Un'ordinanza di custodia cautelare emessa nei confronti di 19 soggetti ritenuti appartenenti alla cosca di 'ndrangheta Borghetto-Zindato-Caridi, che opera nella zona sud della città di Reggio Calabria. Le misure cautelari sono state emesse dopo due anni di indagini svolte dai Carabinieri della Compagnia di Reggio Calabria, diretta dal maggiore Pantaleone Grimaldi e coordinata dal comandante provinciale colonnello Lorenzo Falferi; sovrintende a tutto, la direzione distrettuale antimafia diretta dal procuratore capo della Repubblica di Reggio Calabria, Federico Cafiero De Raho. I soggetti colpiti, devono rispondere della accuse di: associazione di tipo mafioso, traffico di droga, concorso in detenzione e porto in luogo pubblico di diverse armi da fuoco. Reggio Calabria, Operazione Cripto, disarticolata la cosca Caridi-Borghetto-Zindato; 19 gli arresti. L’operazione ha avuto inizio dopo la scomparsa di Marco Puntoriero, vittima di lupara bianca. Era stato condotto in un luogo appartato e poi ucciso, sebbene il suo corpo non sia mai stato trovato. Per quel delitto, sono stati condannati: Domenico Ventura, Natale Cuzzola e Domenico Condemi, tutti organici alla stessa cosca. Gli arrestati dell’operazione sono: Carmela Nava, Francesco Laurendi, Giuseppe Laurendi, Rosamaria Buzzan, Domenico Barbaro, Biagio Parisi, Domenico Bullace, Alessandro Iannì e Massimiliano Polimeni. L’OCCC ha raggiunto in carcere: Francesco Zindato, Andrea Zindato, Eugenio Borghetto, Paolo Latella, Natale Cuzzola, Domenico Ventura, Domenico Antonio Laurendi, Domenico Varano, Cosimo Pennestrì. Al tavolo della conferenza stampa, con il procuratore capo della DDA, Federico Cafiero De Raho, c’erano anche:il colonnello Lorenzo Falferi, comandante provinciale; Il tenente colonnello Michele Miulli, comandante del Nucleo Investigativo; il t. colonnello Gianluca Valerio, comandante del ROP, il maggiore Pantaleone Grimaldi, comandante della Compagnia cittadina ed il tenente Antonio Di Mauro, comandante del Norm
OPERAZIONE “CRIPTO”, SVELATO IL MISTERO DELL’OMICIDIO PER ‘LUPARA BIANCA’ DI MARCO PUNTORIERO, MA NON ANCORA DEL DELITTO FABIO FRANCO QUIRINO, UCCISO NEL RIONE MODENA IL 3 MARZO 2014, SEBBENE SIA STATO ARRESTATO NATALE CRISALLI, COMUNQUE COINVOLTO NELLA SPARATORIA, MA IL CARTELLO DI ‘NDRANGHETA BORGHETTO-CARIDI-ZINDATO ALLE PRESE CON PROBLEMI INTERNI, È FINITO NUOVAMENTE NEL MIRINO DELLA MAGISTRATURA
Domenico Salvatore
“Galeotto, fu quell’omicidio (ovvero l’ennesimo caso di lupara bianca) e chi lo scrisse, quel giorno più non vi leggemmo avante”. A rileggere le cronache, emerge dirompente il casus belli, comune a tanti clan di mafia, scivolati sulla classica buccia di banana. Un omicidio, all’interno della stessa cosca, se non del medesimo cartello, più d’una volta, ha scatenato spesso e volentieri, una catena di delitti, ma non chiamateli, faida. In altri casi i ‘grandi vecchi’, sono riusciti a sanare la frana ed a ricondurre all’ovile la ‘pecorella smarrita’. A tenere unito e compatto il gruppo. Al costo di grandi sacrifici e grazie all’esperienza, nel bene e nel male sempre utile e necessaria per poter ottenere grandi risultati. Quest’operazione “Cripto”, è stata avviata dal sostituto procuratore della Dda di Reggio Calabria, Stefano Musolino, allora coordinato dal procuratore capo della repubblica, Giuseppe Pignatone ed oggi dal successore, Federico Cafiero De Raho, dopo la scomparsa per lupara bianca, del giovane del quartiere Modena Marco Puntorieri giustiziato a colpi di lupara sotto gli occhi di un anonimo super testimone che filmava e fotografava l’azione delittuosa, avvenuta il 15 settembre 2011. La vittima, secondo le indagini, ritenuta vicino al gruppo 'ndranghetistico "Caridi-Borghetto-Zindato", era stata condotta in un luogo di campagna isolato e quindi uccisa da Domenico Ventura con l'aiuto di Natale Cuzzola e Domenico Condemi. Sono stati necessari due anni di indagini per addivenire a questo risultato. Una piccola premessa… Il territorio della città di Nicola Giunta, di Ciccio Errico, dei fratelli stilisti Versace, dello storico e stagista Domenico Spanò Bolani, del letterato Diego Vitrioli, dei patrioti Antonino e Agostino Plutino, dicono i Comandi Provinciali della Guardia di Finanza, dei Carabinieri e della Questura, i Procuratori capo della DDA, ma anche la Commissione Parlamentare Antimafia, è lottizzato dalle cosche della ‘ndrangheta, che lo condividono con gli zingari, che hanno pianto i loro morti, la microcriminalità e la criminalità comune, altrettanto; perché quando si sgarra, c’è “l’utri ca’ fossa”, anche per loro. Gli Zindato, hanno in mano una fetta di torta, ricavata nella parte sud della città. Dal punto di vista mafioso, gli Zindato hanno un loro prestigio all’interno del gotha di Scarcagnosso. Nella seconda guerra di mafia erano parte integrante del cartello De