MEDITAZIONE SUL TRIODIOINCONTRO CON SUOR MIRELLA (Eremita)
Gerace (Reggio Calabria), 03 febbraio 2013
La debolezza è la dimensione del Regno, se non la accogliamo restiamo privati di questa luce, per noi e per il mondo.
L’occasione della domenica di Carnevale è in realtà la rappresentazione dell’ultimo giudizio, nel quale scopriamo di non avere alcun merito.
Ieri era la Festa dell’Incontro (Presentazione di Gesù al Tempio).
TROPARIO Il Signore viene, chi ne sosterrà il timore? Chi si presenterà al suo cospetto? Preparati dunque, o anima, a questo incontro.
L’anima si deve preparare all’incontro, che è ogni momento in cui siamo dinanzi a Dio, non solo con il digiuno ma con la conoscenza di sé, di ciò che fa di ogni persona una creatura redenta unicamente in virtù della misericordia.
TROPARIO Tesoro dei secoli, vita di tutti, divenuto per me bambino, tu che un tempo hai inciso su tavole la Legge sul monte Sinai ti sei sottoposto alla Legge, per liberare tutti dall’antica schiavitù della legge. Gloria alla tua compassione, o Salvatore, gloria al tuo regno, gloria alla tua economia, o solo amico degli uomini.
Oggi ci incontriamo alla luce della Festa dell’Incontro di ieri, il cui significato ci sollecita a rispondere all’invito del Signore.
Si tratta del mistero pasquale dei passi di Gesù che entra sempre di più nella mistica Pasqua; questa volta siamo ad un passo cruciale: la mistica ed ultima cena, mistica perché viene distribuito un mistero.
Non è un commiato né l’istituzione dell’Eucarestia: secondo le chiese orientali occorre uscire dall’impostazione giuridica ed etica del termine istituzione (cioè obbedire a delle regole) ed entrare nel concetto di Amore di Dio che si dona, dove si sente di dover esistere in un modo simile a Lui per arrivare all’Essere che Dio comunica. L’amore cioè è dono incondizionato, non una regola.
[Con l’Eucarestia] non si tratta di riprodurre un momento della vita di Gesù, ma guardare alla spiritualità della nostra vita come alla radice. Non dipende da noi essere innestati nella vita quanto piuttosto la misura della nostra partecipazione.
L’anno scorso abbiamo visto il mistero dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme non solo come Messia che entra in mezzo ad una folla festante ma come paradigma nella nostra gioia all’ingresso nel Regno, che è per Lui ingresso nella solitudine, non come esperienza di chiusura ma che dipende dall’incomunicabilità con criteri umani della pienezza del mistero che vive sulla croce (cfr. con situazioni della nostra vita in cui non riusciamo a comunicare ciò che proviamo).
Questa pienezza può solo essere mostrata sulla croce e la realtà è pronta solo ad accoglierne i segni.
I giorni tra l’ingresso a Gerusalemme e la cena sono ricchi di segni che sono come il testamento di Gesù e che non possono essere capiti se non alla luce del dopo.
Gesù è straordinariamente mite perché non sceglie mai di comunicare la forza, neanche con i venditori al Tempio.
La sera stessa della cena poi va sul Monte degli Ulivi e pernotta all’aperto; l’indomani torna al tempio e mette in luce la figura della vedova tra tutti coloro che gettano offerte nel tesoro del tempio, la descrive come colei che dà la sua poca vita (il poco che ha per vivere), come specchio di quello che Lui stesso sta per compiere, gettando la sua poca vita nel tesoro che è la nostra storia e il cuore di Dio.
La sua poca vita è tale a confronto con l’onnipotenza di Dio, perché debole, atto di volontà verso la propria morte, cosa inconcepibile per noi se non in senso negativo, ancor più perché è immortale e non può morire se non volendo la propria morte.
Il brano del Vangelo di Luca al capitolo 19 è la chiave per interpretare come attualità della nostra vita quello che accadde a Gesù nella passione.
Il “pianto di Gesù su Gerusalemme” (cfr. pianto sulla tomba di Lazzaro).
Anche noi non riconosciamo il tempo in cui siamo stati visitati, già è tanto se lo riconosciamo dopo che si è concluso. Gesù non dice “se avessi riconosciuto il tempo in cui il Signore ti visita, non saresti esposto alla povertà, alla sofferenza...” ma a fronte del fatto che queste cose accadono, il modo di affrontare queste cose dipende dal riconoscere questa visita: i Romani hanno distrutto Gerusalemme ma questo poteva essere vissuto come occasione di somiglianza alla distruzione della vita di Gesù. In caso contrario l’opportunità di somiglianza a Gesù svanisce, anche se tornerà a ripresentarsi sempre.
