Il dirigente della Squadra Mobile, Gennaro Semeraro, ha commentato la cattura del latitante Pietro Labate così: ''E' stato un duro lavoro che si è protratto per oltre un anno, giorno e notte. Questo risultato ripaga dai sacrifici dei miei uomini. Gli stavamo addosso da tempo; sapevamo che non potevamo commettere errori perchè l'avremmo pagata cara, avrebbe significato ripartire da capo con le indagini. Era a bordo di uno scooter, indossava un casco ma i ragazzi lo hanno riconosciuto. Ha tentato un'ultima fuga ma i poliziotti, pure loro a bordo di motorini, lo hanno fermato''. Il questore Guido Longo, introducendo la conferenza stampa, si è limitato a presentare Pietro Labate come ''un grossissimo latitante, il cui spessore criminale è risaputo''. Mutano i quadri dirigenziali della ‘ndrangheta ed il modus operandi. Dopo il ben noto summit tra le cosche più influenti della città della Fata Morgana del 1991, sulla collina di Archi, dove Pasquale e Domenico Condello, Giovanni e Pasquale Tegano, Orazio e Giuseppe De Stefano stabilirono che non si dovesse sparare più in riva allo Stretto
REGGIO CALABRIA, CATTURATO IL CAPO DEI CAPI DEL CLAN DEI LABATE “TI MANGIU”, PADRINO DI ‘GEBBIONE’, CONDANNATO IN PRIMO GRADO, A 20 ANNI DI GALERA, AL PROCESSO “ARCHI”, CONTRO LE COSCHE TEGANO-LABATE. VIAGGIAVA DA SOLO A BORDO DI UNO SCOOTER, QUANDO Ể STATO BLOCCATO AL RIONE SBARRE, SUL TORRENTE SANT’AGATA.
Nella tarda serata di ieri, a conclusione di un’articolata attività investigativa coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria nella persona del Procuratore Capo Federico CAFIERO DE RAHO e del Sostituto Procuratore dr. Giuseppe LOMBARDO, personale della Squadra Mobile di Reggio Calabria, nel corso di mirati servizi di osservazione e pedinamento effettuati con motocicli in dotazione all’ufficio, sorprendeva il boss latitante LABATE Pietro a bordo di uno scooter al margine del quartiere Gebbione, evidentemente mentre si recava o stava rientrando da un incontro con affiliati alla cosca di ‘ndrangheta che porta il suo nome.
Al momento del fermo, il LABATE tentava di darsi alla fuga, ma gli agenti della Squadra Mobile non gli lasciavano alcuna via di scampo e lo immobilizzavano e ammanettavano immediatamente.
LABATE Pietro, recentemente inserito nell’elenco dei latitanti pericolosi stilato dal Ministero dell’Interno, è il capo carismatico dell’omonima cosca di ‘ndrangheta intesa anche, con espressione locale, “i ti mangiu”, egemone nei quartieri che si sviluppano nella zona sud della città di Reggio Calabria, denominati “Gebbione e Sbarre” ed era latitante dal mese di aprile 2011, quando era riuscito a sottrarsi all’esecuzione dell’ordinanza N.5454/08 RGNR DDA, n.4871/09 RGIP DDA e N. 29/2011 CC DDA, emessa in data 13 aprile 2011 dal GIP presso il Tribunale di Reggio Calabria, nel corso dell’operazione di polizia passata alle cronache con il nome “Archi”, nell’ambito della quale erano stati tratti in arresto dalla Squadra Mobile capi e gregari delle cosche TEGANO e LABATE
Domenico Salvatore
REGGIO CALABRIA- Non andavano in onda gli esterni di un film d’azione ad Hollywood. Non era il rombo della Jamaha del “dottor Rossi”, che scorrazzava insieme ai rivali sulla pista di Indianapolis. Ma, le motociclette degli agenti del questore Guido Nicolò Longo, impegnate in un’operazione da manuale, per la cattura di un pericoloso super-latitante. Lo Stato c’è. La Polizia di Stato funziona bene. Vita grama per i super-latitanti. Vita da cani tuttavia, anche per i poliziotti, per poter catturare un latitante di spessore criminale come il mammasantissima della ‘ndrangheta “don Pietro” Labate. Quando capita, un panino, una birra e poi. Pedinamenti, zero ferie, tallonamenti, telefonate di conferma o di smentita; allarmi e falsi allarmi; retate a vuoto; rocambolesche fughe nella notte; sovrapposizioni, incroci, corse pazzesche a sirene spiegate o con autocivetta, negl’ingorghi del traffico. Nottate insonni; ricercato che sfugge per un pelo, se non per una questione di secondi; nuovi piani di ricerca; sfibrante caccia all’uomo per quattro stagioni l’anno. Col freddo siberiano, col caldo africano, con la pioggia, il vento, il gelo. Dietro una porta, dietro un muro, dentro un appartamento, dentro il quartiere, dentro la città.
