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L'omicidio del bracciante agricolo, presunto boss della 'ndrangheta 'don Mico' Rodà, l'ultimo anello della faida di Bruzzano?

Omicidio eccellente sulla jonica reggina. Un bracciante agricolo, Domenico Roda', di 48 anni, e' stato ucciso in un agguato a Ferruzzano, nel primo pomeriggio di oggi 3 gennaio 2013. L'uomo, sorvegliato speciale di ps, era ritenuto legato per vincoli di parentela alla cosca di 'ndrangheta Talia-Roda'. Il fratello, Alessandro, secondo gli investigatori, sarebbe un elemento di spicco della cosca. La vittima, scarcerata nel 2010, dopo avere scontato tre anni di reclusione per associazione mafiosa, stava tornando a casa, a Brancaleone, a bordo della sua Ape, quando qualcuno gli ha sparato sette colpi di fucile caricato a pallettoni. L’uomo, era stato arrestato nell’ambito dell’operazione "Terra chiana" condotta da polizia e carabinieri contro le cosche della Locride. La faida, scoppiò ufficialmente con il sequestro di persona, “non autorizzato” e finito male della farmacista, di Razzà di Brancaleone, Concetta Infantino (25 gennaio 1983)
FERRUZZANO (RC), DON MICO RODÁ, 48 ANNI, BRACCIANTE AGRICOLO, CONIUGATO, SORVEGLIATO SPECIALE DELLA P.S., PRESUNTO BOSS DELLA ‘NDRANGHETA, RESIDENTE A BRANCALEONE, AMMAZZATO A COLPI DI LUPARA IN LOCALITÁ “MADONNA DELLA CATENA”, CHE CONDUCE AL VECCHIO PAESE ORAMAI QUASI DISABITATO. Ế LA ‘VOCE’ DELLA FAIDA DI BRUZZANO?
L'uomo, transitava a bordo della propria moto Ape, in localita' "Madonna della Catena", quando e' stato raggiunto da numerosi colpi di lupara esplosi da un paio di killer appostati dietro una curva, che da corta distanza, hanno aperto un fuoco d’inferno contro la vittima designata. La morte è stata pressocchè istantanea. A nulla è valso l’intervento del 118. Sul posto i Carabinieri della Compagnia di Bianco, coordinati dal t.colonnello, Giuseppe De Liso, comandante del Gruppo di Locri. Tutti agli ordini del colonnello Lorenzo Falferi, comandante provinciale, coordinato dal p.m. di Locri, Rosanna Sgueglia, che si muove sotto le direttive del procuratore capo della Repubblica di Locri, Luigi D’Alessio, che ha preso il posto del f.f. Salvatore Cosentino
Domenico Salvatore





FERRUZZANO (RC)-I killers della ‘ndrangheta, incaricati dal capo crimine della cosca avversa, di “elminare” il presunto mammasantissima don Mico Rodà, conoscevano bene la vittima predestinata; le sue abitudini; i suoi movimenti; i suoi spostamenti. Perciò, lo hanno fatto pedinare e tallonare da un paio di picciotti. “Dritta” precisa e puntuale, ma anche tempestiva. I sicari, hanno trattenuto il respiro, sino al passaggio della vittima. E quando il ‘bersaglio’ è giunto a tiro, hanno aperto un fuoco d’inferno con le loro micidiali lupare. La vittima, Domenico Rodà, 48 anni, coniugato di Ferruzzano, non ha avuto scampo. Non si è nemmeno accorto di essere caduto in una trappola mortale. Raggiunto alla testa ed al tronco, è stramazzato al suolo in un lago di sangue. I giustizieri con assoluta calma, hanno verificato che la loro lugubre missione di morte sangue e rovina fosse stata eseguita con tutti i crismi dell’agguato mafioso. Compreso il colpo di grazia alla tempia, esploso a bruciapelo. Poi, si sono eclissati, insalutati ospiti, verso la boscaglia; verso la latitanza. Prima che scattasse il cerchio.

