Reggio Calabria, 21 novembre 2012
Gli ambientalisti esprimono netta contrarietà alla messa al bando dell’essenza di bergamotto
nell’industria profumiera: si fanno gli interessi delle multinazionali a danno dell’Area Grecanica
“Giù le mani dall’oro verde di Calabria”
Legambiente alza gli scudi contro la proposta Ue
Falcone: la filiera dell’agrume è un’eccellenza mondiale, esempio di green economy
Barillà: dopo il carbone, anche la chimica all’attacco di territorio da salvaguardare
Un
assurdo paradosso che mette a repentaglio una filiera biologica
d’importanza mondiale. Così Legambiente Calabria commenta la paventata
messa al bando dell’essenza di bergamotto nell’industria profumiera. Una
proposta che, con ogni evidenza, mira a sostenere gli interessi delle
lobby della chimica a danno di un territorio, quello dell’Area Grecanica
reggina, che ha saputo investire sull’agricoltura sostenibile creando
una vera e propria perla della green economy italiana. A provocare la
levata di scudi degli ambientalisti calabresi è la proposta maturata in
seno all’Ue di limitare fortemente l’utilizzo delle essenze naturali –
accusate di provocare allergie – nel processo di distillazione dei
profumi. Una proposta che, se non altro, contiene un’insostenibile
contraddizione: è stata la stessa Ue ad assegnare il marchio Dop
all’essenza di bergamotto.
“Si tratta di un pesante attacco da parte delle multinazionali della chimica – ha dichiarato Francesco Falcone,
presidente di Legambiente Calabria – che fanno lobbying a Bruxelles e
cercano di imporre regole assurde per favorire i propri interessi. Un
attacco che va respinto, con il contributo degli europarlamentari
italiani e delle istituzioni ad ogni livello, per salvaguardare
un’esperienza calabrese che fa parte a pieno titolo del ‘made in Italy’,
e che è di capitale importanza perché rappresenta un’eccellenza
dell’agricoltura sostenibile”.
La
filiera dell’agrume – che cresce esclusivamente lungo gli 80 km della
fascia ionica dell’Area Grecanica della provincia di Reggio Calabria –
ha già subito un pesante attacco negli anni 80 e 90, a vantaggio delle
industrie di sintesi: si avanzò la tesi, poi smentita, che il bergamotto
fosse cancerogeno. Da allora i produttori hanno saputo rimettersi in
piedi e puntare nuovamente sull’oro verde: il comparto dà lavoro a oltre
7mila addetti nelle 650 aziende agricole impiantate nella zona, senza
considerare l’indotto. Una produzione che rappresenta la seconda voce
delle esportazioni della Calabria, destinata a quadruplicare nei
prossimi dieci anni. Oltre ai profumi, l’oro verde di Calabria viene
utilizzato anche per aromatizzare dolci, succhi e liquori. Pochi sanno,
inoltre, che il tè indiano Early Grey, l’infuso più bevuto al mondo, è
ottenuto grazie all’essenza dell’agrume.
È
evidente dunque che la proposta targata Ue rappresenterebbe un danno
clamoroso per l’economia calabrese, mettendo a repentaglio un’esperienza
virtuosa nata in un’area depressa. Esattamente la strada opposta a
quella della green economy: nel convegno nazionale “La forza dei
territori” svoltosi a Roma il 15 giugno, Legambiente con il suo
presidente nazionale Vittorio Cogliati Dezza ha esaltato la
filiera del bergamotto elevandola ad esempio di strategia dal basso per
uscire dalla crisi economica e dalla crisi ambientale globale.
“Quello
delle multinazionali della chimica non è l’unico attacco da cui
produttori di bergamotto, e non solo loro, devono difendersi. Il
progetto di costruzione di una centrale a carbone a Saline Ioniche, nel
cuore dell’Area Grecanica, mette infatti a repentaglio un intero mondo.
Testimonial di biodiversità a livello planetario coi suoi 354 elementi
chimici che lo distinguono dagli altri agrumi – ha spiegato Nuccio Barillà,
storico ambientalista calabrese, della segreteria nazionale del Cigno
Verde – il bergamotto è l’essenza di territori e luoghi antichi che
hanno trovato una splendida armonia tra l’agricoltura di qualità, i
progetti di recupero dei vecchi borghi, il turismo sostenibile e la
cultura dei saperi tradizionali. Straordinario mix tra natura, economia e
cultura che rischia di essere cancellato, piuttosto che coniugato con
l’innovazione e col futuro, da chi in nome di mere logiche di profitto
punta sul carbone e sulla chimica di sintesi”.

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