Stefano-Tegano-Libri-Latella-Ficara-Barreca-Zindato e cosche collegate, che si opponeva al cartello rivale, impegnato nelle lotte di faida e nelle guerre di mafia, Imerti-Condello-Serraino-Rosmini-Lo Giudice-Fontana-Saraceno e cosche collegate. Per quel delitto ( di Marco Puntorieri), la Corte d'Assise (presidente Ornella Pastore, a latere Katia Gentile) ha inflitto la condanna all’ergastolo a Domenico Ventura, Domenico Condemi e Natale Cuzzola, tutti organici alla stessa cosca. La scena del delitto venne ripresa da una telecamera istallata su un casolare abbandonato e da un'altra, tenuta in mano da una persona che però, è sempre rimasta sconosciuta. Qualche mese più tardi, le immagini furono recapitate alla caserma dei Carabinieri di Reggio Calabria Modena, in una pen-drive insieme a un biglietto anonimo, firmato da “Un amico di Marco”. Insieme alla rilettura delle conversazioni ambientali, captate in un'indagine precedente della Squadra Mobile di Reggio Calabria, si giunse a individuare i tre sospettati per l'omicidio. Di recente, come detto, è arrivata la loro condanna in primo grado. Tra le persone coinvolte nell'operazione dei carabinieri dei Comandi provinciali di: Roma diretti dal colonnello Salvatore Lungo e Reggio Calabria, diretto dal colonnello Lorenzo Falferi, denominata «Cripto», c'è una donna, madre di due affiliati alla cosca “Caridi-Borghetto-Zindato”, che avrebbe svolto un ruolo centrale nell'organizzazione del gruppo criminale, facendo le veci dei figli, entrambi detenuti, fungendo da punto di riferimento per gli affari della cosca. Il cartello di mafia, dei “Caridi-Borghetto-Zindato” svolge la sua attività criminale nei quartieri di Ciccarello, Rione Modena e San Giorgio Extra di Reggio Calabria. Il provvedimento cautelare che ha portato ai 19 arresti è scaturito dall'indagine condotta dalla Compagnia dei Carabinieri di Reggio Calabria, diretta dal maggiore Pantaleone Grimaldi, coordinata dalla Procura Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, diretta dal procuratore capo della DDA, Federico Cafiero De Raho ed ha interessato i vertici e gli affiliati della cosca. Le indagini hanno anche documentato attività di mutua assistenza attraverso la distribuzione dei proventi criminali ai familiari dei detenuti per sostenere spese legali e di sopravvivenza. Gli Zindato, come hanno sancito le ultime operazioni della DDA reggina, diretta da Giuseppe Pignatone ed oggi dal suo successore Federico Cafiero De Raho, formano cartello con i Caridi ed i Borghetto e gravitano sotto l’egida dei Libri di Cannavò; altre articolazioni federate sono i Serraino di Modena-San Sperato ed i Rosmini del rione Marconi; in contatto con la cosca Ficara-Latella. Antonino Caridi il presunto boss dell’omonimo clan è genero del defunto padrino di Cannavò Domenico “don Mico” Libri, padrino di Cannavò. In questa storia, stando alle risultanze investigative una parte centrale, l’ha avuta Carmela Nava, intesa ‘Melina’madre di quello che è considerato il reggente del clan, Checco Zindato, e del fratello Andrea. Sarebbe stata lei, a parere degl’inquirenti, ad organizzare il gruppo criminale facendo le veci dei figli, entrambi detenuti. Diciannove le persone colpite da Ordinanza di cu.ca.ca. Per tutti l’accusa a vario titolo è associazione per delinquere di tipo mafioso; traffico di droga e concorso in detenzione e porto in luogo pubblico di armi da fuoco. Reati aggravati dall’avere favorito un sodalizio di tipo mafioso.
Nonostante sia stata colpita al cuore dai vari tronconi delle inchieste , Valanidi (18 settembre 1993 ), Olimpia I, (19 luglio 1995) Calabria, Alta tensione 1, (29 ottobre 2010) Alta tensione 2,(21.12.2011) San Giorgio, (22.02.2012), Cartaruga ( 19 ottobre 2012), Tatoo ( 5 settembre 2013), Joti (16 gennaio 2008), Alba e tramonto ( 1 luglio 2008), Armo (20 luglio 2012), Cripto (21 luglio 2014) il clan, avrebbe continuato ad esercitare la propria influenza sul territorio, attraverso una serie di minacce, ritorsioni, danneggiamenti e attentati, compiuti in particolare nella zona sud della città di Reggio. Gli arrestati dell’operazione odierna sono:BARBARO Domenico cl.1966; BORGHETTO Eugenio cl.1968; BULLACE Domenico cl.1974; BUZZAN Rosa Maria T. cl.1962; CUZZOLA Natale cl.1963; IANNI’ Alessandro cl.1992; LATELLA Paolo cl.1970; LAURENDI Domenico Antonio cl.1982; LAURENDI Francesco cl.1960; LAURENDI Giuseppe cl.1993; NAVA Carmela Maria cl.1952; PARISI Biagio cl.1961; PENNESTRI’ Cosimo cl.1976; POLIMENI Massimiliano cl.1993; VARANO Domenico cl.1982; VENTURA Domenico cl.1963; ZINDATO Francesco cl.1977; ZINDATO Gaetano Andrea cl.1984. Il vecchio padrino Antonino ZINDATO nato a Reggio Calabria il 31.05.1942, residente in Via Ciccarello nr.27, fece parte integrante dell’operazione (e processo) Olimpia, condannato all’ergastolo. Il mammasantissima Francesco ZINDATO, è stato ucciso, nel corso della seconda guerra