UNIVERSITÀ E LAVORO – Nel pubblico impiego porte chiuse ai laureati: solo
l’11% trova lavoro nello Stato
Allarmante rapporto Almalaurea sulla situazione occupazionale di chi
conclude l’Università in Italia: ad un anno dal titolo l’89% opera in contesti
privati o non profit. E a cinque anni dalla laurea due dipendenti pubblici su
tre sono ancora precari.
Anief-Confedir: uno spot al contrario, che danneggia l’interesse dei nostri
giovani per lo studio post-diploma, conseguente anche al blocco del turn over
nella PA e alla sparizione di 360mila posti in 10 anni. Eppure fra i giovani
italiani di età 25-34 anni i laureati sono solo il 20%, contro la media dei
paesi Ocse superiore al 35% e le indicazioni dell’Ue di arrivare in fretta al
40%.
Svanisce il sogno dell’italiano medio di studiare,
terminare l’Università e diventare un dipendente pubblico: solo l’11% dei “dottori” con laurea specialistica,
oltre il triennio, ad un anno dal conseguimento del titolo di studio lavorano
nella pubblica amministrazione. A fronte dell’83,5% che operano nel privato,
cui va aggiunto il restante 5,5% occupato nel non profit.
Vacilla
anche il mito del posto fisso: sempre ad un anno dalla laurea, sono più i precari dello Stato (il 39%) rispetto a quelli che operano nel privato (il
28%). Un dato, quello della lunga precarietà cui sono condannati i nostri “colletti
bianchi”, su cui pesano tanto le decine di migliaia di supplenti della scuola
non immessi in ruolo malgrado la presenza di posti liberi e precise
raccomandazioni Ue sulla stabilizzazione del personale che ha prestato servizio
per oltre 36 mesi.
Ma non finisce qui. Perché a cinque anni dal termine
degli studi accademici il gap tra privato e Stato diventa ancora maggiore: il
lavoro
stabile riguarda il 71% dei laureati occupati nel privato e appena il 34% dei
colleghi del pubblico impiego. Inoltre, in entrambi i casi gli stipendi sono
davvero miseri: in media attorno ai 1.200 euro lordi (con un +3% nel pubblico
rispetto al privato).
Questi dati
davvero sconfortanti, presentati daAlmalaurea, hanno un doppio significato: innanzitutto
che non bisogna più illudere i giovani, spiegandogli che lavorare nello Stato è un risultato raggiungibile da pochi eletti; in
secondo luogo che la crisi economica, nazionale ed internazionale, complice
l’inerzia dei Governi italiani, ha “svuotato le casse pubbliche”.
“Si tratta di
dati lavorativamente drammatici – commenta Marcello Pacifico, presidente
Anief e segretario organizzativo Confedir – perché
significa che i nostri governanti rinunciano alle alte professionalità. Facendo
arretrare il Paese di centinaia di anni. Perché mentre al tempo di Federico II
l’Università serviva per formare giustizieri e giudici del Regno delle due
Sicilie, oggi lo Stato abbandona al loro destino i giovani che hanno puntato sull’alta
formazione: invece di assumerli in base al merito, chiude la porta ai concorsi
perché non c’è più posto. Anche perché negli ultimi 10 anni proprio nella
pubblica amministrazione ne sono stati cancellati ben 360mila. E chi va in
pensione, quando ci riesce, non viene più sostituito”.
Secondo Anief-Confedir, il rapporto Almalaurea sul
futuro professionale dei nostri laureati rappresenta quindi un brutto spot per
tenere lontani dagli atenei gli studenti diplomati. E che va a incidere su un
quadro già a dir poco deprimente: gli ultimi dati ufficiali internazionali
indicano, infatti, che fra i giovani italiani i laureati di età 25-34 anni sono
appena sopra il 20%, contro la media dei paesi Ocse superiore al 35% (il 38 nel
Regno Unito, il 41 in Francia, il 42 negli Stati Uniti, addirittura il 55 in
Giappone).
Nella fascia di età 30-34 anni, strategica per realizzare la società della conoscenza e per competere a livello internazionale, il quadro non è molto diverso: la presenza di laureati in Italia non raggiunge il 20%. È tutto dire che l'obiettivo strategico che la Commissione Europea ha individuato come mèta da raggiungere entro il 2020 sia il 40% della popolazione di 30-34 anni laureata. Una soglia per noi quasi impossibile da centrare, almeno nel breve periodo, ma che hanno già incamerato metà dei paesi dell'UE.
“E in Italia che
facciamo? Invece di incentivare le iscrizioni all’Università, attraverso una
seria riforma – sostiene il sindacalista Anief-Confedir - riduciamo le quote di fondi ordinari rivolte
agli atenei e diamo la possibilità ai senati accademici di alzare le tasse
d’iscrizione. Ma non basta: ora si scopre anche che lo Stato assorbe solo in
minima parte i giovani che si sono formati e specializzati ai massimi livelli”.
“Bisognerebbe
allora chiedere al ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca –
continua Pacifico – per quale motivo non
avvii in fretta una seria riforma per valorizzare il titolo accademico, anziché
tentare di abolirne il valore legale. Ai fini pure di una sua migliore
spendibilità, a partire della pubblica amministrazione. La vediamo invece
intenta a soffermarsi sul primato italiano della fuga dei cervelli italiani
all’estero, la cui causa va collegata proprio alle scarse opportunità che il
nostro paese offre ai suoi giovani. Opportunità che non hanno quelli
particolarmente meritevoli, ma anche i tanti laureati che chiedono
semplicemente un lavoro. Magari come impiegati pubblici”.

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