Le cronache ci hanno detto anche perché una “primula rossa”, riesca a farla franca per anni; se non per decenni. Innanzitutto, ” gli occhi della ndrangheta”, sono “pagati” per vedere nel buio, meglio del gatto. I visori notturni non sono solo prerogativa delle forze di polizia. Poi c’è la rete di conniventi, fiancheggiatori, simpatizzanti e spalleggianti:gente sguinzagliata per ogni angolo del quartiere, solo apparentemente ‘scollata’ e ‘scollegata ‘ dal contesto; in realtà, invisibili 007 della ‘ndrangheta funzionale al disegno criminale; abituata a segnalare con i gesti, con i telefonini, con le ‘bussate’ e perfino con i silenzi intelligenti od eloquenti. A parte i traditori della Divisa, della Bandiera, del giuramento e del Corpo, se non della Patria. Regolarmente arrestati, espulsi, processati, condannati ed incarcerati. Infine radiati. La cronaca riferisce di: poliziotti, carabinieri, finanzieri ed in qualche singolo caso, anche giudici. Senza contare le staffette incrociate a bordo di macchine o motociclette e perfino di motorini e biciclette e finanche a piedi. Le forze di polizia, prima di poterli prendere, devono effettuate la bonifica interna e capire se possa esserci un “giuda’ o doppiogiochista, pronto a passare al boss ed al vice boss, tutte le informazioni di cui ha bisogno. Come hanno riferito i pentiti o collaboratori di giustizia, nei verbali di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza e poi confermato e ribadito nelle aule dei tribunali.
E poi, trottare per 52 settimane l’anno; confidando nell’errore umano della “lepre”; cosa, quasi impossibile; e nelle risorse investigative…Bingooo!Sic stanti bus rebus, diventa arduo catturare un pezzo da novanta della ‘ndrangheta, inserito nell’elenco del Ministero degl’Interni, dei cento e dei trenta super-latitanti. Il capobastone “don Pietro” Labate, della cosca “Ti Mangiu” di Gebbione, non ha mai abbandonato il ponte di comando. Il procuratore capo della Repubblica pro tempore Salvatore Boemi, in conferenza stampa ha ribadito sino alla noia, che un vero capo, non lasci la postazione. Perderebbe la faccia ed il prestigio; e con esso, il bastone del comando. Ogni giorno, deve formulare strategie, dirimere le questioni ed allacciare alleanze o romperle, con gli altri clan, presenti sul territorio. La parola del capondrina è l’ultima in ordine di tempo. Quella che conta. Con quest’andazzo il boss l’aveva fatta franca in svariate circostanze. Anche quando sembrava oramai in trappola e mancavano soltanto le manette intorno ai polsi. Concetto ribadito anche più volte dal procuratore capo della Repubblica Giuseppe Pignatone e dai suoi aggiunti, Nicola Gratteri, Michele Prestipino Giarritta e Ottavio Sferlazza, procuratore capo f.f. per un anno, prima dell’arrivo del titolare, nominato dal CSM, Federico Cafiero De Raho.
Lo stesso procuratore capo della Repubblica di Reggio Calabria, De Raho, ritiene che Labate non abbia mai lasciato la sua zona. Era riuscito a sfuggire alla cattura nel corso dell’operazione “Archi-Astrea” nell’ambito della quale, erano stati tratti in arresto dalla Squadra Mobile capi e gregari dei clan Tegano e Labate. Indagine, diretta dall’allora procuratore Pignatone e dai sostituti Giuseppe Lombardo, Marco Colamonici e Beatrice Ronchi; favorita anche dalle dichiarazioni dei pentiti: Roberto Moio, Antonino Lo Giudice e Consolato Villani. In manette, pure Giuseppe e Bruno Tegano, fratelli del boss Giovanni, detenuto al 41 bis. Gli agenti dello SCO, diretto dal vicecapo della Squadra Mobile Francesco Rattà, avendo avuto la certezza delle presenza del ricercato, che jeans, polo della ”Lacoste” bianca e casco calato in testa, stava biascicando una improbabile fuga, hanno teso una rete così stretta, che non sarebbe passato nemmeno una formica. Elicotteri in alto e pantere sulla strade, ma soprattutto scooter sulle traverse a rischio. Per bloccare ogni tentativo di fuga. Cosa puntualmente verificatasi. Gli agenti lo hanno immediatamente immobilizzato in via Argine Torrente Sant’Agata e ammanettato.
