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REGGIO CALABRIA, La cattura del "Nano" Nino Lo Giudice, inseguito da cinque Procure

Il 30 ottobre 2013, la Corte d'Appello di Reggio Calabria, Iside Russo presidente, ha condannato i due collaboratori di giustizia Nino Lo Giudice irreperibile da diversi mesi, dopo avere mandato agli organi di stampa un memoriale, seguito a distanza di tempo da un secondo memoriale, in cui ritratta tutte le accuse e Consolato Villani, rispettivamente a nove e otto anni di reclusione. In primo grado, il 31 gennaio 2011 Mimmo Gangemi, è stato condannato alla pena di 8 anni di carcere. Paolo Sesto Cortese,  a 3 anni di reclusione; Giuseppe Perricone e Madalina Turcanu,  a 2 anni e 4 mesi e 2 anni.  Assolto Consolato Romolo; in primo grado aveva rimediato una condanna a 8 anni di reclusione. In conferenza stampa oltre al procuratore capo della Repubblica, Federico Cafiero De Raho e l’aggiunto Ottavio Sferlazza, c’erano:il questore Guido Nicolò Longo, il capo dello SCO nazionale Raffaele Grassi ed il direttore dello stesso ufficio Andrea Grassi, il capo della Squadra Mobile, Gennaro Semeraro ed il suo vicecapo, anche dello Sco della Questura, Francesco Rattà


La conferenza stampa e le interviste

REGGIO CALABRIA, IL MAMMASANTISSIMA NINO LO GIUDICE, CHE ERA TENUTO BEN NASCOSTO DA MOGLIE E FIGLI, NON SI È MAI MOSSO DAL SUO TERRITORIO, MA GLI AGENTI DELLA SQUADRA MOBILE, LO HANNO SCOVATO A VITO SUPERIORE, ALL’INTERNO DI UNA VILLETTA. CALA IL SIPARIO SULL’ENNESIMA STAGIONE DEL CORVO E DEI VELENI?

Il pentito (sino a prova contraria; ma non è nel limbo della Giustizia) Nino Lo Giudice, che ancora dormiva in una villetta del quartiere Vito, periferia nord di Reggio Calabria, ritenuto attendibile (tranne che in una dibattuta circostanza) si era accusato degli attentati ai magistrati reggini, Salvatore Di Landro iniziati con la bomba alla Procura Generale della Repubblica e Giuseppe Pignatone, procuratore capo della Repubblica (poi trasferito a Roma), bazooka ed altro, è stato scovato dagli uomini della Squadra Mobile reggina, guidata dal primo dirigente, Gennaro Semeraro e da quelli dello Sco, galvanizzato  dal primo dirigente Francesco Rattà. Il mammasantissima pentito, Antonino Lo Giudice, in tutto i fratelli Lo Giudice, figli del boss Giuseppe, erano dodici, è stato catturato all'alba.  Con lui, c'era la moglie; ed è stato proprio seguendo i familiari più stretti, che "Nino il Nano" è finito nella rete degli "invisibili" della Polizia Stato. 
Domenico Salvatore

REGGIO CALABRIA- Un mammasantissima, non abbandona mai il suo territorio. Eccezion fatta per i broker della cocaina o dell’eroina. Come sostiene il dottor Nicola Gratteri, procuratore aggiunto a Reggio Calabria, autore di fortunati lavori letterari, in coppia con il giornalista Antonio Nicàso. In questo caso, il capobastone aggiunto, risponde in prima persona ed in tutti i dettagli, ai suoi ordini e comandi; che non sono i comuni “pizzini” o le ‘mbasciate trasversali; ma il rapporto diretto o per interposta persona; possibilmente un familiare od un parente di elevato grado e dote. Lo ha confermato in conferenza stampa, rispondendo alle domande dei giornalisti, il procuratore capo della DDA reggina, Federico Cafiero De Raho. Intorno a questo fulcro indiscutibile ed inamovibile, hanno lavorato sin dal primo momento gli uomini del questore Guido Nicolò Longo, che si duole di non poter partecipare direttamente alle indagini:” Giuridicamente non posso farlo. A me spettano per legge, le funzione di dirigente e coordinatore. Tutto il lavoro investigativo, passa dalle mani del capo della Squadra Mobile, Gennaro Semeraro e tutto il contorno di funzionari a vario livello”. Una conferenza stampa dominata dai colori, che non sono quelli fantasmagorici del “pittore e colonnello Autunno”. Bianco, il colore dell’agente, semi-svenuto, durante la conferenza stampa; forse, per un calo di zuccheri. 