di mafia, il 19 settembre 1988; morirà anche un figlio (Carlo Zindato)… Il cecchino avrebbe usato un fucile fabbricato in Gran Bretagna, il Parker Hale LTD calibro 7,62 che, disponendo di un binocolo sovrapposto, può essere usato con pochi margini d' errore anche da lunghe distanze. Forse lo stesso fucile e lo stesso killer, che appostato sul terrazzo al quinto piano di un edificio ancora in costruzione tra Vico Furnari e Rione Marconi, uccise Rocco Pasquale Libri figlio di Domenico, padrino di Cannavò, all’interno del carcere di Reggio Calabria “Villa San Pietro”, davanti al reparto “Cellulare” riservato ai fedelissimi del cartello De Stefano-Libri-Tegano; l’altro, il “Camerotti” era riservato al cartello Imerti.Condello-Serraino. Il sicario, sparò da una casa in costruzione, da una distanza di circa 150 metri; un solo proiettile, che colpì la vittima in faccia e la pallottola bum-bum, di quelle che esplodono al contatto con il bersaglio, uscì dalla nuca. All’operazione “Cripto” ha partecipato anche il Comando Provinciale dei Carabinieri di Varese, diretto dal colonnello Alessandro De Angelis. Insieme ai colleghi di Reggio Calabria hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare, per fare luce, sull'omicidio di Franco Fabio Quirino, avvenuto la sera del 3 marzo 2014 nel rione Modena di Reggio Calabria. A finire in manette, stavolta, è Natale Crisalli, 55 anni. L’arrestato deve rispondere di tentato omicidio aggravato, concorso in detenzione illegittima e porto abusivo di armi in luogo pubblico. I fatti contestati hanno ricostruito cosa è avvenuto nelle ore precedenti all’omicidio di Quirino. Il procuratore capo della Repubblica di Reggio Calabria Federico Cafiero De Raho, ha ricostruito in conferenza, con la collaborazione del colonnello Lorenzo Falferi e del maggiore Pantaleone Grimaldi, comandante della Compagnia cittadina e del tenente, Antonio Di Mauro, comandante del Norm di Reggio Calabria, i fatti peraltro già noti.Il Crisalli a parere degl’inquirenti, voleva pure affermare il proprio predominio, sfruttando ed insieme alimentando l’intimidazione sociale ed il conseguente clima di assoggettamento ed omerta’ degli abitanti del quartiere cittadino di Modena-case basse. Purtroppo, il muro di omertà che cuce le bocche a doppia mandata per paura di rappresaglie e vendette, ha resistito. E la vittima ci ha rimesse le penne. Diversamente, (forse)a quest’ora sarebbe ancora vivo. Quirino e Crisalli si sono parlati, e confrontati; una diatriba nella mattinata precedente al delitto. Il Crisalli, nel primo round, avrebbe esploso addirittura tre colpi di pistola da distanza ravvicinata, senza raggiungere il bersaglio . A seguire c’è stato il secondo round. Quirino, (arrestato nell'ambito dell'operazione "Alta tensione", e considerato elemento di spicco del clan Libri, l'intestatario di una ditta di pulizie che secondo le indagini, sarebbe stata riconducibile a Francesco Zindato, ritenuto elemento di primo piano del clan), sarebbe andato sotto casa da Crisalli, agitando in pubblico e brandendo platealmente un’arma da fuoco; addirittura avrebbe esploso numerosi colpi contro l’abitazione di Crisalli, poco prima di restare colpito a sua volta mortalmente da una persona ancora da identificare. L'arrestato deve rispondere di tentato omicidio aggravato, concorso in detenzione illegittima e porto abusivo di armi in luogo pubblico. Una terza persona è arrivata ed ha sparato, uccidendo il Quirino con un colpo alla testa. Tutte questa sparatorie, si sono consumate alla luce del giorno e sotto gli occhi di passanti e residenti, mentre il tam-tam dei telefoni funzionava ma nessuno ha chiamato le forze di polizia; da queste parti, zona malfamata ad alta densità mafiosa regna il gioco delle tre scimmiette…non vedo, non sento e non parlo. Ognuno si è fatto i c…suoi e Quirino è finito al Creatore.. Sul posto, assieme al medico legale per le perizia cadaverica esterna, il p.m. Stefano Musolino e la ditta delle pompe funebri per la rimozione del cadavere,, sono intervenuti i Carabinieri della locale stazione e quelli della Compagnia di Reggio Calabria, agli ordini del maggiore Pantaleone Grimaldi. Nel frattempo però il Fabio Franco Quirino, vecchia conoscenza della forze dell’ordine, era stato trasportato, ancora vivo al Pronto Soccorso degli Ospedali Riuniti, dov’è giunto cadavere. I militari non hanno impiegato troppo tempo a capire e formulare un paio di ipotesi investigative. In primis la zona del ritrovamento di Quirino, non era la stessa della sparatoria; secondo, la sparatoria poteva essere l’anello di una faida; terzo, all’interno del cartello di ‘ndrangheta Borghetto-Caridi-Zindato, che si muove all’ombra del padrino don Pasquale Libri, doveva essere accaduto qualcosa di grosso. Sul territorio si spara solamente se il capobastone lo dispone; o chi per lui. E qui ci sono già due morti.
