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Cinquefrondi-San Giorgio Morgeto: rotta nell'Aspromonte dimenticato, tra incuria, abusi e paradossi

Cinquefrondi - San Giorgio Morgeto, (Reggio Calabria) – Mentre facciamo finta di non accorgecene, le nostre montagne gridano aiuto. Come il moribondo della parabola, aspettano – forse invano – che qualche buon samaritano giunga in soccorso e se ne prenda cura. Ma, come qualche volta accade, il soccorritore ed il malfattore si confondono in un incomprensibile quanto perverso gioco delle parti. Si identificano nella stessa persona, personificano il medesimo soggetto: l’uomo.

Non si può davvero comprendere a fondo cosa significhi il degrado e l’abbandono volontario d’una tipicità unica qual è il nostro Aspromonte fino a quando non si decide di fare un giro per le sua strade ed i suoi sentieri per vedere con gli occhi l’orrore dell’incuria dell’uomo. E non ci si deve poi spostare molto dal centro abitato per scorgere il senso di quanto – e solo in minima parte – abbiamo avuto modo di fotografare per far giudicare ai lettori il senso delle nostre parole. Che sono parole di denuncia e di grande amarezza che hanno il solo fine di poter contribuire a rilanciare l’attenzione verso il territorio e la montagna, la sua custodia, il suo godimento pubblico e la sua preservazione. Salendo da San Giorgio Morgeto, abbiamo percorso la SP 35 fino ad arrivare al bivio Stallette.

Durante la ascesa, ci siamo compiaciuti del fatto che parte del manto stradale – quello dove insistevano le maggiori criticità - sia stato asfaltato rendendo certamente più agevole il tragitto. Solo che giunti al bivio Stallette che incrocia anche per Canolo, dinanzi a noi il primo (e più indecente sebbene ricorrente) spettacolo ci è apparso in tutta la sua triste realtà. A bordo strada in bella vista un ricettacolo di rifiuti ed immondizie varie, anche di speciali, abbandonati per la via come macerie dopo una guerriglia a rappresentare una ferita aperta, una testimonianza fedele di quanto il disamore, la trascuratezza ed una consolidata grettezza in tema ed in materia ambientale possano pervadere più o meno consciamente l’agire dell’uomo. Con questa consapevolezza, abbiamo ripreso il cammino percorrendo la provinciale 35Dir alla volta dei Piani della Limina.

La strada ci è parsa una brutta copia delle vecchie mulattiere che, probabilmente meglio tenute, non molto tempo prima, affastellavano le coste di questa bellissima e fin troppo maltrattata montagna. E definirla strada ci è sembrato un oltraggio all’etimo. Buche larghissime, perfino incommensurabili, ricolme d’acqua piovana fino a farne perdere la stima, strettoie naturali e strozzamenti artificiali ad imbuto che significavano fin troppo acutamente il deterioramento del manto stradale verso cui nessuna forma di intervento, neanche il più banale dei rattoppi, è stato previsto per puntellare lo sfaldamento verso i dirupi della montagna che pian piano sta riprendendosi - attraverso la natura - ciò che aveva dato in godimento gratuito all’uomo e che quest’ultimo non ha saputo gestire. Il tratto poi è costellato di aperture di varia foggia, profondità e dimensione che mettono davvero a dura prova la volontà a percorrerlo prima dell’abilità alla guida di chiunque abbia l’ardire di cimentarsene.

Arrivati, al bivio ci si aprono due vie. Quella di destra che ci condurrebbe verso Mammola e l’innesto della SGC Jonio Tirreno, e quella di sinistra che ci porterebbe verso Cinquefrondi. Davanti, un cartello corroso (preso atto della parsimonia di segnaletica orizzontale e verticale che difetta lungo l’itinerario) che ci sfida: strada chiusa. Sfida accettata, decidiamo per la seconda via, per documentare fin dove possibile tutta l’accidia degli amministratori competenti, in ogni ordine e grado. E qui inizia il secondo calvario. La carreggiata è letteralmente inghiottita in alcuni tratti da rovi, spine, arbusti, vegetazione che ne oscurano persino la vista. Il verde è talmente lussureggiante che ci domandiamo se siamo finiti in qualche sorta di orto botanico amazzonico piuttosto che nella macchia mediterranea aspromontana.

Anche qui una pessima strada ci da il benvenuto, accogliendoci con tutta la sua dirompente peculiarità di accidènti. Oltre alle immancabili falle, a cui lentamente ci siamo abituati come si fa con le zanzare in agosto, deformazioni di carreggiata, smottamenti a bordo strada, sassi di media grandezza venuti giù dai costoni come pioggia dal cielo ma li rimasti a prova sicura del disinteresse generale ed assieme tanto, tanto fogliame da confondere la strada con il manto del terriccio dei faggeti adiacenti. Un danno per gli occhi che si contrappone alla bellezza struggente dei paesaggi nostrani che stridono di colori vivissimi e tersi e fanno il paio a contendersi un cielo che contempla due mari a contatto con una natura devastata dalla mancata salvaguardia dell’uomo il quale, per eccesso di libertà, ne ha fatto uno scempio disseminando pattume od al contrario per eccesso di indolenza ne ha permesso se non favorito il degrado di un bene così grande ed a buon mercato. Arriviamo – non senza difficoltà e con qualche più che giustificato timore - presso contrada Petricciana, in località Parlato.

Lungo il tratto vorremmo annotare lo stato dei punti ristoro, ma che dire? Lì s’è sfogata tutta la rabbia di qualche vandalo con l’intelligenza di un protozoo che con il suo disfattismo – peraltro non richiesto - ha impedito a tutti (famiglie in testa) di usufruire comodamente di questo piccolo angolo di paradiso e di svagarsi contemplando la natura e respirando aria sana a due passi da casa propria. Il viaggio si conclude con l’arrivo avventuroso a Cinquefrondi ma per quanto sia stato relativamente breve si è trasformato in un altro modo per affliggersi, oltre alle già sufficienti e comuni circostanze della vita. Però, allo stesso tempo, è risultato essere una buona occasione per prendere ancora una volta coscienza di quanta ricchezza si abbia vicino e contestualmente si continui a deturpare non sapendola rispettare, gestire e valorizzare, ed al contempo, la circostanza ci ha fatto riflettere su come le risorse pubbliche vengano (quando vengono) mal impiegate per la tutela di un territorio da cui si sa solo prendere e pretendere per poi abbandonarlo immeritatamente al suo destino.

Ci rendiamo ben conto che noi siamo stati solo gli ultimi – ma non gli unici - in ordine di tempo a rilanciare il grido d’allarme per i nostri monti e questo habitat, con la speranza - che vogliamo credere affatto vana - che il servizio di informare i lettori possa essere anche la scintilla che faccia scattare in coloro che ne sono deputati lo stimolo ad intervenire per porre in atto gli opportuni rimedi piuttosto che stare con le mani in mano, o peggio, indifferenti a rigirarsi i pollici ad aspettare che passi a’nuttata…

Giuseppe Campisi





























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