A San
Luca la commemorazione per il 28° anniversario dell’uccisione del Brigadiere
dei Carabinieri Carmine Tripodi.
E’
stata deposta una corona di alloro da due Carabinieri del Gruppo di Locri,
nella curva dove ignoti, posizionati su una collinetta, spararono alle sue
spalle. E dove, a ricordo, Luciana Careri (accompagnata dal marito dott.
Valentino Capogreco), all’epoca fidanzata a Carmine, fece posizionare una lastra
di marmo che è stata ristrutturata e rimodernata dal Comune di San Luca. Subito
dopo, adagiati dalla stessa Luciana un mazzo di fiori. La messa, alle ore 10, è
stata officiata dal Vescovo di Locri-Gerace Monsignor Fiorini Morosini e dal
parroco di San Luca e Priore del Santuario di Polsi, Don Pino Strangio. La
cerimonia ha avuto termine a “Piazza Carmine Tripodi”, sottostante l’ex caserma
dei carabinieri, dove sono stati resi “gli Onori ai Caduti”. Anche lì è stata
sistemata una corona di alloro.
Alla
cerimonia hanno preso parte il Sindaco di San Luca Sebastiano Giorgi, che ha
reso gli onori di casa, il Procuratore della Repubblica di Locri Luigi
D'Alessio, il Comandante della Legione Carabinieri Calabria Generale Adelmo Lusi, il Comandante Provinciale dei
Carabinieri di Reggio Calabria Colonnello Falferi, il Comandante del Gruppo
Carabinieri di Locri Ten. Colonnello Giuseppe De Liso, il Vicepresidente della
Provincia di Reggio Calalabria, Giovanni Verduci, i comandanti delle Compagnie Carabinieri
di Locri, Capitano Blanco, di Roccella Jonica, Capitano Comparato, di Bianco,
Capitano Donvito, e il Comandante della Stazione Carabinieri di San Luca,
Maresciallo Loiudice. Il dirigente della Polizia di Stato di Bovalino,
Commissario Arcidiacono, i Comandanti del Corpo Forestale dello Stato, della
Guardia Costiera di Roccella Jonica, della Guardia di Finanza di Locri. Presente
l’Ispettore dell’Associazione Nazionale Carabinieri della Calabria, Capitano
Aricò, nonché i militanti della stessa Associazione delle Sezioni della Locride.
Dura l’omelia del Vescovo, che ha paragonato il sacrificio di Carmine Tripodi a quello di San Giovanni Decollato, contro la ‘ndrangheta. Rassicurante per il popolo calabrese il messaggio del Comandante della Legione. Commoventi le parole di Luciana.
“Luciana, 21 anni, fidanzata a Carmine, rimase un giorno aggrappata alla bara del giovane Brigadiere che aveva conosciuto quattro anni prima a Bianco. Il primo ed un grande amore, le nozze fissate, i mobili acquistati, la casa pronta per essere vissuta a Santa Caterina dello Jonio. Mancava soltanto il matrimonio che era stato fissato per il successivo mese di marzo. Al polso continuerà a portare l’orologio del fidanzato. Sul luogo dell’agguato, Luciana fece costruire una lapide con una fotografia. Aveva scritto lei le parole incise sulla lastra di marmo. I fiori, ad oggi, non mancarono mai. Quelli di prato, che crescevano sulla vicina collina, mani ignote li posizionavano davanti alla foto. I Militari si fermavano per una preghiera e per ripulire la lapide. Erano gli stessi che per anni lo avevano seguito con entusiasmo nel pericolo volando più in alto delle aquile e mostrandosi più rapidi dei falchi tra le montagne, nel cuore dell’Aspromonte, dove, insieme al loro Comandante, avevano sentito il respiro dell’Eterno.”
Dedicano
un libro al ricordo del brigadiere Carmine Tripodi, ucciso dalle cosche il 6
febbraio 1985.
Nei cunicoli, tra i boschi, nei covi sotterranei.