Il giocattolo si è rotto? I capi sono dietro le sbarre ed i reggenti, si trovano in grosse difficoltà, questo è lapalissiano. Come confermano i conferenza stampa i Carabinieri, coordinati dal procuratore capo della Repubblica, Federico Cafiero De Raho. Figura centrale, emerge, Domenico Laurendi, parente stretto del mammasantissima Eugenio Borghetto, inteso “Gino” e di Domenico Condemi e Domenico Condello; in ottimi rapporti, secondo i militari, anche con Francesco Zindato. I Carabinieri, ritengono che fosse lui il custode della ‘bacinella’. Toccava a lui dunque reperire gli stipendi mensili per i parenti in galera:Gino Borghetto, ma anche per il fratello Cosimo e Paolo Latella. Gli stipendi mensili, mese per mese, senza saltare nemmeno uno, dovevano arrivare soprattutto dal traffico di droga proveniente da Platì e Roccaforte del Greco per aver fatto parte di un’associazione a delinquere di tipo mafioso denominata ‘ndrangheta ed in particolare del sodalizio BORGHETTO – CARIDI – ZINDATO, governato da un ben oliato sistema dei ‘cerchi concentrici’, operante nell’ambito della più ampia cosca LIBRI, alleata con i Rosmini ed i Serraino, che nella seconda guerra di mafia erano avversari e rivali, finalizzata al controllo dei quartieri di Modena, Ciccarello e S.Giorgio extra di Reggio Calabria, ma anche San Sperato e rione Marconi, previa spartizione tra gruppi criminali, sulla base di deliberati mafiosi, del territorio d’influenza e delle attività criminali da perpetrare sullo stesso; avvalendosi della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento ed omertà che ne deriva: - per commettere delitti come omicidi, estorsioni, danneggiamenti, detenzione e porto illegale di armi, anche da guerra ed esplosivi;- per acquisire in modo diretto o indiretto il controllo e la gestione di attività economiche, di concessioni di autorizzazioni, di appalti e servizi pubblici e comunque per realizzare per sé e per altri profitti e vantaggi ingiusti.- impedire o ostacolare il libero esercizio del voto e/o procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali. Con l’aggravante della disponibilità e dell’uso delle armi. Tempi grami, momenti difficili, per le cosche, si diceva. Anche perché, lo Stato incalza e stressa. Con i capi in carcere ed i reggenti in difficoltà tutto il peso della cordata è caduto sulla spalle di Carmela Nava, intesa “Melina”, moglie, mamma e nonna, Si rapportava con i due figli Zindato in galera, da cui prendeva le direttive e poi diramava gli ordini ai sodali ancora liberi. Il codice della ‘ndrangheta veniva applicato pedissequamente. Le “trascuranze” si pagavano con una testa mozzata di capretto, dentro la macchina; seconda trascuranza, la macchina bruciata. Ma per chi ‘sbagliava’, c’era il “cappotto di legno”. Torna dunque di scena, il ruolo preminente della donna all’interno delle cosche, che controlla il territorio; sta diventando oramai un classico, nel bene e nel male; ma, come dice il Procuratore Capo della Repubblica, nulla sfugge alla ‘ndrangheta. Nemmeno la criminalità comune e la micro-criminalità, che per “esercitare” sul territorio devono pagare la così detta “tassa ambientale”, in qualche modo simile al pizzo, pagato dalle ditte appaltanti in autostrada. Sebbene per una donna, benchè super-partes, non sia tanto agevole tenere uniti e compatti tre clan collegati e federati, ma pervasi da diffidenza e sospetto, frizioni, antagonismi e clima di costante fibrillazione; a parte la necessità dei singoli esponenti e delle “famiglie” di mantenere una certa ‘visibilità’. Fino ad oggi, il cartello ha dimostrato che i soldini ci siano; e la ‘bacinella’, la cassaforte della ‘ndrangheta ben rifornita di soldi in quantità, abbia funzionato con tempestività e quantità congrua. Tuttavia le frequenti operazioni dello Stato e delle sue articolazioni territoriali…Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza, coordinati dalla magistratura antimafia, con l’aiutino dei pentiti che “scatasciano” tutto ciò che sanno sulla cosca di appartenenza e di rimbalzo e carambola anche su altri clan di ‘ndrangheta, stanno smantellando, debellando, azzerando ed annientando le pur numerose bande dei clan di mafia. I processi vengono celebrati; le condanne fioccano. Il ‘ripascimento’ dei clan funziona, ma con crescente difficoltà. Anche perché lo Stato, continua a sfornare una legge dopo l’altra, decreti, disposizioni e normative ad hoc. Gli avvocati fanno il loro dovere e spesso riescono a smontare anche tanti castelli accusatori, ma servono soldini in quantità industriale, altrimenti cause non se ne vincono; e, le condanne fioccano, come la neve a Courmayeur. Non basta il ricco traffico di armi e droga, per mantenere i ‘soldati della mafia, i carcerati, le loro famiglie, le vedove e gli orfani di mafia; perché anche qui l’azione delle forze di polizia, prevenzione ma anche repressione dei reati e dei delitti, si è fatta asfissiante e costante. Come dimostra il sequestro annuale di tonnellate di droga, lungo l’asse appenninico e sotto l’arco alpino. Le rotte principali, sono controllate dalla ‘ndrangheta, partner privilegiato dai narcotrafficantes centro e sudamericani( Messico, Colombia, Ecuador, Bolivia, Perù…). Quando qualche “mariuolo, travolto dalla cupidigia e dall’ingordigia, si “frega” i soldi del mensile dei