Verde, il colore della speranza di poter liberare un giorno il territorio infestato dalla “Gramigna”, come va sostenendo il dottor Ottavio Sferlazza, che si è beccato i complimenti del questore Longo. Rosso, il colore dipinto sul volto del primo dirigente Gennaro Semeraro, capo della Squadra Mobile, letteralmente travolto da una valanga di complimenti, che valgono il doppio. Quelli, del suo diretto superiore, Nicolò Guido Longo, di cui è il pupillo. E quelli del procuratore De Raho, che al prologo,  ha escluso  che Nino Lo Giudice sia un mitomane e si è lamentato del servizio unilaterale e senza essere stato interpellato, nè intervistato, di “Mamma RAI”:”È difficile trovare un uomo dello Stato-riferendosi al dottor Semeraro-così bravo da unire umiltà e capacità professionale. Fucsia, il colore stampato sul viso del questore Longo, che per il suo lavoro altamente professionale, sta ricevendo un sacco ed una sporta di complimenti, a destra ed a manca. Giallo è il colore che circonda la vicenda del “Nano” Lo Giudice. Blu il colore dipinto sul volto dei familiari del latitante, allorchè si sono visti piombare fin dentro casa, gli agenti della Polstato.  Rosa, il colore preferito dai poliziotti, quando ammanettano i fuorilegge. Pistacchio il colore preferito dai giornalisti, quando ricevono le dritte giuste per redarre i loro articoli e così via. Fuori di metafora, c’è la soddisfazione piena, totale ed incondizionata del Procuratore Capo della Repubblica: “Oggi è un giorno speciale. Un segnale giusto per la città dello Stretto”.  

I complimenti non producono punti e non fanno classifica, tuttavia, fanno morale; questo è certo. Li incassa pure il capo nazionale della SCO, Raffaele Grassi:” Ringrazio il Questore ed il Procuratore. La nostra presenza è più costante, giorno e notte, perché voluta dal capo della Polizia, Alessandro Pansa. Ci siamo visti in occasione della cattura del boss Francesco Nirta; rieccoci oggi con un arresto altrettanto importante. L’ex procuratore capo della Repubblica pro tempore, aggiunto Ottavio Sferlazza, riceve la sua quota di congratulation. Sebbene a sua volta, li confezioni per gli attori principali dell’operazione. Per qualche secondo, prende la parola, il capo della Squadra Mobile, Gennaro Semeraro, che  all’atmosfera salottiera, preferisce l’azione sul campo, assai più gratificante. Come del resto il dottor Rattà. Per ringraziare gli estensori dei complimenti al suo indirizzo ed a quello degl’invisibili suoi uomini, che lavorano nell’anonimato, ma che in fondo sono i veri protagonisti delle operazioni. Da cui emerge anche, il senso del sacrificio e dell’abnegazione, ma anche dell’esperienza, della competenza e della professionalità.  Tutori dell’ordine e della sicurezza, che lavorano quattro stagioni all’anno, senza rulli di tamburo, né squilli di fanfara. Al servizio della Stato, del cittadino, della collettività. Rispondendo alle domande dei giornalisti il Procuratore Capo della DDA, ha dichiarato che in linea di massima il pentito Nino Lo Giudice sia attendibile. 

Per come emerso dalle carte processuali. Sebbene, non manchino le zone d’ombra. Riguardo al ruolo che sarebbe stato svolto dalla compagna “marchigiana”, De Raho, ha sorvolato, preferendo parlare della moglie e dei figli. Lo Giudice, durante la latitanza, aveva fatto recapitare a due avvocati reggini un memoriale nel quale ritrattava tutte le sue dichiarazioni sostenendo che la sua collaborazione con la giustizia era dovuta a pressioni da parte di alcuni magistrati di Reggio Calabria.  Lo Giudice, aveva nominato un poool di avvocati per farsi difendere. Quattro avvocati del Foro Reggino:Lorenzo Gatto, Giuseppe Nard, Giacomo Iaria e Antonio Tarsitani, che con motivazioni diversificate, hanno rifiutato il patrocinio; se non preso le distanze. A "nasconderlo" sarebbero stati proprio i figli che, molto probabilmente, erano le uniche persone di cui Lo Giudice si fidava. Lo Giudice, fino alla scorsa primavera ha testimoniato in diversi maxi processi contro i clan ed è considerato il boss dell'omonima ‘ndrina di ‘ndrangheta; ritenuta una cosca spuria,  perché senza territorio; sebbene avesse il controllo di alcuni settori commerciali della città, come quello della frutta e dell'ortomercato; il boss dovrà spiegare tante cose, per chiarire una storia dai profili torbidi.  
Diversi gli episodi ideati, disse, per vendicarsi contro i magistrati dopo l'arresto del fratello Luciano, mente economica della cosca. Uno di questi, torbido e controverso, riguardava Alberto Cisterna ex numero due della Dna, ma ha fatto ploff! Tanto, che la stessa Dda  reggina, ha poi chiesto l'archiviazione.  Da domani scatteranno gl’interrogatori di garanzia. La magistratura che coordina il lavoro sul territorio delle forze di polizia, spera di ricavare tante notizie dall’abbondante materiale cartaceo ed informatico. Sembra che Nino Lo Giudice sia autonomo rispetto al paventato “puparo” che manovrerebbe dietro le quinte. Nino Lo Giudice era ricercato anche all’estero, ma probabilmente,-lo ha confermato De Raho-non si è mai mosso dalla sua città; aiutato nella sua latitanza dalla moglie e dal figlio. I giudici della Dda di Reggio Calabria  vogliono sapere le ragioni della sua fuga, rispetto alla località, assegnata dal Se.ce.pro. Ma anche perché, abbia deciso di ritrattare le sue precedenti dichiarazioni.  Durante la latitanza volontaria Nino Lo Giudice, fece recapitare ad alcuni avvocati e agli ordini di stampa, tramite il figlio Giuseppe, un memoriale dove diceva di essersi autoaccusato ingiustamente e che lui con le bombe non aveva nulla a che fare:”Mi sono inventato tutto”. Aveva pure ammesso, di essere stato costretto a raccontare vicende ed episodi di cui lui non era a conoscenza.

