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"L'Ora della Calabria" nel mirino della magistratura, Spalanchiamo quelle persiane chiuse, è l'ora dell'amore

L'Ora della Calabria e la (mancata) solidarietà al direttore Piero Sansonetti ed al caposervizio delle pagine reggine, Consolato Minniti. Dopo tre giorni, la montagna ha partorito il topolino
QUELL'ABISSALE DIFFERENZA NELLA COMUNICAZIONE FRA NORD E SUD
Domenico Salvatore

L'Ora della Calabria è uscita fuori dal seminato? Intanto, è finita nell'occhio del ciclone dei giudici reggini. A nostro avviso, non c'è delirio d'onnipotenza e nemmeno libertà di stampa minacciata. I giudici, erano "bravi bravissimi" ai tempi di tangentopoli ed oggi, che cosa sono, brocchi o ronzini? Non potest servire duobus dominis. Comunque, è successo un fatto che invita a riflettere. "Il Fatto Quotidiano", riporta la fustigazione dei costumi dei giudici offerta dal procuratore aggiunto della Repubblica di Milano Ilda Boccassini, pronta a "denunciare la trasformazione sociale dell'identità del magistrato, sia esso giudice o pubblico ministero, che nella storia recente della Repubblica è spesso assurto a stella del firmamento sociale, si è fatto, malgrado ogni sua buona e condivisibile intenzione, parte di una battaglia; ha goduto di un riconoscimento che magari esuberava dalle sue funzioni, dalla qualità di rappresentante della legge ("uguale per tutti") che gli avrebbe dovuto far osservare l'obbligo di assoluta e rigorosa discrezione…idoli quando gli italiani, o parte di essi, assistevano oramai impotenti alla larga e sfacciata impunità di cui godeva la classe dirigente. La crisi morale così acuta, un circuito tangentistico diffuso e visibile, la teorizzazione della clientela come sostituto funzionale di ogni ideale, avevano condotto l'Italia al default economico ed etico…" . Si chiede ancora "Il Fatto Quotidiano…"Si diventa star forse anche perché la società è così tanto debilitata, depressa, spaurita. Le stesse ragioni che hanno fatto di Falcone e Borsellino, icone della Repubblica, maestri venerati. Hanno pagato con la loro vita una battaglia che lo Stato aveva rifiutato di condurre. Sono stati solo magistrati o anche eroi civili? Noi diciamo chiaro, forte e tondo:" Giudici, grazie d'esistere! Siete indispensabili per dirimere la vexata quaestio; per amministrare la Giustizia". 

Li incontriamo, già ai tempi del processo a Gesù Cristo (Anna, Caifa, il Sinedrio) arrestato nell'orto del Getsemani, fuori Gerusalemme, dopo il bacio del traditore Giuda Iscariota. Alla fine dei tempi, mandato dal Padreterno, Gesù Cristo, verrà per giudicare i vivi ed i morti. Il Signore in carne, ossa e Spirito Santo, stabilì che i giudici siano  importanti; anzi indispensabili. Egli stesso sarà il Giudice Supremo, che giudicherà la nostra prova terrena. "Nessuno conosce quel giorno e quell'ora. Soltanto il Padre" dice Matteo . Ed ancora:"Se il padrone di casa sapesse a che ora viene il ladro non si lascerebbe scassinare la casa" avverte Luca. Ci sembra lapalissiano, tuttavia, affermare in questa sede, che i giudici di questa Terra, non siano dei Padreterni, come qualcheduno insinua subdolamente. Detta così, potrebbe sembrare una difesa d'ufficio dei giudici. E che male ci sarebbe poi, se ciò fosse giusto, sacrosanto ed inalienabile? "Mettete dei fiori nei vostri cannoni" e "Fate l'amore, non la guerra". La nostra, non è controcultura. Non abbiamo indossato vestiti decorati come i figli dei fiori; non abbiamo abbracciato la cultura hippy. Non abbiamo ereditato i valori sottoculturali della Beat Generation. Tuttavia ci piace canticchiare una felice interpretazione dei Camaleonti…"Da molto tempo questa stanza/ ha le persiane chiuse./ non entra più luce qui dentro/ il sole è uno straniero./ E' lei che mi manca,/ E' lei che non c'è più./ L'orologio della piazza/ ha battuto la sua ora./ E' tempo di aspettarti,/ e' tempo che ritorni,/ lo sento sei vicina,/ e' l'ora dell'amore./ Il vuoto della vita/ e' grande come il mare./ da quando se n'è andata/ io non l'ho vista più./ E' lei che mi manca/ e' lei che non c'è più./ L'orologio della piazza/ ha perso la speranza./ Io no che non l'ho persa,/ io aspetto che ritorni,/ ti sento sei vicina,/ è l'ora dell'amore/"

