Gli scrittori la koiné e i processi etnici tra i luoghi e gli spazi nel Novecento
di Pierfranco Bruni
Il Novecento della letteratura italiana è un articolato mosaico che si mostra percorrendo due vie. Quello delle visioni antropologiche. Quello delle lingue. Non sono soltanto gli scrittori o i poeti che usano le forme linguistiche dialettali a vivere dentro il mosaico delle eredità e delle appartenenze. Sono anche quegli autori che hanno una loro identità culturale la cui koiné è linguistica, ma si vive dentro un tracciato estetico – esistenziale.
La letteratura italiana del Novecento, infatti, offre spesso dei tasselli che hanno valenze mitico - simboliche. Elementi che vivono come scavo un incipit che è ben strutturato in una dimensione etno-linguistica.
In scrittori che vivono un bilinguismo o trilinguismo di appartenenza le forme antropologiche sono strettamente legati a quelle radici che hanno uno scavo esistenziale, etico e geografico. Da Alvaro a Zavattini (anche se in Zavattini c’è un dialetto puro), da Tomizza a Sgorlon, da Sciascia alla Deledda.
Così da Silone a Giuseppe Berto. Da Pavese a Gadda. Un processo nel vissuto di manifestazioni linguistiche che hanno alla base la ricerca di una tradizione. In Berto, come nell’Alavro della seconda stagione, insiste la tradizione. A volte impercettibile ma precisa, come in Alberto Bevilacqua (così come nel mio “Spegnersi per non addormentarsi. Io e Alberto Bevilacqua”, Pellegrini).
In Giuseppe Berto la ricerca del linguaggio non è soltanto ricerca di una koinè o definizione di una struttura, ma diventa modello espressivo tra l'evidenza delle metafore e prevalenza di una metafisica dei dettagli. Si racconta una vita ma si racconta anche il racconto.
In ogni romanzo di Berto si avverte la presenza di una lingua altra attraverso una accentuazione non solo tematica, ma ritmica derivante d una conoscenza del rapporto tra lingua, dialetti e "rughe" etniche tra i vari spazi di una geografia che è, appunto, l'identità mediterranea.
Berto è uno scrittore che sa giocate con molta acutezza con i linguaggi popolari e con la lingua in senso più complessivo. Nei suoi romanzi l'intreccio della lingua con le lingue è fondamentale.
Si scrive con la lingua. Si parla con la lingua. Si comunica con la lingua. Ma la lingua è la somma di esperienze e di vissuti tra luoghi e umanità.
Giuseppe Berto non è soltanto la chiave di lettura di una letteratura che supera il realismo. È la letteratura che è scavo nelle eredità di un uomo.
Da questo punto di vista l'uomo e lo scrittore sono nella metafora e nella lingua.
Un processo anche etnico tra i ritagli di storie e di geografie dell'esistere.
Uno studio del Mibact che permette di indagare tra i dettagli delle etnie delle eredità della letteratura va oltre ogni interpretazione storicista.
Viaggiare, dunque, tra le pagine di Berto è viaggiare nei segni del non dimenticato. C’è la lingua consumata nel dialetto e vissuta nel dialetto e c’è quella antropologia che è un navigare tra la funzione della storia e la dimensione estetica. Ma quella funzione che si offre alla storia non ha mai un precipitato nel realismo.
Berto è come Alvaro che racconta la Provenza. C’è un “meticciato” delle parole, una necessità di raccontare, che diventa come la rete dei pescatori. Lo scrittore è un pescatore e ogni giorno butta la rete nella propria anima per raccogliere simboli che vengono trasformati in linguaggio, sensazioni, emozioni, percezioni.
C’è una necessità di raccontare che si trasforma in un racconto necessario per vivere lo specchio della propria anima. Berto, Alvaro, Tomizza, Sgorlon attraversano lo specchio dell’anima e l’anima diventa un filtro, un vedersi, un ascoltarsi e soprattutto un essere.
