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Tagore lungo la via dei viandanti senza cercare ma ritrovandosi - di Pierfranco Bruni

Tagore lungo la via dei viandanti senza cercare ma ritrovandosi

di Pierfranco Bruni 

C'è un legame stretto tra il tema del viandante che si ritrova nella pazienza – attesa e il viaggiare nel cuore dell'amore. L'infinito non è solo un gioco dell'anima. È l'anima che si ritrova nel sempre. La lezione di Tagore è un indelebile cammino: "Lascia il tesoro sulla spiaggia e salpa/sopra l'oscurità insondabile/verso la luce infinita".
Uno dei primi studiosi dell'opera poetica di Rabindranath Tagore (Calcutta 1861  - 1941)  è stato Ezra Pound, il quale scrisse  nel 1913 un importante intervento critico su "Fortnightly Review".  Un poeta d'amore il cui percorso tematico si è intrecciato con una liricità profondamente vissuta sul filo di una marcata sensualità. Una poesia che ha nel suo interno un vissuto melanconico i cui segni sono chiaramente rintracciabili proprio nell'inteso disegno sentimentale. Una poesia d'amore totale che si intreccia nell'essere e nel tempo della condivisione del viaggio.
Il viaggio non come tematica ma come "esercizio" di una costante testimonianza che vive sull'onda di una spiritualità che raccorda la nostalgia con la visione della speranza. E l'amore diventa sempre salvezza. Dimensione del senso in quella "saggezza della via invisibile".
Ci sono tre riferimenti fondamentali nella poesia di Tagore, soprattutto nel canto poetico, e si leggono nelle due figure del viandante e del pellegrino e in quella straordinaria che racconta il destino dello straniero. Lo Straniero è un richiamo costante perché sottolinea le voci del destino che diventano echi, frammenti di sogno, tasselli del mosaico del viaggiatore. Nel mosaico il viandante e il pellegrino sono un grido maestoso. Tagore  suggella così così il suo raccordarsi con lo Straniero: "…l'eterno straniero mi chiama,/egli procede per la via".
Lo straniero, in fondo, è la metafora della libertà: "le mie ali sono piene/di desiderio di cielo". Ma l'amore è nel vissuto degli amanti. Amore – amante dirà sempre Tagore. Non può esserci amore senza il desiderio  degli amanti. Un destino incrociato. Gli amanti sono un destino incrociato che vive in una consapevolezza fatta di sogno, di viaggio, di salvezza.
In qualsiasi momento e in qualsiasi luogo l'amore è salvezza. "Vieni a passeggiare nel giardino, amore mio". Perché il viandante è sempre un sogno che si ripropone e ritorna come allegoria o come gioco o come non descrizione o come passaggio. Passaggio di ombre o di anni. L'amore è nel viandante e il viandante non può che amare come amante.
Con l'intensità dell'amante che si definisce sì nel viaggio – fuga ma anche nel destino  del pellegrino che recita il sogno e il segno dell'andare sempre. Così: "Sono il viandante d'una strada senza fine,/A te il mio saluto di viandante!". E il viaggiare prosegue lungo i tratturi dell'indefinibile ma è rimangono indefinibili proprio gli amori che hanno lo sguardo degli amanti. Ma tutto sembra perdersi e poi tutto ritorno con i passi che lasciano orme sul palmo del cuore. Come per dire: "Deponi il tuo liuto, amore mio,/lascia libere le braccia/per abbracciarmi". L'attesa è nella pazienza ma la pazienza avrebbe senso se non ci fossero le rughe della speranza e questa nasce dalla capacità di rendere fluida l'inquietudine. L'inquieto esistere non è un capriccio e neppure un rischio. È una condizione dell'esistenza. Una condizione del quotidiano esistere dentro la vita e negli amori.
Ma è l'amore che salvifica: "D'onde questa inquietudine, amore mio?/Lascia che il mio cuore sfiori il tuo/e scacci con un bacio il dolore/del tuo silenzio". Sì, una poesia di una delicatezza limpida ma che non disdegna una sottilissima vena di sensualità. Certo, la sensualità sta nelle parole, sta nella costruzione del verso, sta anche nella liricità che esploda lentamente ma è parte integrante di un soffuso elemento estetico che ha un suono meraviglioso qual è il sublime. L'amore come sublime estasi in un incontro che si vive "nella notte stellata di marzo".
Il viandante non cerca la riflessione. Resta sullo scoglio e osserva il cielo nella linea dell'orizzonte e conta i colori dei tramonti. Con i tramonti riesce a misurare le distanze e poi il tempo e alla fine raccoglie tutti i ricordi e li porge come onda di vento. "Viandante, dove vai?". Forse va in cerca dell'amore. Ma il viandante è l'amante che non chiede vie di scampo. Ma da viandante è un personaggio della passione e resta nel tracciato dei destini. L'amore è destino. Fino a quando "I miei canti si confondono al mio amore". È la recita che ci lascia, appunto, il viandante che sa che ogni parola è una misura nella vita e nel tempo.