In Luca Gesù manda Pietro e Giovanni a preparare la sala e propone una situazione soprannaturale in cui uno sconosciuto uomo porta una brocca d’acqua (condizione assolutamente inusuale nella Palestina di quell’epoca, in cui solo le donne si occupavano di queste mansioni) e deve essere seguito per sapere dove si trovi il suo padrone, il padrone della casa presso la quale Gesù vorrà celebrare la cena.
Alcuni biblisti benedettini del Monte Sion ritengono in forza di questo brano che Gesù abbia avuto dei legami con i Nazorei e con dei laici consacrati legati alla comunità di Qumran, per cui quell’uomo che porta l’acqua e che sa che Gesù deve venire come messia potrebbe essere un appartenente a questa comunità.
Capita anche a noi di sentirci chiedere da Gesù se abbiamo qualcosa di pronto perché il Maestro celebri la sua Pasqua da noi.
Non siamo spettatori che devono aspettare l’ultimo giorno per sapere se possiamo entrare nel Regno, noi siamo accolti da Dio ma dobbiamo anche accoglierlo nell’attesa, cioè nella speranza (in ebraico cisterna nel deserto che solo scavandosi riceve l’acqua, così come la speranza è un serbatoio, anche se noi abbiamo paura di essere scavati dentro).
Gesù desidera vivamente mangiare con i suoi ma anche di essere mangiato da loro, perché siano assimilati a Lui nel dinamismo eucaristico che dal corpo e sangue ci trasporta nel Regno.
La chiesa orientale nella preghiera eucaristica punta sull’epiclesi, che è la trasformazione da parte dello Spirito del vino e del pane in sangue e corpo; ciò su cui invece nelle chiese occidentali si punta è la formula “questo è il mio corpo”, che è solo una narrazione per renderci conto che si tratta di un memoriale in cui il Vangelo si compie nella trasformazione compiuta dallo Spirito Santo.
La cena non è trasformazione immediata ma contiene tutto il mistero della Pasqua: Gesù per sua volontà attua tutto quello che si compirà sulla croce (cfr. Olivier Clement che cita il “mistero della volontà” in cui il volere del creatore si compie; tutta la realtà del Regno si compie nella Cena, è meta finale ma è presente e compiuto nella cena, trasformazione della natura in vita divina).
Il corpo di Gesù è inteso non come struttura fisica ma come umanità integrale a tutti i livelli della dimensione umana portati alla perfezione: tutta l’umanità così come è stata creata diviene abitata da Cristo.
La volontà del Figlio riconosce liberamente nella volontà del Padre l’amore inteso come essere di Dio che si trasmette così.
Tutta la Pasqua è pienezza nella cena, il corpo eucaristico è tutta la persona di Gesù nel corso del tempo, da bambino a uomo sulla croce.
Tutta la creazione a livello cosmico ha il fine di entrare nel Regno, anche le creature non razionali, perché nessuna è stata creata solo per servire e per fungere da decorazione.
Secondo S. Giovanni Damasceno, attraverso il canale dell’invocazione a Dio si apre un canale potente che trasporta la materia (pane e vino) ad essere attratta con potenza nel Verbo, diventando Lui, per assimilazione per attrazione, per la venuta dello Spirito che risponde alla preghiera.
Diverso è il caso della tradizione ebraica in cui, dopo che l’animale è stato immolato sull’altare del sacrificio, Dio manda la benedizione che viene trasmessa dal sacerdote.
L’evento della cena è entrato nella nostra storia perché è il Regno e l’Eucarestia è la sua realizzazione e questa cena non ha mai fine perché ritorna ogni volta che noi rinnoviamo questi gesti e quelle preghiere. Gesti e preghiere non sono limitati a dei momenti, perché la Grazia passa e arriva dovunque nell’umanità (cfr. Adàm Kadmòn, Adamo totale dell’umanità): quello che noi riceviamo nella preghiera diventa dono per l’umanità; noi non possiamo sapere chi può raggiungere e ciò dà grande conforto dal senso di impotenza. La potenza del Regno passa attraverso di noi e ciò è un segno di grandissima speranza, anche se non sappiamo dove arriverà.
La Kenosis di Dio permette di aprire un canale al Regno, se il Regno è già nella mia vita ed è il Figlio che la attua.
Dobbiamo riflettere sul nostro atteggiamento nello stare dinanzi al Regno, cioè alla cena: quando la partecipazione alla vita di Dio sarà possibile per tutti, quello sarà il Regno, che però si compie già nel presente.
