Editors Choice

3/recent/post-list

Nella poesia di  Giovanni Paolo II “luogo del mio passare” c’è la speranza

Nella poesia di  Giovanni Paolo II
“luogo del mio passare” c’è la speranza
di Pierfranco Bruni

     Raccogliere l’acqua del mare in una conchiglia? Si può? È possibile? Il simbolo dell’acqua si fa è nel fluire e nel transitare lungo un passaggio dalla vita alla morte e dalla morte alla resurrezione. Nel “luogo del mio passare” ci sono i segni che raccolgono le parole e il silenzio. Un andare lento, con passi leggeri, nella geografia di un’anima che dipana misericordia e bellezza senza mai disperdere i tocchi della vita, una vita con i suoi sguardi e i suoi silenzi e sorrisi, che è nel passato ed è nel presente: “Luogo del mio passare-/così legato al luogo della nascita…/Nei volti dei passanti v’è il disegno di Dio,/ed il suo abisso scorre dietro la vita quotidiana.-…”.

      Sono i versi di Giovanni Paolo II. Un Papa poeta il cui tracciato nella storia dell’uomo, delle civiltà e dei popoli resta indelebile. Il sacro e la parola. Non una linea ma un cerchio. Si ritorna. La poesia è un ritornare. Dalle albe ai crepuscoli. Dai tramonti all’ora antelucana. Ed è sempre un viaggio nell’attesa che cerca l’attesa. L’attesa è sempre nell’annuncio dell’aurora (Maria Zambrano).

      La poesia di Giovanni Paolo II (autore di opere teatrali oltre che di testi poetici e interventi teorici sul teatro) è mistero e rivelazione. Un dialogare costante con quel linguaggio che non ha mai trascurato il colloquio con l’uomo ma che intrecciava il disegno umano con quello evangelico. Una poesia nel misterioso del tempo che si allunga tra le ali dello spazio.

  Nei versi del 1952 dal titolo: “Pensiero – strano spazio” si avverte la profondità di questa visione. Una visione – dimensione in cui i segni e il sacro non sono solo modelli pastorali ed evangelici ma anche marcatamente culturali. Una poesia in cui le visioni (o la visione) sono simboli. I simboli costituiscono il percorso di un processo metafisico in cui il senso della spiritualità è sempre una dichiarazione di fede.

      C’è un tracciato indelebile nella poesia di Giovanni Paolo II che potrebbe riassumersi attraverso alcune sottolineature. Un tema dominante resta indubbiamente quello della luce oltre il deserto. Una testimonianza spirituale e poetica che può essere riassunta in sei riferimenti. Ovvero: il silenzio e il mistero, la preghiera e la speranza, la meditazione e l’uomo, l’inquietudine e il viaggio, la contemplazione e la morte, la Redenzione e il Cristo.

      La sua poesia (ha scritto e pubblicato diversi testi) è una forte componente del misterioso che attraversa la parola. Un linguaggio in cui metafora e realtà primeggiano ma al centro si focalizzano sempre l’amore, la morte, la carità, il dolore.

      Restano emblematiche le poesie del 1939 e in modo particolare gli struggenti versi dedicati alla madre dal titolo: “Sulla tua bianca tomba”.

Il ricordo della madre, l’immagine di Cracovia, i luoghi della sua infanzia si intrecciano con un canto che richiama costantemente una silenziosa contemplazione. Madre – terra. Terra – madre. Madre – vita.

Una contemplazione che  anche letterariamente si agita in una metafisica dell’anima che è segno tangibile di un raccordo tra parola e offerta d’amore.

      Si pensi ai versi del “Canto del Dio nascosto”. L’uomo Karol nella storia di un pontificato. La poesia ha il pregio di raccordare anche questi aspetti in una temperie in cui la letteratura potrebbe farsi miracolo proprio attraverso il mistero della parola.

      La sua poetica è dentro il contesto letterario contemporaneo. Un processo letterario in cui libertà (o pluralismo) e sacro costituiscono elementi non solo teologici ma anche poetici. In fondo la poesia di Wojtyla è un percorso dentro il mistero della parola.

      L’importanza della comunicazione del linguaggio poetico trova nella poesia di Giovanni Paolo II un messaggio che è di fede chiaramente ma l’inquietudine che è nell’uomo si registra come partecipazione ad un dolore che non è singolo ma piuttosto comune.

L’amore e la morte sono intrecci dentro i quali la vita è una navigazione quotidiana. L’anima e lo spirito sono navigazione e il viandante è il messaggero della speranza.

      La poesia nel misterioso diventa preghiera. La parola è contestualmente portatrice di meditazione e di preghiera. La parola è la luce che supera il deserto. E l’attesa che vive dentro la parola è sempre “un’attesa di stelle”. E nell’attesa non può che definirsi la nostalgia della memoria che diventa un luogo sacro come in “La madre” del 1950.   

      La preghiera è una essenza che vive nel tempo, oltre la storia. Una parola, dunque, che ci riporta a San Francesco d’Assisi e in molte occasioni ci richiama quel Jacopone da Todi che ha segnato un percorso indelebile nella poesia religiosa.

      Oltre la storia ma dentro lo spazio come in alcuni versi del 1965 dal titolo “Spazio interiore” della raccolta “Pellegrinaggio ai Luoghi Santi”.

      Un pellegrinaggio nel cuore degli uomini i in quello “spazio dell’anima” in cui la parola dal mistero entra nella Redenzione. La poesia è un segno dell’esistenza. Cosa ci racconteremo “Quando saremo sulla riva d’autunno”? Un verso emblematico della raccolta “Meditazione sulla morte”. Non una alchimia.

      Il linguaggio che accompagna i segreti della rivelazione. La poesia è un messaggio che non si perde. Nella metafisica dell’anima. Così la poesia di Karol Wojtyla. Quella poesia che nasce dall’uomo ma che è chiaramente dettata da un Dio che ci guida, che ci indica, che ci salva.

Non una poesia del mistero o del sacro. Ma la poesia è mistero, è sacralità, è viaggio nel cuore dell’uomo.

      La poesia di Karol e di Giovanni Paolo II costituiscono un viatico: dall’uomo a Dio. Una Passione nella consapevolezza della vita e della Redenzione. La poesia ci rivela e ci avvicina.

Nell’indefinibile sostegno al Tempo eterno. Un tempo circolare. Proprio per questa ha una funzione redentrice. La grande poesia non può fare a meno di questo sostegno. Sia sul piano puramente letterario che su quello esistenziale. Una antropologia dell’anima che si traduce nella ontologia del sentire.

In questo paesaggio c’è un concetto chiave che è quello del “varcare la soglia”. Giovanni Paolo II racconta della speranza. Bisogna varcare la soglia della speranza. Maria Zambrano nel suo saggio Filosofia e poesia ci parla di Socrate e ci dice: “colui che afferma che ‘la filosofia greca è una preparazione alla morte’ l’abbandona proprio quando giunge in prossimità della morte e, quasi sul punto di varcare la soglia, si fa poeta e gioca”.

È lo stesso gioco che vive nella grazia della speranza di Giovanni Paolo II nel suo saggio dal titolo emblematico che ha richiami zambraniani: Varcare la soglia della speranza.

Posta un commento

0 Commenti