Il 10 giugno del 1924 veniva rapito e ucciso Giacomo Matteotti, l'esponente socialista più volte deputato e nel 1922 anche segretario del Partito Socialista Unitario. Qualche giorno prima del rapimento, il 30 maggio, in un discorso contestatissimo e più volte interrotto, aveva denunciato alla Camera dei Deputati i brogli che i fascisti avevano compiuto in occasione delle recenti elezioni politiche del 6 aprile 1924 che avevano dato la maggioranza assoluta dei seggi al cosiddetto listone che vedeva insieme fascisti, destra,
liberal-nazionali e nazional-popolari. "…Ora – disse Matteotti – contestando la validità del voto, contro la loro convalida noi presentiamo questa pura e semplice eccezione: cioè, che la lista di maggioranza governativa, la quale nominalmente ha ottenuto una votazione di quattro milioni e tanti voti, cotesta lista non li ha ottenuti, di fatto e liberamente, ed è dubitabile quindi se essa abbia ottenuto quel tanto di percentuale che è necessario per conquistare, anche secondo la vostra legge, i due terzi dei posti che le sono stati attribuiti!". Il suo assassinio costituì l'avvio della soppressione del regime parlamentare e l'instaurarsi della dittatura fascista. Alla figura di Matteotti, a novanta anni esatti da quegli eventi, l'Associazione Culturale Anassilaos dedica un incontro che si terrà martedì 10 giugno alle ore 18,00 presso la Sala di San Giorgio al Corso con l'intervemto del Prof. Antonino Romeo. Nato a Fratta Polesine nel 1885 fu tra gli organizzatori delle lotte bracciantili per il collocamento e l'imponibile della manodopera. Venne eletto alla Camera nel 1919, 1921 e 1924 e come parlamentare sostenne la riforma agraria e la polemica antiprotezionistica. Testimone diretto dello squadrismo di val padana maturò un avversione profonda al fascismo. Fu aggredito, rapito e probabilmente ucciso il 10 giugno 1924 da sicarî fascisti, anche se il suo cadavere fu ritrovato due mesi più tardi. La sua morte, la cui responsabilità sul piano politico era attribuibile al PNF e allo stesso Mussolini, mise in crisi il fascismo provocando quella grave crisi politico-parlamentare culminata nella secessione dell'Aventino cui Mussolini mise fine nel celebre discorso del 3 gennaio 1925. Disse, tra l'altro, "Ebbene, dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto. Se le frasi più o meno storpiate bastano per impiccare un uomo, fuori il palo e fuori la corda! Se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa! Se il fascismo è stato un'associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere! Se tutte le violenze sono state il risultato di un determinato clima storico, politico e morale, ebbene a me la responsabilità di questo…"
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