di
Pierfranco Bruni - La
visione religiosa è una componente fondamentale
nella letteratura italiana del Novecento. Spesso si dimentica che il
linguaggio dello scrittore è un rivelante cammino dentro i labirinti della
propria anima.
Maria
Zambrano ci ha insegnato, consapevole della lezione di Unamuno, di Seneca e di
Agostino, che la confessione si vive
anche come un “genere” della letteratura.
Lo
scrittore è una sentinella dei valori ma anche un guardiano dell’assurdo.
Ma
si porta con sé sempre una eleganza che è la tradizione di uno stile che si
abita perché la parola è un linguaggio non della mano, ma del tempo della
coscienza.
Lo
scrittore ha, non sempre, la necessità di raccontare. La parola che è bellezza
è la bellezza dello sguardo. Non può esserci letteratura senza la visione della
bellezza. Di quella bellezza che San Paolo ha scoperto dopo il peccato commesso
con la volgarità delle pietre lasciate lanciare contro Stefano.
Le
parole possono essere pietre, come ebbe a dire Carlo Levi. Levi, comunque, si
lasciò catturare dalle ideologie e visse l’orologio pensando di misurare la
cronaca. Pasolini è un intellettuale che non ha mai saputo cosa fosse la poesia
nonostante “Passione e ideologie”…
Ma
le parole restano l’intermezzo tra il senso perduto e gli orizzonti che bisogna
recuperare. È un compito e un’azione che lo scrittore e il poeta vivono.
La
letteratura è oltre ogni volgarità.
Ci
sono generazioni che hanno vissuto l’eleganza della parola.
Ci
sono generazioni che non conoscono l’eleganza del linguaggio semplicemente
perché non conoscono la vita della letteratura.
La
letteratura ha la sua vita e vive delle sue vite immense e immerse perché ci
permette di attraversare una esistenza dell’anima.
L’anima
può conoscere la volgarità? Ma la volgarità non appartiene all’anima. Santa
Teresa d’Avila è la testimonianza orante.
Quando
la volgarità incespica sugli scogli dell’anima vuol dire che lo scrittor vive
di abbagli, perché ha avuto la forza di barattare l’anima con la burrasca che
intrappola le parole che invadono l’anima stessa.
Nella
necessità di raccontare c’è l’anonimo che vive in noi. C’è il mestiere di
scrivere che si fa scrivere per non morire e quando si smette di scrivere c’è
la morte nella persuasione della vita.
C’è
il deserto che viene ad essere invaso dai Tartari.
C’è
il dolore che subisce o acquisisce una cognizione.
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