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Reggio Calabria, il 3 gennaio 2013, ricorre il terzo anniversario dell'attentato alla Procura Generale

La nomina del nuovo procuratore capo della Repubblica di Reggio Calabria è ancora nel limbo. Il CSM, tentenna più di Vittorio Emanuele II°. Domani, ricorre il terzo anniversario dell’attentato alla Procura Generale della ‘Città dei Bronzi e del Bergamotto’. Il bailamme dei giudici del Distretto. Lo scioglimento del Consiglio Comunale
LA TELA DI PENELOPE
Un anno è volato via, da quando il CSM, trasferì a Roma, il procuratore capo della DDA di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone. Tre anni son passati invece, da quel 3 gennaio 2010 domenica mattina, alle 4,50 di mattina, allorquando ignoti bombaroli, due uomini con il volto coperto da caschi da motociclista piazzarono un ordigno rudimentale (esplosivo collegato a una bombola del gas) che fecero poi esplodere davanti all'ingresso dell'Ufficio del Giudice di Pace di Reggio Calabria, che si trova accanto al portone della Procura generale, in piazza Castello. L'esplosione,  provocò danni al portone, scardinando un'inferriata. Gl’inquirenti (Carabinieri del Comando Provinciale diretto dal colonnello Pasquale Angelosanto e la Polizia di Stato) accorsi sul posto, da subito  batterono la pista dell’attentato alla Procura Generale. Lo stesso procuratore generale, Salvatore Di Landro, incontrando i giornalisti disse:” Dalla telecamera di servizio, è stato possibile notare, che due individui, che indossavano i caschi e che sono giunti a bordo di un motorino, hanno depositato l'ordigno, composto da una bombola di gas e da materiale esplodente. Siamo certi che si tratti di un grave attentato perpetrato dalla criminalità organizzata”. L’attentato provocò sdegno ed indignazione in tutto il Paese. Si mosse la società civile, con una fiaccolata organizzata da Libera di don Ciotti e Mimmo Nasone, CGIL, CISL ed UIL, “E adesso ammazzateci tutti” ecc. ma soprattutto le istituzioni.

Il procuratore capo della Repubblica di Reggio Calabria Giuseppe Pignatone. Quello di Catanzaro Antonio Vincenzo Lombardo, a cui spettavano le indagini per risalire agli esecutori materiali dell’attentato ed agli eventuali mandanti. Il Procuratore Nazionale Antimafia, Piero Grasso. Il ministro degl’interni, Roberto Maroni. Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. I presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Il presidente del Senato, Renato Schifani. Il presidente della Camera, Gianfranco Fini e così via. Lo Stato si mosse coi suoi tre poteri. I migliori investigatori, giunti nella “Città della Fata Morgana”, rivoltarono come un calzino tutti gli ambienti della criminalità organizzata e non. Non si era mai visto niente di simile. Solo minacce ai giudici: la cartuccia, la lettera, il bazooka, il proiettile, la microspia, la stagione dei veleni, il corvo e via di seguito. Sebbene poi, arrivassero altre bombe ed altri attentati. Lo stesso Salvatore Di Landro,  depose in aula nel processo ai presunti autori degli attentati, chiamati in causa dal superpentito Nino Lo Giudice: il fratello Luciano, Antonio Cortese e Vincenzo Puntorieri, pure condannati. Il collaboratore di giustizia, si è autoaccusato della bomba esplosa il 3 gennaio 2010 davanti alla Procura generale di Reggio Calabria e di altro; dell'ordigno, che il 26 agosto 2010, distrusse l'ingresso dell'abitazione del pg Salvatore Di Landro e del bazooka, indirizzato all'ex procuratore Giuseppe Pignatone e fatto ritrovare il 5 ottobre 2010 a poche centinaia di metri dal Cedir.

Il Tribunale di Catanzaro  condannò a sei anni e 4 mesi di reclusione il pentito Nino Lo Giudice, a cui concesse gli arresti domiciliari. al termine del processo con rito abbreviato. La sentenza,  arrivò dal giudice dell'udienza preliminare, Maria Rosaria Di Girolamo, cui il pubblico ministero, Salvatore Curcio, aveva chiesto la condanna degl’imputati. In mezzo, sempre nel processo  di Catanzaro, le dichiarazioni del presunto boss della ‘ndrangheta, Luciano Lo Giudice, (che disse, di avere ricevuto nel carcere di Rebibbia, la visita dell’allora capo della Squadra Mobile di Reggio, Renato Cortese. Dopo, vennero anche i procuratori Pignatone e Prestipino. “Volevano farmi accusare i magistrati Mollace e Cisterna, ma non ero loro amico”) con dichiarazioni spontanee, che smentirono gli accusatori e smontarono tutto il castello di accuse: “Volevano indurmi a fare nomi di magistrati. Non ce l’hanno fatta ed hanno usato mio fratello Antonino. Con la 'ndrangheta, non ho mai avuto a che fare, ho sempre lavorato onestamente; ed alcuni magistrati, li ho conosciuti ma non sono mai stato loro amico. E non ho mai dato informazioni per la cattura di Pasquale Condello. Fino al 2009, quando sono stato arrestato non avevo mai avuto problemi con la giustizia.