L’Eucarestia è sacramento dell’Amore, è Dio che si fa dono per noi, è sacramento del Regno e ci coinvolge in una somiglianza con ciò che riceviamo (cfr. una formula dell’epoca di S. Agostino: diventa ciò che ricevi) ma ciò richiede la responsabilità di accettare di essere ciò che riceviamo, dopo aver capito di cosa si tratta. Non lo accettiamo perché assume la forma della debolezza, della povertà, della piccolezza.
Anche se noi a volte sperimentiamo un senso di potenza, sappiamo che non dura e che abbiamo comunque bisogno di aggrapparci a qualcosa di solido.
Accettare non è un obbligo, è una prospettiva ascetica, per questo il digiuno e la penitenza non sono doveri ma l’accettazione di ciò che la vita mostra, cioè la perdita della sicurezza e l’incertezza del futuro. Se non entriamo nel sacramento dell’amore non accettiamo questa dimensione, perché ci spaventa; se non la accettiamo nell’amore sarà inutile e non porterà frutto.
Questo ci porta alla somiglianza estrema e verificabile che è il fine dell’Eucarestia, del Regno e della Cena: l’amore per i nemici, coloro che dichiarano guerra, ma anche coloro che la fanno senza dichiararla; ma soprattutto coloro che, nella vita spirituale, ci fanno del bene ma ci mostrano la pretesa di essere qualcosa, una seduzione (cfr. miraggio del raggiungimento dell’unità dei cristiani prima della conversione necessaria e preliminare. Tale obiettivo viene proposto alle chiese povere come modello di unione che le illude di essere forti dell’unione: si tratta di una tentazione perché quelle chiese così come sono non possono essere forti). Nelle situazioni di debolezza e desolazione dobbiamo essere attenti agli argomenti che ci vogliono adulare e innalzare, soprattutto quando vengono da chi è all’oscuro delle difficoltà della nostra vita spirituale, perché quando si è davvero nella debolezza si ha solo bisogno di essere consolati perché quello è il giorno della Sua visita: altre forme di consolazione non servono.
Se non ci convertiamo alla piccolezza del Regno, il Regno non viene perché gli impediamo di operare, anche se già è venuto. Finché non accettiamo che il Regno è svuotamento, assenza di garanzie, il Regno non viene nella nostra vita.
Dobbiamo farci cibo nella certezza che il cibo può anche essere gettato o sprecato ed è proprio questa debolezza a farci paura.
All’uscita della cena c’è il Getsemani, in cui l’umanità di Gesù viene frantumata. Come ci aspettiamo di poter arrivare alla Pasqua senza che qualcosa di noi venga macinata, come frumento di Dio? Non è naturale essere contenti di essere macinati, ma possiamo accedere alla beatitudine per questa via, se riconosciamo che in questa macinatura, fisica o spirituale, è il Regno che viene.
La contemplazione ci aiuta a riconoscere la visita ed aiutarne lo svolgimento. Non possiamo credere di aiutare chi è nella debolezza promettendogli che sarà forte, perché passeremmo dalla parte del tentatore.
Le beatitudini ci dicono che è motivo di lode ciò che ci rende deboli ed umili ma ciò non vuol dire auto compiacersi delle ferite.