Un essere che è fatto di lingua, ma la lingua resta un arcobaleno le cui sfumature sono incontro di popoli e lettura di civiltà tra i luoghi e gli spazi. Berto trova nella necessità di raccontare (in un mio recente saggio) il racconto necessario per definire un viaggio tra esistenze parola.
di Pierfranco Bruni
Il Novecento della letteratura italiana è un articolato mosaico che si mostra percorrendo due vie. Quello delle visioni antropologiche. Quello delle lingue. Non sono soltanto gli scrittori o i poeti che usano le forme linguistiche dialettali a vivere dentro il mosaico delle eredità e delle appartenenze. Sono anche quegli autori che hanno una loro identità culturale la cui koiné è linguistica, ma si vive dentro un tracciato estetico – esistenziale.
La letteratura italiana del Novecento, infatti, offre spesso dei tasselli che hanno valenze mitico - simboliche. Elementi che vivono come scavo un incipit che è ben strutturato in una dimensione etno-linguistica.
In scrittori che vivono un bilinguismo o trilinguismo di appartenenza le forme antropologiche sono strettamente legati a quelle radici che hanno uno scavo esistenziale, etico e geografico. Da Alvaro a Zavattini (anche se in Zavattini c’è un dialetto puro), da Tomizza a Sgorlon, da Sciascia alla Deledda.
Così da Silone a Giuseppe Berto. Da Pavese a Gadda. Un processo nel vissuto di manifestazioni linguistiche che hanno alla base la ricerca di una tradizione. In Berto, come nell’Alavro della seconda stagione, insiste la tradizione. A volte impercettibile ma precisa, come in Alberto Bevilacqua (così come nel mio “Spegnersi per non addormentarsi. Io e Alberto Bevilacqua”, Pellegrini).
In Giuseppe Berto la ricerca del linguaggio non è soltanto ricerca di una koinè o definizione di una struttura, ma diventa modello espressivo tra l'evidenza delle metafore e prevalenza di una metafisica dei dettagli. Si racconta una vita ma si racconta anche il racconto.
In ogni romanzo di Berto si avverte la presenza di una lingua altra attraverso una accentuazione non solo tematica, ma ritmica derivante d una conoscenza del rapporto tra lingua, dialetti e "rughe" etniche tra i vari spazi di una geografia che è, appunto, l'identità mediterranea.
Berto è uno scrittore che sa giocate con molta acutezza con i linguaggi popolari e con la lingua in senso più complessivo. Nei suoi romanzi l'intreccio della lingua con le lingue è fondamentale.
Si scrive con la lingua. Si parla con la lingua. Si comunica con la lingua. Ma la lingua è la somma di esperienze e di vissuti tra luoghi e umanità.
Giuseppe Berto non è soltanto la chiave di lettura di una letteratura che supera il realismo. È la letteratura che è scavo nelle eredità di un uomo.
Da questo punto di vista l'uomo e lo scrittore sono nella metafora e nella lingua.
Un processo anche etnico tra i ritagli di storie e di geografie dell'esistere.
Uno studio del Mibact che permette di indagare tra i dettagli delle etnie delle eredità della letteratura va oltre ogni interpretazione storicista.
Viaggiare, dunque, tra le pagine di Berto è viaggiare nei segni del non dimenticato. C’è la lingua consumata nel dialetto e vissuta nel dialetto e c’è quella antropologia che è un navigare tra la funzione della storia e la dimensione estetica. Ma quella funzione che si offre alla storia non ha mai un precipitato nel realismo.
Berto è come Alvaro che racconta la Provenza. C’è un “meticciato” delle parole, una necessità di raccontare, che diventa come la rete dei pescatori. Lo scrittore è un pescatore e ogni giorno butta la rete nella propria anima per raccogliere simboli che vengono trasformati in linguaggio, sensazioni, emozioni, percezioni.
C’è una necessità di raccontare che si trasforma in un racconto necessario per vivere lo specchio della propria anima. Berto, Alvaro, Tomizza, Sgorlon attraversano lo specchio dell’anima e l’anima diventa un filtro, un vedersi, un ascoltarsi e soprattutto un essere.
Un essere che è fatto di lingua, ma la lingua resta un arcobaleno le cui sfumature sono incontro di popoli e lettura di civiltà tra i luoghi e gli spazi. Berto trova nella necessità di raccontare (in un mio recente saggio) il racconto necessario per definire un viaggio tra esistenze parola.
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