Ma in questa sede, non stiamo difendendo i giudici. Essi, si difendono da sé; ed assai meglio della nostre povere chiacchiere di bizolo, deboli, fioche e lievi. Se fosse necessario. Noi pensiamo che i giudici siano delle persone umane. E come tutte le persone umane abbiano un margine di errori, che definire scontati ed inevitabili potrebbe sembrare riduttivo.Tutti ricorderanno la clamorosa azione della magistratura reggina dell'altro giorno. Perquisire una redazione, sequestrare il server, i telefonini di servizio e personale, del caposervizi Consolato Minniti, perquisire la macchina, la casa dei genitori, svuotare le tasche e via di seguito. Ma ad un giudice, Salvatore Curcio,  durante la guerra tra le Procure di Catanzaro e Salerno, per il "Caso De Magistris", costretto a spogliarsi, andò anche peggio. Si vede, che la magistratura potesse o dovesse farlo. Pietra dello scandalo? Una presunta violazione del segreto istruttorio. Tanto basta! Visto l'articolo….titolo… paragrafo…comma…testo unico…. E successive modifiche ed integrazioni; ai sensi della Legge, modificata con Decreto numero….; tenuto conto del DRP, integrato da… e via di seguito con la pappardella…

Avviso di garanzia? Rinvio a giudizio? Un altro ed un altro ancora. Sotto a chi tocca! Il "tritacarne" funziona h 24. Consolato Minniti non destabilizza le istituzioni repubblicane. Non è un sovversivo, agitatore di piazza o rivoluzionario. Niente di tutto questo. Semplicemente un giornalista. Scomodo, fastidioso e sgradevole. Come gli altri giornalisti, pescivendoli, scribacchini, imbrattacarte, ficcanaso, pettegoli, impiccioni ed intriganti. Non tutti. Alcuni, che indossano le penne del pavone e fanno la mosca cocchiera, ma non incidono (da uno a dieci…zero!)per niente, si sono guadagnati un posto nel girone degl'ignavi. Condannati a correre per sempre dietro un'insegna, mentre sciami di mosconi e vespe inferociti gli punzecchiano le chiappe. Un giornalista. Non hanno speso una virgola di solidarietà al Minniti, al direttore Piero Sansonetti, all'Ora della Calabria. Ma non perché se la fanno sotto. Non è la paura  a guidare i loro passi. Personalmente, non crediamo alla favola del "partito dei giudici" con l'obiettivo del ribaltone. Se non alla leggenda metropolitana. Altrimenti, perché mai (la legione dei magistrati)Luciano Violante, Presidente della Camera, ma anche Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia ed in epoca recente, Piero Grasso, senatore, Procuratore Nazionale Antimafia, attuale Presidente del Senato (ha concorso pure per Presidente della repubblica), avrebbero abbandonato la magistratura; il cosiddetto, terzo potere dello Stato? 

Chi ci legge sa, che quando un giudice, meriti di essere criticato, giudicato, condannato, messo alla gogna ed alla berlina, son fatti suoi, lo facciamo senza remore. Così, come l'abbiamo fatto. Scripta manent, verba volant. Melitoonline, non fa sconti a nessuno. Non per questo, siamo stati arrestati. Non è un pennacchio! Non è solo articolo 21 della Costituzione, Dichiarazioni, Convenzioni e via di seguito. Nemmeno è questione morale, sensazionalismo, scandalismo o gossip. Rientra semplicemente nel nostro "Credo" cinquantennale: fare informazione, opinione e cultura; senza cedere alle tentazioni fatali; alla seduzione, all'istigazione ed alla corruzione. Il diritto-dovere della comunicazione. Per intenderci, non approviamo l'azione della magistratura contro L'Ora della Calabria, Minniti e Sansonetti. Non siamo d'accordo  neppure con i seminatori di zizzania, che soffiano sul venticello della libertà di stampa, minacciata dal partito dei giudici, che non esiste. Non si sta facendo nessuna antimafia, contro la stampa libera, che vuole continuare ad essere autonoma ed indipendente; e non è  il suo tallone di Achille. Nessuno vuole intimidire, minacciare, ricattare. È pacifico, che il giornalista non possa limitarsi al copia ed incolla dei flash d'agenzia. 