Col mio bar, guadagnavo bene. Dopo essere stato arrestato, nel novembre 2009, ho scritto alla Direzione nazionale antimafia per denunciare gli abusi di cui ero vittima. Decisi anche di cambiare i miei legali e dissi ai miei familiari di andare a cercare un avvocato a Roma, che era l’avv. Taormina. Invece per la Procura di Reggio l'avvocato di Roma era il magistrato Cisterna, ma non è vero”. Poi vennero le intercettazioni ed il coinvolgimento del procuratore aggiunto, giudice requirente Alberto Cisterna, numero due della Direzione nazionale antimafia, indagato a Reggio Calabria per corruzione in atti giudiziari. Comunque ricorse al TAR. Nonostante sia dimostrata la sua estraneità ai fatti a lui addebitati, è stato trasferito d’ufficio alla giudicante di Tivoli. La sua carriera, segnata per sempre; se non stroncata. La stessa fine, di un altro giudice, Franco Neri, che non riuscì ad evitare il trasferimento. Tentò invano di dimostrare le sue ragioni. Ci provarono pure con il sostituto procuratore generale Francesco Mollace. Un buco nell’acqua. La sua integrità morale ed estraneità rispetto alle accuse infamanti, è fuori discussione. Nessuno, ha dimenticato nemmeno la “stagione dei corvi”; la microspia piazzata nell’ufficio del giudice, Nicola Gratteri.

Un magistrato integerrimo e stakanovista, che non ha mai perso un solo giorno di lavoro; e trova pure, il tempo e lo spazio, per diventare uno scrittore di rinomata fama internazionale. I suoi lavori letterari, in coppia con il giornalista-scrittore Antonio Nicàso, sono divenuti best-sellers. E le minacce o attentati agli altri magistrati del Distretto, Fimiani, Creazzo, Lombardo ecc.. Gli unici giudici del Distretto, finiti nel tritacarne mediatico, furono:Giuseppe Vincenzo Giglio e Giancarlo Giusti, processati e condannati. Beccati con le mani sulla marmellata. Almeno, questo hanno detto le carte processuali. A partire, dalle vicende collegate con il cartello di ‘ndrangheta, Valle-Lampada. Per Legge, la presunzione d’innocenza, vale sino all’ultimo appello ( della Corte di Cassazione). Frattanto, un altro giudice di peso e di statura all’interno della magistratura nazionale, Salvatore Boemi decise di scendere in politica, candidandosi a sindaco di Palmi; sebbene, non abbia trovato poi, il consenso giusto per farsi eleggere. A lui, il CSM, che non dimenticò mai le sue ‘’impennate’, peraltro legittime e sacrosante, negò l’aspettativa. Poi, venne il trasferimento del procuratore capo della Repubblica, Giuseppe Pignatone; dopo “soli“ (circa) quattro annetti. Da Reggio Calabria a Roma.

Forse, dalla DDA, alla DNA. Uno decisione politica, che il nuovo Governo, si giocherà il prossimo Governo, uscito dalle urne febbraiole.  Il suo amico, collega, conterraneo e corregionale, Piero Grasso, anche lui diventato scrittore, si è messo infatti da parte, con otto mesi di anticipo, rispetto alla scadenza del mandato. Non solo. Con sette anni, se non di più, rispetto al limite imposto per legge, si è messo addirittura in pensione.  Escono di scena così in due soli anni il “numero uno e numero due” della Direzione Nazionale Antimafia. Chiamatela, ‘coincidenza e casualità’. Il giudice a latere del maxiprocesso (1986) a Cosa Nostra palermitana (presidente Alfonso Giordano), ha scelto di abbandonare il “terzo potere”, per il primo. Di candidarsi alle politiche. Proprio, come chiese, Luciano Violante, ex presidente della Commissione Parlamentare Antimafia e presidente della Camera. Diversamente da Salvatore Di Landro, che ha fatto l’avanzata francese e la ritirata spagnola. Salvo ripensamenti. Alla Procura della Repubblica di Reggio Calabria, si insediò con le funzioni di “pro tempore”, un altro magistrato integerrimo, Ottavio Sferlazza. A cui il CSM, fece un grosso torto, negandogli,  la titolarità di una Procura, che meriterebbe per il coraggio, il sacrificio, l’abnegazione, il servizio, svolto contro Cosa Nostra e la “Stiddha”, che giurarono di farlo “saltare” in aria.

E, ci sarebbero pure riusciti, se non ci fosse stato un  provvidenziale caso di coscienza; e la regolare denuncia, che fece scoprire (e svanire) il complotto. Succederà  a se stesso o gli verrà affidata un’altra sede? Tra i papabili per Reggio Calabria, ci sarebbe anche, l’attuale procuratore generale di Ancona, Vincenzo “Enzo” Macrì; ex Procuratore Nazionale Antimafia Aggiunto, grande esperto del fenomeno mafia. A parte s’intende, gli attuali’ Aggiunti’ di Reggio Calabria, Nicola Gratteri e Michele Prestipino. La Commissione del CSM addetta alle nomine, sta valutando bene titoli e meriti, poi deciderà. Infine, last but not least, la vicenda del Comune di Reggio Calabria: un ente “contiguo alla ‘ndrangheta” (parola del ministro dell’Interno uscente Anna Maria Cancellieri, che per questo motivo ne ha proposto e ottenuto lo scioglimento anche se c’è un ricorso). il Pd ha giocato la stessa carta della ex maggioranza di centrodestra, vale a dire ha cavalcato l’onda del “dramma dissesto” che ricadrebbe su cittadini e imprese. “Uno spettro, ricorda ancora, Roberto Galullo sul ‘Sole 24 Ore’ avanzato a colpi di… “non ci saranno più investimenti”, “i creditori non saranno interamante rimborsati”, “i servizi essenziali franeranno”, “le tasse locali aumenteranno”. Sarà un anno sabbatico od un’altra ‘apocalipse now? Domenico Salvatore






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