Etnie, minoranze e culture. Un raccordo fondamentale per comprendere il valore storico e antropologico delle realtà dei linguaggi e delle letterature alla cui base c'è sempre una precisa identità.Abbiamo chiesto di rispondere ad alcune domande su tale questione a Pierfranco Bruni, esperto di culture del Mediterraneo e autore di numerosi saggi e studi su tale problematica e Responsabile Progetto Minoranze – Etnie del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo. (A cura di Miriam Katiaka)Domanda. L'etnia vive tra la letteratura, l'antropologia e la storia. Ma ci sono elementi anche archeologici sui quale nei suoi studi Lei si è soffermato. È vero?Risposta. Tra il mondo archeologico e quello storico si inserisce quella dimensione in cui la tradizione diventa chiave di lettura in una società delle comunicazioni. L'antropologia è tra le "scienze umanistiche" meno bisognosa di staticità. L'antropologia è dialogante, comunicante, colloquiante. Ma il bene culturale deve essere, comunque, sempre tale.Le etnie, nella storia, sono da collocarsi sempre in un bacino geografico, tranne quelle appartenenti ai popoli vaganti, e possono essere lette in una complessità di raccordi tra popoli. In questo raccordo tra popoli si verifica la "prassi" e l'ontologia, come già si avvertiva, della contaminazione.DOMANDA. Il rapporto tra immigrazione ed emigrazione anche sul piano letterario offre precise chiavi di lettura in termini di beni culturali. In che senso?RISPOSTA. In una società "colorata" dalle culture multietniche le eredita storiche offrono la possibilità di una consapevolezza delle conoscenze, i cui popoli emigranti sono i veri portatori. Il legame tra emigrazione e immigrazione diventa sempre più un articolato modello di confronto – incontro tra civiltà certamente, ma anche tra memorie, le cui identità sono rappresentate dalla lingua, dalla tradizione, dai costumi e dagli usi oltre che da quelle forme antropologiche che possiamo identificare come antropologie parlanti: dalla musica al canto.Le etnie storiche sono un bene culturale che non va contestualizzato soltanto come modello antropologico. Bensì come un bene immateriale che vive nella rappresentazione di un mondo popolare che è dentro il concetto di appartenenza.Un bene culturale che si manifesta con tutte le sue diversità ma anche con tutte le sue capacità indivisibili, visibili e condivisibili.Domanda. Le etnie restano un bene culturale?Risposta. E' proprio così. Dall'etnie a un processo multietnico. Non si tratta di una questione moderna. È una realtà nella storia. Ecco perché le società che oggi vengono definite "colorate" negli intagli del tempo – storia quella etnia ha sempre dato vita a una cultura di più etnie.La multienicità è un fenomeno storico che ha riguardato i popoli Germanici e, in modo particole, tutte le civiltà dei Mediterranei che sono punto ventrali nel nostro tempo.Bisogna partire da un presupposto fondamentale: le etnie storiche sono un bene culturale. Restano tali pur nelle società in transizioni come quelle che ci attraversano.Domanda. E' proprio vero che l'Italia è una civiltà delle etnie anche sul piano letterario?Risposta. Certamente. C'è una letteratura che va da Grazia Deledda a Cesare Pavese. Da Carlo Levi a Fulvio Tomizza. Da Corrado Avaro a Fabrizio De André. L'Italia è una civiltà delle etnie. Etnie convergenti in una cultura inclusiva la cui letteratura diventa fondamentale.Da questo punto di vista ogni minoranza linguistica non può non considerarsi una espressione etnica.
Su questo da alcuni anni sto portando avanti uno studio che vede nel Mediterraneo le chiavi di lettura che pongono le etnie come conciliazione tra civiltà e cultura. Un antico insediamento nella coscienza dei popoli.
Sono le etnie il vero elemento di un processo antropologico nella visione geopolitica tra Europa e Mediterraneo.Domanda. Spesso Lei parla di Mediterraneo, anzi è il suo testamento sia dal punto di vista umano che culturale e specificatamente letterario. Le sue matrici all'interno di una etnia della letteratura?R. Precisiamo subito. C'è un Mediterraneo che è confine, eredità, accoglienza. Ma in questi tre aspetti serpeggiano le cadute delle civiltà. Tutto è comprensibile e giustificabili, ma la soluzione che potrebbe essere per i migranti di chiara rilevanza economica e sociale diventa immediatamente antropologica, culturale, geo-politica. Il Mediterraneo, tra Sponda Sud e Sponda Nord, è un destino che ha sempre attraversato le storie dei popoli migranti lungo le rotte dei popoli che sono civiltà.Le frontiere separano. Ma bisogna sempre guardare ad un viaggio che include, ovvero ad viaggio includente, ovvero bisogna comprendere il senso del viaggio prima per comprendere il proprio viaggio ulissico e poi per spezzare le finestre e dare voce alle partenze. Il viaggio è una costante partenza. I migranti conoscono la partenza e non entrano nel sentimento del ritorno.Domanda. Migranti ed etnie. Una realtà ma anche una metafora sul piano letterario?Risposta. Vero. La metafora più vera è quella di considerare una frontiera come un muro (lo ha detto Sartre) ma la frontiera è anche il richiamo di una nostalgia di ciò che abbiamo lasciato prima di attraversarla e da questo punto di vista Albert Camus è un maestro nell'aver indicato il concetto di "Meridiano" come posizione di attesa di una esistenza tra gli uomini, tra i popoli e tra le civiltà.Possono essere "provvisorie". Lo sono. Ma non può esserci comprensibilità della frontiera senza un porto antropologico tra gli uomini e le tradizioni, perché attraversare frontiere vuol dire anche tentare di non perdere la memoria e la tradizione. La speranza dei migranti possono diventare illusioni.Il viaggio dei viaggiatori è ben altra cosa. I viaggiatori non fanno mai i conti con le frontiere. Il viaggio è una realtà e una metafora le frontiere sono esistenze dell'anima e conflitti tra civiltà. Il viaggio dei viaggiatori è sempre un ritorno. Il viaggio dei migranti è sempre una partenza che si intreccia nella speranza che si definisce nell'illusione di stanziarsi in una nuova terra, attraversando il mare.Non bisogna, comunque, mai disperdere il valore delle appartenenze. Nelle appartenenze ogni valore diventa antropologia dell'esistere.(A cura di Miriam Katiaka)
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