Nella nostra anima c'è sempre il cammino del viandante e il nostro camminare è nel gioco delle attese che lo stesso viandante decifra.  Decifrare il senso e il viaggio all'interno di un processo che non riguarda soltanto il dato geografico ma soprattutto quello esistenziale. Il viandante – camminante – pellegrino è una esistenza nel tempo e il tempo è un vissuto e un vivere che raccorda l'armonia dello spazio con il senso del destino. E l'amore ha sempre un racconto da recitare tra le maree delle nostalgie e i silenzi delle sere dissolte lungo il quotidiano delle tracce che lasciano sul nostro passaggio. Siamo un attraversamento.
Qui e altrove perché siamo, oltre tutto convinti, che la nostra richiesta è sempre una richiesta di senso e di orizzonte. Come in questo inciso che lascia le voci nel di dentro: "Accoglimi, Signore,/per questa volta, accoglimi". L'amore, immenso amore che travolge e riposta, amore che si dipana nell'esistere e nel gioco dell'infinito mai perduto e sempre vissuto. Una sottolineatura che fa di Tagore un poeta d'amore completo o nell'amore della completezza e lo rende sempre visibilmente spiritualizzato nei viaggi di una interiorità simbolica.
Il simbolo e il sublime. L'amore è estasi: Così: "Non soffocare questo istante/sotto vane parole, ma lascia vibrare/i nostri cuori in un fiume di silenzio/che spazza tutti i pensieri/verso una gioia sconfinata". Ma qual è la sintesi, se tale può definirsi, della poetica d'amore di Tagore? Si potrebbe enucleare con un suo stesso passaggio – paesaggio d'anime che recita: "…la gioia di raggiungere l'Infinito, cercandolo nel finito". Mi pare che sia un'immagine efficace  in una dimensione in cui la poesia assume una visione cosmica. La poesia come assoluto. La poesia, dunque, come infinito. Ma la poesia sostanzialmente come viaggio in una tensione che è lirica ma è anche pregna di quelle motivazioni in cui prevale sempre l'essere. L'essere oltre la storia. O meglio i destini oltre le storie affinché "Le mie sono piene/di desiderio di cielo". Desiderio di infinito e di orizzonte che non conosce i limiti.
Come in questo recitativo: "Dove le strade sono già fatte/io smarrisco il cammino./Nel mare immenso, nell'azzurro cielo,/non c'è la traccia d'un sentiero./Il viottolo è nascosto dalle ali/dagli uccelli, dai fuochi delle stelle,/dai fiori delle mutevoli stagioni./E chiedo al mio cuore se il suo sangue/porta la saggezza della via invisibile". Siamo, comunque, sempre dentro o dietro la via invisibile. Questa via che è invisibile all'occhio esterno diventa l'immagine che ci guida e ci accompagna senza farci perdere. L'amore è un viandante che non smette di cucire le ferite del tempo e della storia e noi non solo siamo gli eredi di questo amore viandante, che non è mai fuga o fugacità, ma siamo soprattutto la bellezza di questo amore – viandante.
Nella bellezza che è l'invisibile e il senso dello spirituale la poesia prende forma. Prende forma proprio come elemento primordiale. Questo è l'amore: "Venisti per un momento al mio fianco/e mi toccasti con il grande mistero/della donna che c'è nel cuore/della creazione". Ecco dunque toccare il punto centrale di questo incontro: la creazione.
La poesia è il mistero che si raccoglie nella creazione. Non più soltanto fantasia. Ma creazione. La poesia che è nella marea del nostro esistere nel viandante – amore o nell'amore – viandante nasce come elemento della creazione. Ovvero come dono. "Lascia che il tuo amore suoni la mia voce/e si posi sul mio silenzio". È certamente un ricercare nel soffio dell'attesa.
Ma cosa fa il viandante? Regala onde di pazienza e accarezza il lascito del tempo tra gli echi delle conchiglie che riportano suoni di un ricordare che mai si disperde o si smarrisce. Ritornano gli echi e il viandante li custodisce intrecciando alla pazienza il sentiero dell'attesa. Forse così: "'Viandante, e se la notte vi sorprende?'/'Ci stenderemo a dormire/finché il nuovo giorno spunta cantando,/e il richiamo del mare/viene fluttuando nel mare'".
Il mare è il sogno della contemplazione. E la parola contemplante scivola tra  le rughe della solitudine. Non si sconfigge la solitudine. Con la solitudine si convive e con essa si dividono le con divisibilità dell'inquietudine armonia – disarmonia dell'esistere. Il desiderio di eterno  è nella parola recitante che fa dell'amore il desiderio d'amare nella consapevolezza che ogni gesto, ogni segno, ogni sguardo sono  l'attesa contemplante che ci parlerà e ci indicherà la strada.
Verrà il tempo in cui la strada ci sarà indicata. "Non remare più ma lega la barca/ad un albero". Per amare. Soltanto per continuare ad amare.

 



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