Deve fare le inchieste; deve andare in Tribunale a seguire i processi; deve entrare dentro i Palazzo e seguire i lavori della politica; deve andare sul campo a seguire i fatti di cronaca dei convegni e delle assemblee; deva andare allo stadio a seguire le partite ed i concerti e così via. Ma qui, non c'entra la secolarizzazione. Non c'è nessuno, che voglia sottomettere i giornalisti, appiattirli, soggiogarli, asservirli, schiavizzarli, tappargli la bocca. Oddio! Qualcheduno ci sarebbe, ma di questo, ne parleremo in uno dei prossimi servizi. Siamo convinti che l'azione della magistratura reggina, non sia stata promossa perché il suo direttore è un comunista dichiarato. Né per i rilievi mossi ai procuratori. Ognuno può farlo, se pertinenti e nel rispetto delle leggi e della legalità; e non per questo verrà arrestato. Tuttavia ricordiamo con profonda tristezza, la chiusura de "Il Giornale di Calabria, versione Giacomo Mancini-Piero Ardenti, con cui abbiamo collaborato, subito dopo la chiusura de "La Tribuna del Mezzogiorno" Rileggiamo un passo dell'intervento di Mimmo Logozzo, su www.chiètiscalo.it…  "Sto venendo a consegnarvi le lettere di licenziamento". Era il pomeriggio di un torrido sabato di inizio luglio del 1980, quando rimasi gelato dalla "doccia fredda" della telefonata del commercialista Di Donna, Amministratore della GISI srl, editrice del "Giornale di Calabria". 

Il direttore Ardenti era in ferie. Per questo Di Donna parlò con me, che ero il Capo Redattore del giornale. Sapevamo che c'erano dei problemi. Non immaginavamo un provvedimento così drastico. Doloroso. Era l'inizio della fine di una esperienza editoriale che 33 anni dopo continua ad essere al centro dell'attenzione.  Il "Giornale di Calabria" è stato eliminato perché troppo scomodo. Aveva affrontato con grande coraggio i problemi più gravi della Calabria, dalla cementificazione delle coste alla crisi occupazionale, dalla paralizzante presenza della criminalità organizzata ai ritardi nella realizzazione delle infrastrutture necessarie per lo sviluppo economico. Battaglie di civiltà in difesa delle donne. Impegno costante per la crescita culturale e la nascita dell'Università della Calabria. Grandi inchieste firmate da Paolo Guzzanti, Antonio Di Rosa, Francesco Faranda, Pantaleone Sergi. Un progetto editoriale innovativo. Giornale che faceva opinione. I lucidi editoriali del direttore Piero Ardenti davano al quotidiano autorevolezza e prestigio. In costante crescita il numero dei lettori. Una positività calabrese che è stata interrotta bruscamente con un "delitto editoriale" che ancora oggi grida vendetta. Giornalisti e tipografi si sono opposti con tutte le loro forze alla chiusura. Inutilmente. La Sir di Rovelli, proprietaria della testata, era entrata in crisi dopo le inchieste della magistratura sull'impiego dei finanziamenti ricevuti dallo Stato. L'aveva rilevata l'Eni. Vicepresidente era il cosentino Leonardo Di Donna, fratello dell'amministratore della GISI. …". 

Il giornalista Franco Calabrò che di quella testata fu uno dei principali artefici scrisse un articolo il 14/10/08 su "L'Avanti" che riporta sul suo blog…"LA MERAVIGLIOSA AVVENTURA DEL GIORNALE DI CALABRIA" La cavalcata durò otto anni e mezzo, di quella redazione tanti sono ancora in attività, c'è chi ha fatto carriera, come Antonio Di Rosa, Francesco Faranda, Domenico Logozzo, Daniela Romiti, chi si è ritagliato spazi professionali importanti come Pantaleone Sergi, Luigi Piccitto, Raffaele Malito, Tonino Raffa, Pietro Melia, Antonio Scura, Santi Trimboli. Ci hanno lasciato colleghi come Enzo Costabile, Michelangelo Napoletano, Giovanni Indrieri, Renato Mantelli, e lo stesso direttore, Piero Ardenti, cui tutti noi, reduci da quell'indimenticabile esperienza dobbiamo qualcosa. Aprile 1972, una primavera densa di speranze per la Calabria ancora scossa dai tragici eventi di Reggio, dove la cosiddetta "rivolta per il capoluogo" aveva portato lutti e divisioni, grosse difficoltà all'interno dei partiti, il governo della Regione a Catanzaro, il consiglio a Reggio Calabria, nel nome di un compromesso che aveva finito con il lasciare tutti scontenti. 

