è fede e tradizione. “Ero sul punto in
cui son chiusi ancora/gli occhi, ma la memoria a noi ritorna,/quando una voce
mi chiamò nel sonno” (da “La voce” in Vespertina.
1930).
Ci sono i paesaggi dell’esistenza
dell’anima che albeggiano e tramontano nei sentieri dei nostri cammini. Ada
Negri è un albeggiare e un tramontare. Un poesia che continua tra le pause del
tempo in un silenzio dentro il quale si ritrovano i ricordi del tempo. La
poesia di Ada Negri è un ricordare nel tempo in una religiosità che è
rivelazione e mistero. Non una maniera ma una tradizione. Una tradizione tra i
linguaggi e lingue che si fanno antropologia.
0 Commenti