Così venerdì sera, poco prima delle ore 2300. La polizia ovviamente ha individuato pure il nascondiglio di Pietro Labate. Uno stabile su più piani. Sono emerse delle novità interessanti. Come la presenza di tre telefonini cellulari e di un tablet. Il boss pur essendo catalogato come un padrino di seconda, se non di prima generazione, se la cava discretamente bene con le moderne tecnologie. Non gli sono mai mancati i giornali quotidiani. Le indagini sono orientate a capire se in appartamento vi fosse una presenza rosa o di eventuali fiancheggiatori. Alla parete faceva bella presenza, l’immagine di Padre Pio. Trovati pure un paio di occhiali da vista ed un paio di scarpe da tennis. I Labate sono stati coinvolti nell’inchiesta “Archi-Astrea”. Il pubblico ministero Giuseppe Lombardo aveva chiesto 28 anni di reclusione per i due esponenti del clan (Franco e Pietro) coinvolti nell'inchiesta sulla Multiservizi Spa; la società mista del Comune che è stata sciolta dopo che la prefettura non aveva concesso il certificato antimafia al socio privato. Sono stati irrogati ben 20 anni di reclusione. Le ‘orecchie’di Gennaro Semeraro e del suo vice Francesco Rattà, hanno captato una conversazione molto pericolosa, nella quale due soggetti legati alla cosca Labate, secondo la Polizia, guidata dal boss latitante Pietro, contestavano la scelta dei capi di non aver dato “ancora” l'autorizzazione per colpire il magistrato: “Prima ce lo leviamo di mezzo e meglio è”. Informativa trasmessa pure alla Procura di Catanzaro, diretta da Antonio Vincenzo Lombardo.
Il Comitato per la sicurezza pubblica di Reggio dispose l'installazione delle telecamere all'esterno dell'abitazione del sostituto procuratore della Dda Giuseppe Lombardo destinatario delle minacce da parte della cosca. Si muove pure la macchina dei complimenti. Il ministro degl’interni Angelino Alfano, il capo della Polizia Alessandro Pansa, il procuratore capo Cafiero De Raho, sono pronti ad sciorinare: encomi, gratitudine, riconoscenza, elogi, plausi e congratulazioni, che ci stanno pure bene, per carità. Ma un centone in busta paga, sarebbe stato gradito con uguale animo; se non di più. La cosca dei Labate, come tante altre della città di Reggio Calabria, (Chirico, Franco, Rigolino, Martino, Ambrogio, Araniti, Chilà, Morabito, D’Agostino, Polimeni, Musolino, di quelle che ci vengono in mente) e dello hinterland, era riuscita a tenersi neutrale; o quasi, durante la guerra di mafia fra i due cartelli principali:De Stefano, Tegano, Libri, Ficara, Latella, Barreca, Zindato ed i Condello, Imerti, Serraino, Rosmini, Lo Giudice, Saraceno, Fontana. Ma nella ‘ndrangheta non c’è niente d’immutabile, tranne il codice della ‘ndrangheta. Sebbene, anche quello, abbia subìto cambiamenti. Le cosche, hanno subìto trasformazioni notevoli a causa degli arresti e della condanne, nell’ordine di migliaia di anni di galera, ergastolo, 41 bis e così via.
A parte i sequestri e le confische di beni mobili ed immobili, nell’ordine dei miliardi di euri. Molte cosche, sono scomparse. Decimate dalle retate, indagini ed operazioni; dai pentiti; dalle guerre di faida e di mafia; dai tradimenti, addirittura dei padri od anche dei figli; se non delle mogli; dalle delazioni; dalle pesanti e dure condanne; dal carcere duro. Molte altre però, nonostante tutto, sono ancora in piedi e dettano legge. Sebbene, la società civile, stia dando segni di consapevolezza e di presa di coscienza. Si era visto mai un imprenditore, denunziare pubblicamente e addirittura alla Polizia, ai Carabinieri, alla Guardia di Finanza e sostenere poi in Tribunale? Si era visto mai, un ente pubblico come il Comune, la Provincia, la Regione; un’associazione, un sodalizio di volontariato, dichiararsi parte civile nei processi contro la mafia? Si era visto mai un boss padre, denunziare i suoi familiari; un figlio boss fare altrettanto e perfino una donna boss (oramai ce ne sono tante), madre, sorella, moglie o convivente, firmare colline di verbali? Ma Giovanni Falcone disse…”La mafia non è affatto invincibile: è un fatto umano e come tutti i fatti umani, ha avuto un inizio e avrà anche una fine”. Il 23 Maggio 1992, in un attentato mafioso, perdevano la vita il giudice antimafia Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo, anch’ella magistrato, e tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro.
Il sostituto procuratore generale della Cassazione Antonino Scopelliti, era stato ucciso l’anno prima. Il 9 agosto 1991, mentre era in vacanza in Calabria, sua terra d'origine, in località Piale (frazione di Villa San Giovanni, sulla strada provinciale tra Villa San Giovanni e Campo Calabro). Il 19 luglio 1992 una Fiat 126, parcheggiata nei pressi dell'abitazione della madre con circa 100 kg di esplosivo a bordo, detonò al passaggio del giudice, uccidendo oltre a Paolo Borsellino anche i cinque agenti di scorta Emanuela Loi (prima donna della Polizia di Stato caduta in servizio), Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. L'unico sopravvissuto fu Antonino Vullo, scampato perché al momento della deflagrazione stava parcheggiando uno dei veicoli della scorta. Ma qualcheduno disse e scrisse…”Non li avete uccisi: le loro idee camminano sulle nostre gambe”. Domenico Salvatore

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