carcerati, serve prenderlo per il bavero della giacca e strattonarlo; ma il ‘consigliori’, consiglia di non arrivare mai al delitto, che potrebbe stravolgere tutto e provocare pericolose spinte e controspinte all’interno del sodalizio malavitoso. I consigli del mèntore della cosca, talora però, viene disatteso ed allora succede il patatrac. Paga il singolo, ma il clan, viene annichilito. Il procuratore capo della DDA Federico Cafiero De Raho, il p.m. Stefano Musolino, il gip Adriana Trapani, continuano a colpire i clan di mafia, tuttavia la guerra è ben lunga e dura. Il secolare braccio di ferro fra “Guardie & Ladri”, non finisce certo con quest’operazione. La mafia è come l’Idra di Lerna. Per ogni testa mozzata ne ricrescono due. Lo Stato, per debellarla definitivamente, deve indossare i panni di Ercole. Domenico Salvatore
Di seguito i nomi e le foto segnaletiche degli arrestati nell’ambito dell’odierna Operazione Cripto, eseguita a Reggio Calabria dal Comando Provinciale dei Carabinieri nei confronti di 19 soggetti accusati a vario titolo di appartenere alla cosca di ‘ndrangheta Caridi-Borghetto-Zindato operante nella zona sud della città: BARBARO Domenico cl.1966 Borghetto Eugenio cl.1968 BULLACE Domenico cl.1974 BUZZAN Rosa Maria T. cl.1962 CUZZOLA Natale cl.1963 IANNI’ Alessandro cl.1992 LATELLA Paolo cl.1970 LAURENDI Domenico Antonio cl.1982 LAURENDI Francesco cl.1960 LAURENDI Giuseppe cl.1993 NAVA Carmela Maria cl.1952 PARISI Biagio cl.1961 PENNESTRI’ Cosimo cl.1976 POLIMENI Massimiliano cl.1993 VARANO Domenico cl.1982 VENTURA Domenico cl.1963 Zindato Francesco cl.1977 Zindato Gaetano Andrea cl.1984Le foto degli arrestati
OPERAZIONE “CRIPTO”, SVELATO IL MISTERO DELL’OMICIDIO PER ‘LUPARA BIANCA’ DI MARCO PUNTORIERO, MA NON ANCORA DEL DELITTO FABIO FRANCO QUIRINO, UCCISO NEL RIONE MODENA IL 3 MARZO 2014, SEBBENE SIA STATO ARRESTATO NATALE CRISALLI, COMUNQUE COINVOLTO NELLA SPARATORIA, MA IL CARTELLO DI ‘NDRANGHETA BORGHETTO-CARIDI-ZINDATO ALLE PRESE CON PROBLEMI INTERNI, È FINITO NUOVAMENTE NEL MIRINO DELLA MAGISTRATURA
Domenico Salvatore
“Galeotto, fu quell’omicidio (ovvero l’ennesimo caso di lupara bianca) e chi lo scrisse, quel giorno più non vi leggemmo avante”. A rileggere le cronache, emerge dirompente il casus belli, comune a tanti clan di mafia, scivolati sulla classica buccia di banana. Un omicidio, all’interno della stessa cosca, se non del medesimo cartello, più d’una volta, ha scatenato spesso e volentieri, una catena di delitti, ma non chiamateli, faida. In altri casi i ‘grandi vecchi’, sono riusciti a sanare la frana ed a ricondurre all’ovile la ‘pecorella smarrita’. A tenere unito e compatto il gruppo. Al costo di grandi sacrifici e grazie all’esperienza, nel bene e nel male sempre utile e necessaria per poter ottenere grandi risultati. Quest’operazione “Cripto”, è stata avviata dal sostituto procuratore della Dda di Reggio Calabria, Stefano Musolino, allora coordinato dal procuratore capo della repubblica, Giuseppe Pignatone ed oggi dal successore, Federico Cafiero De Raho, dopo la scomparsa per lupara bianca, del giovane del quartiere Modena Marco Puntorieri giustiziato a colpi di lupara sotto gli occhi di un anonimo super testimone che filmava e fotografava l’azione delittuosa, avvenuta il 15 settembre 2011. La vittima, secondo le indagini, ritenuta vicino al gruppo 'ndranghetistico "Caridi-Borghetto-Zindato", era stata condotta in un luogo di campagna isolato e quindi uccisa da Domenico Ventura con l'aiuto di Natale Cuzzola e Domenico Condemi. Sono stati necessari due anni di indagini per addivenire a questo risultato. Una piccola premessa… Il territorio della città di Nicola Giunta, di Ciccio Errico, dei fratelli stilisti Versace, dello storico e stagista Domenico Spanò Bolani, del letterato Diego Vitrioli, dei patrioti Antonino e Agostino Plutino, dicono i Comandi Provinciali della Guardia di Finanza, dei Carabinieri e della Questura, i Procuratori capo della DDA, ma anche la Commissione Parlamentare Antimafia, è lottizzato dalle cosche della ‘ndrangheta, che lo condividono con gli zingari, che hanno pianto i loro morti, la microcriminalità e la criminalità comune, altrettanto; perché quando si sgarra, c’è “l’utri ca’ fossa”, anche per loro. Gli Zindato, hanno in mano una fetta di torta, ricavata nella parte sud della città. Dal punto di vista mafioso, gli Zindato hanno un loro prestigio all’interno del gotha di Scarcagnosso. Nella seconda guerra di mafia erano parte integrante del cartello De Stefano-Tegano-Libri-Latella-Ficara-Barreca-Zindato e cosche collegate, che si opponeva al cartello rivale, impegnato nelle lotte di faida e nelle guerre di mafia, Imerti-Condello-Serraino-Rosmini-Lo Giudice-Fontana-Saraceno e cosche collegate. Per quel delitto ( di Marco Puntorieri), la Corte d'Assise (presidente Ornella Pastore, a latere Katia Gentile) ha inflitto la condanna all’ergastolo a Domenico Ventura, Domenico Condemi e Natale Cuzzola, tutti organici alla stessa cosca. La scena del delitto venne ripresa da una telecamera istallata su un casolare abbandonato e da un'altra, tenuta in mano da una persona che però, è sempre rimasta sconosciuta. Qualche mese più tardi, le immagini furono recapitate alla caserma dei Carabinieri di Reggio Calabria Modena, in una pen-drive insieme a un biglietto anonimo, firmato da “Un