Instancabili e senza sosta alla ricerca di Cesare, Alessandra, Carlo e di tutti
i ragazzi, uomini e donne, che l’Anonima sequestri inghiottiva nei monti aspri
e impenetrabili della Locride. Instancabili gli uomini dell’Arma dei
carabinieri che negli anni bui per la Calabria,
combattevano ogni giorni contro le cosche. Su di loro hanno voluto accendere i
riflettori Cosimo Sframeli e Francesca Parisi nel libro “Un Carabiniere nella lotta alla
’ndrangheta”, edito da Falzea, dedicato a «coloro che hanno donato la vita per la lotta alla ’ndrangheta e a
coloro che vi hanno speso gli anni migliori». Le pagine si arricchiscono di
un intreccio indissolubile di fatti ed esperienze ricostruiti con documenti
ufficiali, immagini e ricordi di protagonisti e testimoni. Si riscrive la
storia di quegli anni avendo come faro l’esempio di Carmine Tripodi, giovane
comandante della stazione di San Luca, ucciso in un agguato mafioso la sera del
6 febbraio 1985. Così lo ricorda Carlo Macrì, oggi procuratore del Tribunale
per i minorenni di Reggio Calabria, nella prefazione del libro: «Il 1985 doveva
essere un anno importante per il brigadiere Tripodi, 25 anni da compiere il 14
maggio, comandante della stazione dei carabinieri di San Luca; era l’anno in
cui si sarebbe sposato, l’anno in cui quell’amore per Luciana, ragazza mite e
dolce che lo attendeva ogni sera, per trascorrere con lui l’ora di cena, si
sarebbe trasformato in un’unione felice. La sera del 6 febbraio, 25 anni ancora
da fare a maggio, non incontrò Luciana, ma i pallettoni dei fucili che spensero
i sogni e la sua vita». Il ricordo di Tripodi e la ricostruzione della storia
di quel periodo oscuro per la Calabria fanno intravedere sulla scena anche
altri protagonisti della lotta alla mafia, come i magistrati Carlo Macrì, Ezio
Arcadi, Salvatore Rizza, Rosalia Gaeta, Domenico Ielasi, Vincenzo Pedone.
I
carabinieri conoscevano parentele e legami delle ’ndrine che dai sequestri
ricavavano capitali illeciti da utilizzare in affari, come il traffico
internazionale di stupefacenti. Si aprivano delle “partite” tra la famiglia dei
sequestrati e le cosche. Inizialmente il sistema utilizzato dagli inquirenti
era quello di seguire ogni sequestro come un caso singolo; in seguito «uno
sparuto gruppetto di magistrati e investigatori» ebbe l’intuizione di puntare i
riflettori sui gruppi criminali e sui loro interessi per arrivare poi
all’«industria del sequestro». In Aspromonte durante i sequestri di persona, i
militari dell’Arma bussavano a tante porte, controllavano le vie d’accesso ai
paesi, perlustravano gli abitati, perquisivano casa dopo casa. Si nascondevano
per avere più libertà di manovra, senza dover rendere conto dei loro movimenti
agli inquirenti. Uccidere Carmine Tripodi ha significato ammazzare l’Arma. La
’ndrangheta non uccide il brigadiere Carmine Tripodi soltanto per tutti i suoi
sforzi e successi che in pochi anni lo hanno visto protagonista nelle indagini
per il sequestro di Giuliano Ravizza, dell’ingegnere Carlo De Feo e nella
cattura di latitanti, la ’ndrangheta uccide il comandante della stazione dei
carabinieri di San Luca, colpendo proprio l’Arma, perché in quel paese dove
tutto ha avuto origine, gli ’ndranghetisti hanno da sempre riconosciuto nel
carabiniere il loro naturale antagonista. Uomo, carabiniere e simbolo si
fondono, non si può abbattere l’uno senza annientare il resto.
Era
la Calabria degli anni ’80, martoriata dai
sequestri di persona, omicidi, estorsioni, traffico di droga e oppressa dalla
’ndrangheta che si apprestava a diventare una delle potenze economiche più forti
nel mondo.
San
Luca (Reggio Calabria), 8 febbraio 2013 Cosimo
Sframeli
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