Erano stati chiamati in causa: Giuseppe Pignatone, ex procuratore capo a Reggio Calabria; Michele Prestipino, aggiunto della stessa Procura; Beatrice Ronchi, sostituto procuratore alla DDA reggina e Renato Cortese, ex capo della Mobile di Reggio Calabria, oggi capo della Mobile di Roma, come le persone che lo avrebbero “minacciato” qualora non avesse detto quello che loro avrebbero voluto sapere.  La “stagione dei corvi e dei veleni, riggitana”, aveva colpito altri magistrati come Alberto Cisterna, e già vice Grasso alla Procura Nazionale Antimafia, inquisito per corruzione, ma dopo due anni di indagini  completamente scagionato; la sua posizione è stata archiviata dal gip di Reggio Calabria, su richiesta della stessa Procura; e Francesco Mollace, sostituto procuratore generale, di recente trasferito a Roma. Una vicenda che ha chiamato in causa la Procura della Repubblica, di ben quattro città…Reggio Calabria, Catanzaro, Perugia e Macerata.
”I Lo Giudice, sono una 'ndrina, attiva nel Rione Santa Caterina di Reggio Calabria.Nella Seconda guerra di 'Ndrangheta i Lo Giudice si schierarono con gli Imerti-Condello, formando il cartello: Imerti-Condello-Serraino-Rosmini –Fontana-Saraceno- Logiudice. Opposti, ai De Stefano-Tegano-Libri-Barreca-Zindato- Ficara-Latella. Patriarca del clan è stato il mammasantissima Giuseppe Lo Giudice, capobastone della 'ndrina, ucciso in una faida il 14 giugno 1990 ad Acilia (Roma), dove abitava in regime di soggiorno obbligato. Antonino Lo Giudice (1969), detto Nino il nano, grado raggiunto (dote) Mammasantissima, arrestato nel 2010 e ora pentito. 

Il 15 ottobre 2010 Antonino Lo Giudice diventa pentito e confessa di essere il mandante degli attentati dinamitardi ai giudice, dopo che già 4 testimoni lo additavano come tale, nei confronti di Salvatore Di Landro, che in aula lo ha sbugiardato:”Antonino Lo Giudice mente non aveva motivo di avercela con me. Ma non può dire chi gli ha ordinato l'attentato, perché lo ucciderebbero”;e Giuseppe Pignatone e della Procura di Reggio Calabria avvenuti nel 2010. Luciano Lo Giudice, di 37 anni (nel 2011), nato a Reggio Calabria e detenuto presso la Casa Circondariale di Lanciano; Luciano Lo Giudice, con la dote della Santa, gestiva l'armeria della 'ndrina, costituita da armi anche da guerra, con l'aiuto dei fratelli Antonio Cortese, Pasquale Cortese e Paolo Sesto Cortese, dell’armeria “Top Gun” di Consolato Romolo, di Fortunato Pennestrì, dell’armeria “Caminiti”, e di Demetrio Giuseppe Gangemi. Giuseppe Lo Giudice, di 23 anni (nel 2011), nato a Reggio Calabria; 
arrestato per illecita detenzione di armi e munizioni, e in concorso con Salvatore Pennestrì e Giuseppe Perricone, avere tentato di commettere una rapina. Antonio Cortese, di 49 anni (nel 2011), nato a Bova Marina (RC) e attualmente detenuto presso la Casa Circondariale di Voghera (PV);Pasquale Cortese, di 58 anni (nel 2011), nato a Reggio Calabria; Paolo Sesto Cortese, di 46 anni (nel 2011), nato a Melito Porto Salvo;Salvatore Pennestrì, di 21 anni (nel 2011), nato a Reggio Calabria; grado raggiunto sgarrista, ramo estorsioni e usura. Accusato di detenzione illecita di armi, fonte Wikipedia per aver assicurato contatti. Giuseppe Perricone, di 23 anni (nel 2011), nato a Reggio Calabria;Vincenza Mogavero, di 35 anni (nel 2011), nata a Scilla e residente a Reggio Calabria; prestanome nell'intestazione di immobili e di attività commerciali, dei negozi “Norfish”, “Smile” e “Peccati di gola”.Madalina Cristina Turcanu, di 25 anni (nel 2011), nata a Barlaad, (Romania) e residente a Reggio Calabria ma abitante a Barcellona (Spagna); imputata di concorso esterno in associazione mafiosa per avere assicurato contatti fra detenuti ed altri in libertà e per avere custodito, nascondendole, armi della consorteria, dietro compenso in denaro. Giuseppe Reliquato, di 40 anni (nel 2011), nato a Reggio Calabria, grado raggiunto (dote) Vangelo, accusato di associazione mafiosa. Bruno Stilo, di 49 anni (nel 2011), nato a Reggio Calabria, con la dote della Santa, accusato di associazione mafiosa.