amico di Marco”. Insieme alla rilettura delle conversazioni ambientali, captate in un'indagine precedente della Squadra Mobile di Reggio Calabria, si giunse a individuare i tre sospettati per l'omicidio. Di recente, come detto, è arrivata la loro condanna in primo grado. Tra le persone coinvolte nell'operazione dei carabinieri dei Comandi provinciali di: Roma diretti dal colonnello Salvatore Lungo e Reggio Calabria, diretto dal colonnello Lorenzo Falferi, denominata «Cripto», c'è una donna, madre di due affiliati alla cosca “Caridi-Borghetto-Zindato”, che avrebbe svolto un ruolo centrale nell'organizzazione del gruppo criminale, facendo le veci dei figli, entrambi detenuti, fungendo da punto di riferimento per gli affari della cosca. Il cartello di mafia, dei “Caridi-Borghetto-Zindato” svolge la sua attività criminale nei quartieri di Ciccarello, Rione Modena e San Giorgio Extra di Reggio Calabria. Il provvedimento cautelare che ha portato ai 19 arresti è scaturito dall'indagine condotta dalla Compagnia dei Carabinieri di Reggio Calabria, diretta dal maggiore Pantaleone Grimaldi, coordinata dalla Procura Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, diretta dal procuratore capo della DDA, Federico Cafiero De Raho ed ha interessato i vertici e gli affiliati della cosca. Le indagini hanno anche documentato attività di mutua assistenza attraverso la distribuzione dei proventi criminali ai familiari dei detenuti per sostenere spese legali e di sopravvivenza. Gli Zindato, come hanno sancito le ultime operazioni della DDA reggina, diretta da Giuseppe Pignatone ed oggi dal suo successore Federico Cafiero De Raho, formano cartello con i Caridi ed i Borghetto e gravitano sotto l’egida dei Libri di Cannavò; altre articolazioni federate sono i Serraino di Modena-San Sperato ed i Rosmini del rione Marconi; in contatto con la cosca Ficara-Latella. Antonino Caridi il presunto boss dell’omonimo clan è genero del defunto padrino di Cannavò Domenico “don Mico” Libri, padrino di Cannavò. In questa storia, stando alle risultanze investigative una parte centrale, l’ha avuta Carmela Nava, intesa ‘Melina’madre di quello che è considerato il reggente del clan, Checco Zindato, e del fratello Andrea. Sarebbe stata lei, a parere degl’inquirenti, ad organizzare il gruppo criminale facendo le veci dei figli, entrambi detenuti. Diciannove le persone colpite da Ordinanza di cu.ca.ca. Per tutti l’accusa a vario titolo è associazione per delinquere di tipo mafioso; traffico di droga e concorso in detenzione e porto in luogo pubblico di armi da fuoco. Reati aggravati dall’avere favorito un sodalizio di tipo mafioso.
Nonostante sia stata colpita al cuore dai vari tronconi delle inchieste , Valanidi (18 settembre 1993 ), Olimpia I, (19 luglio 1995) Calabria, Alta tensione 1, (29 ottobre 2010) Alta tensione 2,(21.12.2011) San Giorgio, (22.02.2012), Cartaruga ( 19 ottobre 2012), Tatoo ( 5 settembre 2013), Joti (16 gennaio 2008), Alba e tramonto ( 1 luglio 2008), Armo (20 luglio 2012), Cripto (21 luglio 2014) il clan, avrebbe continuato ad esercitare la propria influenza sul territorio, attraverso una serie di minacce, ritorsioni, danneggiamenti e attentati, compiuti in particolare nella zona sud della città di Reggio. Gli arrestati dell’operazione odierna sono:BARBARO Domenico cl.1966; BORGHETTO Eugenio cl.1968; BULLACE Domenico cl.1974; BUZZAN Rosa Maria T. cl.1962; CUZZOLA Natale cl.1963; IANNI’ Alessandro cl.1992; LATELLA Paolo cl.1970; LAURENDI Domenico Antonio cl.1982; LAURENDI Francesco cl.1960; LAURENDI Giuseppe cl.1993; NAVA Carmela Maria cl.1952; PARISI Biagio cl.1961; PENNESTRI’ Cosimo cl.1976; POLIMENI Massimiliano cl.1993; VARANO Domenico cl.1982; VENTURA Domenico cl.1963; ZINDATO Francesco cl.1977; ZINDATO Gaetano Andrea cl.1984. Il vecchio padrino Antonino ZINDATO nato a Reggio Calabria il 31.05.1942, residente in Via Ciccarello nr.27, fece parte integrante dell’operazione (e processo) Olimpia, condannato all’ergastolo. Il mammasantissima Francesco ZINDATO, è stato ucciso, nel corso della seconda guerra di mafia, il 19 settembre 1988; morirà anche un figlio (Carlo Zindato)… Il cecchino avrebbe usato un fucile fabbricato in Gran Bretagna, il Parker Hale LTD calibro 7,62 che, disponendo di un binocolo sovrapposto, può essere usato con pochi margini d' errore anche da lunghe distanze. Forse lo stesso fucile e lo stesso killer, che appostato sul terrazzo al quinto piano di un edificio ancora in costruzione tra Vico Furnari e Rione Marconi, uccise Rocco Pasquale Libri figlio di Domenico, padrino di Cannavò, all’interno del carcere di Reggio Calabria “Villa San Pietro”, davanti al reparto “Cellulare” riservato ai fedelissimi del cartello De Stefano-Libri-Tegano; l’altro, il “Camerotti” era riservato al cartello Imerti.Condello-Serraino. Il sicario, sparò da una casa in costruzione, da una distanza di circa 150 metri; un solo proiettile, che colpì la vittima in faccia e la pallottola bum-bum, di quelle che esplodono al contatto con il bersaglio, uscì dalla nuca. All’operazione “Cripto” ha partecipato anche il Comando Provinciale dei Carabinieri di Varese, diretto dal colonnello Alessandro De Angelis. Insieme ai colleghi di Reggio Calabria hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare, per fare luce, sull'omicidio di Franco Fabio