INTERVENTI:
- Questione della Kenosis come zin zum, cioè retrazione di Dio che ne consente l’incarnazione e la morte; è un concetto che deriva dalla Kabbala e dal cassidismo medievale (cfr. Buber, Detti del chassidismo ed Heschel che cita la “discesa della shekinah”, per la quale Dio scende perché altrimenti non potrebbe vedere e per amore è rimasto prigioniero di ciò di cui anche l’uomo lo era. Chi libererà dunque l’uomo? L’uomo può aiutare Dio riconoscendo che Lui si è incatenato per amore e consentendogli in tal modo di innalzarsi)
- Perché abbiamo paura di gettarci tutti in Dio? Perché ancora in noi c’è l’uomo della carne e non ancora l’uomo dello spirito. Non possiamo contare solo sulle nostre forze per desiderare di compiere questo traghettamento ma credere in questo movimento di amore, per riceverlo come dono gratuito
- Non dobbiamo vivere questa situazione con senso del dovere ma godere di questo dono come di un’icona, anche se significa essere frammentati. Occorre dire a ciò che ci distoglie dall’amore di Dio di attendere ma non come esercizio dell’anima ma come disposizione
- La gioia risiede nel fatto che siccome non ho altro modo di essere se non debole, il Regno viene proprio lì e non si può descrivere con le parole, anche se sono quelle della preghiera, ma solo con la contemplazione; l’errore è cercare di rendere il Regno più evidente, più gratificante, diversamente anche la preghiera si essenzializza e si riesce a pregare anche in silenzio
- Come mettere in rapporto la contemplazione e l’azione? Quando è il momento di parlare? Quando è il momento giusto per l’altro, perché parlare nel momento sbagliato per l’altro lo priva della possibilità di accogliere quello che dico, perché il parlare deve essere attenzione all’altro (cfr. Inno alla carità). Ci sono però delle situazioni in cui si deve parlare comunque, perché è una testimonianza. Non possiamo avere la garanzia di parlare nel modo giusto e questa è una debolezza che dobbiamo accettare
- Amare i nemici, secondo quanto abbiamo detto, è un mistero perché è quello che Dio fa con noi, dovremmo amarli dicendo “non sanno quello che fanno” e la loro è la prima difficoltà: il vero nemico è a volte quello che non vuole farci del male, che cerca di distoglierci dalla nostra vocazione perché non vede il Regno
- Dobbiamo convincerci che Dio è debole per potergli davvero somigliare; quello che non riusciamo a fare per carità, cioè ridimensionarci, siamo costretti a farlo per la crisi economica attuale. Così come la morte che è necessaria ed è anche una grazia, perché altrimenti l’uomo non si arrenderebbe mai e invece è costretto a rendere lo spirito che ha ricevuto
- Comunicare le esperienze spirituali è difficile a volte, perché si deve essere sobri e cauti ma mediante la vigilanza è possibile capire come farlo; noi siamo come contenitori di vita: dipende da noi che ciò che conteniamo trabocchi. Non deve essere una esibizione ma un’offerta, come solidarietà. Il profumo del Cristo Risorto ha bisogno soprattutto di testimonianza più che di parole
- Citazione di Werner von Bergengruen “ciò che è venuto dalla sofferenza è stato solo un passaggio ma alla fine l’orecchio lo percepisce come un canto di lode”
- I sensi di colpa portano solo verso di sé: non bisogna ricercare sé stessi con la scusa di ricercare la propria colpa, piuttosto guardare verso l’orizzonte che è sempre aperto e se qualcosa ci impedisce di vederlo la colpa non è dell’orizzonte
- Nella frantumazione solo Dio può condividere con noi questi stati estremi: “resta negli inferi e non disperare”, perché la condizione degli inferi è quella di chi non ha più speranza, di chi non riesce a credere
- La distruzione del Tempio di Gerusalemme significava non poter più celebrare: la fazione del culto più conservatrice e rigorista, che era per l’affermazione della giustizia è scomparsa, forse dipendendo in misura eccessiva dal tempio, mentre la fazione più moderata, che credeva maggiormente nella misericordia, prosperò, diffondendo l’idea che da quel momento in avanti ogni ebreo sarebbe stato Tempio con la sua persona
- La debolezza di Dio può anche essere letta come compassione, che è più di patimento, in cui si soffre per sé stessi, cosa della quale Dio non ha motivo
- Dio è debole perché si consegna alla libertà umana, cosa che ne attesta la grandezza; il concetto di debolezza in senso umano associato a Dio è inaccettabile; dover ricevere dall’altro e dover donare è così difficile che ci rendiamo conto che deve essere per forza opera di Dio; il dono di sé è gratuito per Dio, come se non ci dovesse essere risposta e ciò è debolezza agli occhi umani
- Dio è onnipotente ma come un padre che è impotente davanti ai figli perché li lascia liberi; è impossibile spiegarsi Dio che diventa uomo se non in una dimensione di follia (cfr. Elia Wiesel che mentre era internato ad Auschwitz vive l’esperienza della perdita della fede da parte del proprio padre, rabbino, che davanti alla crocifissione di alcuni giovani per mano dei nazisti si chiede dove sia Dio. Wiesel approvò, anche se ebreo, la risposta di un ignoto prigioniero che indicò i moribondi come sede della presenza di Dio in quel momento)
- Le parole “Dio mio perché mi hai abbandonato?” esprimono sofferenza per la propria condizione di sofferenza e ciò è espressione di estrema umanità e di reale abbandono da parte del Padre; non per questo tuttavia è mancanza di fede, anche se c’è una separazione tra Dio e Gesù, il che crea anche uno stato di sospensione dell’intera creazione
- Dio per potere essere debole deve poter essere onnipotente: noi non lo siamo e infatti non riusciamo a sperimentare la nostra fragilità come forza.
Cosimo Sframeli
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