Fortunato Pennestrì, di 36 anni (nel 2011), nato a Reggio Calabria, accusato di associazione mafiosa”.  C’è nella storia, anche la pagina dedicata alla Massoneria. Il pentito Nino Lo Giudice, inteso ‘U Nanu’, sostiene a Macerata, località segreta per la sua protezione, di avere saputo da un suo confidente che proprio a Macerata esisterebbe una loggia massonica deviata collegata con altre logge. Negli  Anni Novanta, il procuratore capo della Repubblica di Palmi, Agostino Cordova tentò di svelare i rapporti poco chiari tra massoneria e criminalità. Fece discutere, il suo  misterioso trasferimento alla importante e prestigiosa Procura di Napoli. Fu pure in corsa per la Procura Nazionale, ma non ci arrivò mai. Promoveatur ut amoveatur? Oggi sulla massoneria reggina e locrese,  si agita lo spettro del pm Henry John Woodcock, dopo che qualche iscritto è stato più volte monitorato dall’antimafia reggina e non solo per presunte vicinanze con ambienti malavitosi. Nel dossier dei carabinieri sono  citati noti personaggi di Vibo Valentia e del Centro Italia. A rivelare diversi particolari  tra massoni e professionisti, tra logge, politica e Chiesa, ci sono le carte di un’informativa. 

In un'intercettazione, due appartenenti ad una importante loggia massonica riconosciuta a livello nazionale, parlano dell’inchiesta portata avanti dal pm di Potenza Henry John Woodcock: che attraverso le  Prefetture competenti, aveva richiesto ai vertici degli ordini massonici nazionali gli elenchi dei loro iscritti. Resta da vedere, se siano invischiati o meno,vescovi e sacerdoti, ma anche mafiosi, imprenditori e politici. A parte, che nel capoluogo della Calabria, venga portata avanti l'indagine della Dda di Catanzaro sulla loggia massonica, che avrebbe avuto rapporti con la cosca Mancuso di Limbadi, coordinata dal pm Pierpaolo Bruni. Sulla vicenda Nino Giudice, il pentito della 'ndrangheta scomparso il 5 giugno 2013, dalla località protetta dove si trovava agli arresti domiciliari, stanno lavorando quattro procure o cinque, come detto. Spicca, il pool di magistrati coordinati dal procuratore della Dda di Catanzaro Vincenzo Antonio Lombardo e dal procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli, indaga sulla vicenda di Antonino Lo Giudice. Indaga anche la Procura di Perugia.  Intanto, i giudici della Corte d’appello di Catanzaro, hanno confermato la condanna di primo grado per Lo Giudice a 6 anni e 4 mesi per la stagione delle bombe e le intimidazioni ai magistrati reggini del 2010 . 

E c’è di mezzo, pure un verbale del pentito di origini pugliesi, il collaboratore di giustizia Massimo Napoletano, parole messe nero su bianco la cui attendibilità è al vaglio delle Procure di Perugia e Catanzaro che dichiara…“Quando alla fine di maggio sono stato aggredito nella mia cella (in presenza di un altro collaboratore che può confermare) loro mi dicevano che il Lo Giudice avrebbe ritrattato tutto e mi invitavano a ritrattare tutto e accusare voi, i pm, ma in particolare accusare il dott. Pignatone. Ma come facevano a sapere già a fine maggio che il Lo Giudice avrebbe ritrattato?”. Domenico Salvatore


































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