Quirino, avvenuto la sera del 3 marzo 2014 nel rione Modena di Reggio Calabria. A finire in manette, stavolta, è Natale Crisalli, 55 anni. L’arrestato deve rispondere di tentato omicidio aggravato, concorso in detenzione illegittima e porto abusivo di armi in luogo pubblico. I fatti contestati hanno ricostruito cosa è avvenuto nelle ore precedenti all’omicidio di Quirino. Il procuratore capo della Repubblica di Reggio Calabria Federico Cafiero De Raho, ha ricostruito in conferenza, con la collaborazione del colonnello Lorenzo Falferi e del maggiore Pantaleone Grimaldi, comandante della Compagnia cittadina e del tenente, Antonio Di Mauro, comandante del Norm di Reggio Calabria, i fatti peraltro già noti.Il Crisalli a parere degl’inquirenti, voleva pure affermare il proprio predominio, sfruttando ed insieme alimentando l’intimidazione sociale ed il conseguente clima di assoggettamento ed omerta’ degli abitanti del quartiere cittadino di Modena-case basse. Purtroppo, il muro di omertà che cuce le bocche a doppia mandata per paura di rappresaglie e vendette, ha resistito. E la vittima ci ha rimesse le penne. Diversamente, (forse)a quest’ora sarebbe ancora vivo. Quirino e Crisalli si sono parlati, e confrontati; una diatriba nella mattinata precedente al delitto. Il Crisalli, nel primo round, avrebbe esploso addirittura tre colpi di pistola da distanza ravvicinata, senza raggiungere il bersaglio . A seguire c’è stato il secondo round. Quirino, (arrestato nell'ambito dell'operazione "Alta tensione", e considerato elemento di spicco del clan Libri, l'intestatario di una ditta di pulizie che secondo le indagini, sarebbe stata riconducibile a Francesco Zindato, ritenuto elemento di primo piano del clan), sarebbe andato sotto casa da Crisalli, agitando in pubblico e brandendo platealmente un’arma da fuoco; addirittura avrebbe esploso numerosi colpi contro l’abitazione di Crisalli, poco prima di restare colpito a sua volta mortalmente da una persona ancora da identificare. L'arrestato deve rispondere di tentato omicidio aggravato, concorso in detenzione illegittima e porto abusivo di armi in luogo pubblico. Una terza persona è arrivata ed ha sparato, uccidendo il Quirino con un colpo alla testa. Tutte questa sparatorie, si sono consumate alla luce del giorno e sotto gli occhi di passanti e residenti, mentre il tam-tam dei telefoni funzionava ma nessuno ha chiamato le forze di polizia; da queste parti, zona malfamata ad alta densità mafiosa regna il gioco delle tre scimmiette…non vedo, non sento e non parlo. Ognuno si è fatto i c…suoi e Quirino è finito al Creatore.. Sul posto, assieme al medico legale per le perizia cadaverica esterna, il p.m. Stefano Musolino e la ditta delle pompe funebri per la rimozione del cadavere,, sono intervenuti i Carabinieri della locale stazione e quelli della Compagnia di Reggio Calabria, agli ordini del maggiore Pantaleone Grimaldi. Nel frattempo però il Fabio Franco Quirino, vecchia conoscenza della forze dell’ordine, era stato trasportato, ancora vivo al Pronto Soccorso degli Ospedali Riuniti, dov’è giunto cadavere. I militari non hanno impiegato troppo tempo a capire e formulare un paio di ipotesi investigative. In primis la zona del ritrovamento di Quirino, non era la stessa della sparatoria; secondo, la sparatoria poteva essere l’anello di una faida; terzo, all’interno del cartello di ‘ndrangheta Borghetto-Caridi-Zindato, che si muove all’ombra del padrino don Pasquale Libri, doveva essere accaduto qualcosa di grosso. Sul territorio si spara solamente se il capobastone lo dispone; o chi per lui. E qui ci sono già due morti.
Il giocattolo si è rotto? I capi sono dietro le sbarre ed i reggenti, si trovano in grosse difficoltà, questo è lapalissiano. Come confermano i conferenza stampa i Carabinieri, coordinati dal procuratore capo della Repubblica, Federico Cafiero De Raho. Figura centrale, emerge, Domenico Laurendi, parente stretto del mammasantissima Eugenio Borghetto, inteso “Gino” e di Domenico Condemi e Domenico Condello; in ottimi rapporti, secondo i militari, anche con Francesco Zindato. I Carabinieri, ritengono che fosse lui il custode della ‘bacinella’. Toccava a lui dunque reperire gli stipendi mensili per i parenti in galera:Gino Borghetto, ma anche per il fratello Cosimo e Paolo Latella. Gli stipendi mensili, mese per mese, senza saltare nemmeno uno, dovevano arrivare soprattutto dal traffico di droga proveniente da Platì e Roccaforte del Greco per aver fatto parte di un’associazione a delinquere di tipo mafioso denominata ‘ndrangheta ed in particolare del sodalizio BORGHETTO – CARIDI – ZINDATO, governato da un ben oliato sistema dei ‘cerchi concentrici’, operante nell’ambito della più ampia cosca LIBRI, alleata con i Rosmini ed i Serraino, che nella seconda guerra di mafia erano avversari e rivali, finalizzata al controllo dei quartieri di Modena, Ciccarello e S.Giorgio extra di Reggio Calabria, ma anche San Sperato e rione Marconi, previa spartizione tra gruppi criminali, sulla base di deliberati mafiosi, del territorio d’influenza e delle attività criminali da perpetrare sullo stesso; avvalendosi della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento ed omertà che ne deriva: - per commettere delitti come omicidi, estorsioni, danneggiamenti, detenzione e porto illegale di armi, anche da guerra ed esplosivi;- per acquisire in modo diretto o indiretto il controllo e la gestione di attività economiche, di concessioni di autorizzazioni, di appalti e servizi pubblici e comunque per realizzare per sé e per altri profitti e vantaggi ingiusti.