In quei giorni, a due anni dalla chiusura della "Tribuna del Mezzogiorno", nasceva un altro quotidiano che, stavolta, non partiva dalla Sicilia, ma aveva la sua "testa" nella Calabria, da sempre suddita, in tema d'informazione, di quella Sicilia divisa da un solco di mare sul quale avrebbe dovuto svettare l'agognato Ponte sullo Stretto.
Il Giornale di Calabria, stampato inizialmente a Roma, apparve nelle edicole il primo giorno d'aprile, fatto da calabresi per i calabresi, come recitava lo slogan sui manifesti che, a Reggio Calabria, vennero quasi tutti strappati. Dovranno passare ben quindici anni, prima che la Calabria veda presenti nelle edicole un quotidiano tutto calabrese (ora ve ne sono ben quattro) ma il ricordo del "giornale di Mancini", diventato una palestra per tanti giovani professionisti, resta vivo nella memoria dei cittadini che, per anni hanno seguito le battaglie politiche e civili, contro la criminalità, i poteri occulti, la classe politica inetta, portate avanti ogni giorno su quelle pagine stampate, per la prima volta un giorno di luglio, mentre una insolita nebbia avvolgeva Piano Lago. Qualcuno disse che lì intorno si aggirava l'ombra di Alarico, il re visigoto seppellito col suo tesoro nel greto del Busento, e mai ritrovato. Forse, che Ardenti ne sfruttasse il nome come pseudonimo per i suoi graffianti corsivi, lo aveva irritato". Siamo rimasti colpiti dal silenzio assordante della stampa nazionale ufficiale. 

Nonostante l'intervento davvero tempestivo del  presidente nazionale della FNSI  Franco Siddi e dal vicepresidente Carlo Parisi. Un silenzio, non vogliamo definirlo "omertà"a dir poco scandaloso. Ai giudici, non ha fatto favore alcuno. Casomai, un grosso danno d'immagine alla comunicazione. Probabilmente è questione di metro. Un fatto del genere in Val Padana, non sarebbe mai successo. Infatti vi sono testate giornalistiche, del Nord Italia, che possono pubblicare la qualunque. Non verranno mai disturbate, né perquisite. Là c'è l'Italia che produce, l'Italia che lavora; la Borsa Valori di Milano, le maggiori industrie; le più grandi banche, la FIAT; i finanzieri e cos' via. Vi sono due Italie, se non tre. Al Sud la tradizione giornalistica, non è né remota, né consistente. Chi scrive, ha collaborato con  una ventina di testate tra carta stampata radio, televisione, agenzie di stampa e giornali on line e conosce bene la realtà. Abbiamo notizie, che ce le ricordava il compianto Franco Cipriani, uno dei fondatori dell'Ordine dei Giornalisti della Calabria. Altre possiamo rilevarle da Wikipedia. Orazio Cipriani nacque il 25 dicembre 1875 a Nicotera(Vibo Valentia) da Francesco Maria Cipriani, celebre poeta dialettale, e da Lucrezia dei conti Corsi d'Istria, entrambi appartenenti al patriziato della cittadina calabrese. Nel 1902 rilevò e diresse il periodico Il Commercio settimanale ufficiale per gli atti della Camera di Commercio, fondato come settimanale da Domenico Carbone Grio nel 1884 e dal 1887 fino al 1895 quotidiano economico. 

Successivamente, il 15 settembre 1914, diede vita al quotidiano "Corriere di Calabria", nome che nel 1893 era appartenuto a un settimanale politico, letterario ed artistico stampato nella tipografia di L. Ceruso, sicuramente il quotidiano più importante della prima metà del Novecento. L'informazione in Calabria, ha poco peso, potere d'acquisto o d'immagine. Non vi sono stati grossi magnati, mecenati, filantropi, industriali, armatori, banchieri, finanzieri ecc. disponibili a puntare su un grosso quotidiano, capace di superare almeno, il tetto delle centomila copie il giorno. Alcuni come "Il Giornale di Calabria" ed anche "Oggisud" ci hanno provato ma poi, hanno chiuso i battenti, per sempre. Siamo convinti, che i giudici di tutte le dimensioni, ordine e grado, debbano essere lasciati in pace. Lo abbiamo detto e scritto in altri editoriali. E qui ci confermiamo. Sbaglierebbero di meno. La Giustizia sarebbe più giusta e più umana; se non più efficiente, funzionale ed efficace. Concordiamo con Luciano Violante e Piero Grasso:chi voglia portarsi in politica è liberissimo di farlo, ma si dimetta. Rimetta la toga al CSM.
Domenico Salvatore.




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