- impedire o ostacolare il libero esercizio del voto e/o procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali. Con l’aggravante della disponibilità e dell’uso delle armi. Tempi grami, momenti difficili, per le cosche, si diceva. Anche perché, lo Stato incalza e stressa. Con i capi in carcere ed i reggenti in difficoltà tutto il peso della cordata è caduto sulla spalle di Carmela Nava, intesa “Melina”, moglie, mamma e nonna, Si rapportava con i due figli Zindato in galera, da cui prendeva le direttive e poi diramava gli ordini ai sodali ancora liberi. Il codice della ‘ndrangheta veniva applicato pedissequamente. Le “trascuranze” si pagavano con una testa mozzata di capretto, dentro la macchina; seconda trascuranza, la macchina bruciata. Ma per chi ‘sbagliava’, c’era il “cappotto di legno”. Torna dunque di scena, il ruolo preminente della donna all’interno delle cosche, che controlla il territorio; sta diventando oramai un classico, nel bene e nel male; ma, come dice il Procuratore Capo della Repubblica, nulla sfugge alla ‘ndrangheta. Nemmeno la criminalità comune e la micro-criminalità, che per “esercitare” sul territorio devono pagare la così detta “tassa ambientale”, in qualche modo simile al pizzo, pagato dalle ditte appaltanti in autostrada. Sebbene per una donna, benchè super-partes, non sia tanto agevole tenere uniti e compatti tre clan collegati e federati, ma pervasi da diffidenza e sospetto, frizioni, antagonismi e clima di costante fibrillazione; a parte la necessità dei singoli esponenti e delle “famiglie” di mantenere una certa ‘visibilità’. Fino ad oggi, il cartello ha dimostrato che i soldini ci siano; e la ‘bacinella’, la cassaforte della ‘ndrangheta ben rifornita di soldi in quantità, abbia funzionato con tempestività e quantità congrua. Tuttavia le frequenti operazioni dello Stato e delle sue articolazioni territoriali…Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza, coordinati dalla magistratura antimafia, con l’aiutino dei pentiti che “scatasciano” tutto ciò che sanno sulla cosca di appartenenza e di rimbalzo e carambola anche su altri clan di ‘ndrangheta, stanno smantellando, debellando, azzerando ed annientando le pur numerose bande dei clan di mafia. I processi vengono celebrati; le condanne fioccano. Il ‘ripascimento’ dei clan funziona, ma con crescente difficoltà. Anche perché lo Stato, continua a sfornare una legge dopo l’altra, decreti, disposizioni e normative ad hoc. Gli avvocati fanno il loro dovere e spesso riescono a smontare anche tanti castelli accusatori, ma servono soldini in quantità industriale, altrimenti cause non se ne vincono; e, le condanne fioccano, come la neve a Courmayeur. Non basta il ricco traffico di armi e droga, per mantenere i ‘soldati della mafia, i carcerati, le loro famiglie, le vedove e gli orfani di mafia; perché anche qui l’azione delle forze di polizia, prevenzione ma anche repressione dei reati e dei delitti, si è fatta asfissiante e costante. Come dimostra il sequestro annuale di tonnellate di droga, lungo l’asse appenninico e sotto l’arco alpino. Le rotte principali, sono controllate dalla ‘ndrangheta, partner privilegiato dai narcotrafficantes centro e sudamericani( Messico, Colombia, Ecuador, Bolivia, Perù…). Quando qualche “mariuolo, travolto dalla cupidigia e dall’ingordigia, si “frega” i soldi del mensile dei carcerati, serve prenderlo per il bavero della giacca e strattonarlo; ma il ‘consigliori’, consiglia di non arrivare mai al delitto, che potrebbe stravolgere tutto e provocare pericolose spinte e controspinte all’interno del sodalizio malavitoso. I consigli del mèntore della cosca, talora però, viene disatteso ed allora succede il patatrac. Paga il singolo, ma il clan, viene annichilito. Il procuratore capo della DDA Federico Cafiero De Raho, il p.m. Stefano Musolino, il gip Adriana Trapani, continuano a colpire i clan di mafia, tuttavia la guerra è ben lunga e dura. Il secolare braccio di ferro fra “Guardie & Ladri”, non finisce certo con quest’operazione. La mafia è come l’Idra di Lerna. Per ogni testa mozzata ne ricrescono due. Lo Stato, per debellarla definitivamente, deve indossare i panni di Ercole. Domenico Salvatore
Di seguito i nomi e le foto segnaletiche degli arrestati nell’ambito dell’odierna Operazione Cripto, eseguita a Reggio Calabria dal Comando Provinciale dei Carabinieri nei confronti di 19 soggetti accusati a vario titolo di appartenere alla cosca di ‘ndrangheta Caridi-Borghetto-Zindato operante nella zona sud della città: BARBARO Domenico cl.1966 Borghetto Eugenio cl.1968 BULLACE Domenico cl.1974 BUZZAN Rosa Maria T. cl.1962 CUZZOLA Natale cl.1963 IANNI’ Alessandro cl.1992 LATELLA Paolo cl.1970 LAURENDI Domenico Antonio cl.1982 LAURENDI Francesco cl.1960 LAURENDI Giuseppe cl.1993 NAVA Carmela Maria cl.1952 PARISI Biagio cl.1961 PENNESTRI’ Cosimo cl.1976 POLIMENI Massimiliano cl.1993 VARANO Domenico cl.1982 VENTURA Domenico cl.1963 Zindato Francesco cl.1977 Zindato Gaetano Andrea cl.1984Le foto degli arrestati


















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