Una retata. Una cintura militare, tra Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza e Corpo Forestale dello Stato, giusto potocollo del Minintern, intorno al vesto comprensorio; sia pure, accidentato da un’orografia per niente agevole, che i carnefici, tuttavia conoscono come le loro tasche. Non si ha nessuna notizia, dei posti di blocco volanti, del controllo dei pregiudicati della zona e loro alibi-orario; né dello stub eseguito nell’immediatezza del delitto. Il luogo dell’agguato, è una contrada intorno al Santuario “Madonna della Catena”, sulla strada provinciale Bruzzano-Ferruzzano. Località, raggiungibile anche da Marina di Ferruzzano, dove si sono trasferiti la maggior parte degli abitanti, dopo lo spopolamento, seguìto ad un’alluvione disastrosa, a Ferruzzano capoluogo; oramai un ghost town. Un agguato di stampo mafioso, studiato a tavolino per ‘eliminare’ don Mico Rodà, 48 anni, uno dei boss, che fanno capo all’omonimo clan di Bruzzano Zeffirio, che viaggiava a bordo di una Moto Ape Piaggio, ridotta come un colabrodo dalle micidiali “rose” dei pallettoni; esplosi con inaudita ferocia, da corta distanza.

Non vi sono testimoni al delitto. Ammesso e non concesso, che in una zona ad alta densità mafiosa, teatro della più sanguinosa faida della ‘ndrangheta intera, con oltre cento morti ammazzati, vi sia ancora qualcheduno, disposto a testimoniare dentro un’aula di tribunale. Domenico Rodà, era atteso a casa dai parenti, ma non  ci è mai arrivato. Qualcheduno, gli ha chiuso la bocca per sempre. Dopo avere accudito  ad alcuni suoi animali, è salito sull’Ape per tornare a casa a Brancaleone, ma é stato affrontato da almeno due sicari, che lo hanno ucciso. Sul luogo del delitto, solitario e poco frequentato, sono intervenuti i carabinieri della sezione investigazioni scientifiche; in cerca di elementi utili  per risalire agli autori dell’efferato delitto; oltre agli investigatori del Gruppo di Locri, diretti dal t. colonnello Giuseppe De Liso, comandante del Gruppo, e della Compagnia di Bianco, coordinati dal colonnello Lorenzo Falferi, comandante provinciale che conducono le indagini Sul luogo del mortale agguato, scattato l’allarme, lanciato dai familiari preoccupati per l’inusuale ritardo, sono giunti il 118 (sebbene non vi fosse oramai più nulla da fare), la ditta del caro stinto per la rimozione del cadavere. E poco dopo, sono giunti pure il medico legale Aldo Barbaro ed il p.m. Rosanna Sgueglia, coordinato dal procuratore capo della Repubblica Luigi D’Alessio, che ha preso il posto del f.f. Salvatore Cosentino. Il movente, l’esecutore materiale del delitto, il mandante. Ci stanno lavorando alacremente i Carabinieri del Comando Provinciale e le sue articolazioni periferiche. Non ci sono testimoni. Si parte dai rilievi tecnici. Dai reperti.

Dal curriculum vitae della vittima. Dagl’interrogatori di parenti, amici e conoscenti. Dal dossier voluminoso giacente presso gli uffici giudiziarii. Non è assai, ma nemmeno poco. Inoltre gl’inquirenti moderni, con comprovata esperienza, competenza e professionalità, hanno mezzi strumenti di terza generazione davvero formidabili. In questi casi, ci hanno ribadito sino alla nausea gli organi inquirenti, si procede a 360 gradi. Ma, si esclude categoricamente, che possa essere stato, un omicidio colposo od un delitto d’impeto; men che meno, un crimine preter-intenzionale. Per dirla tutta, è stata un’imboscata di stampo mafioso. Per modalità di esecuzione e quantità di piombo impiegata. Due o tre killers, armati di fucile (e fors’anche pistola), come si usa per i boss di peso e di statura. Hanno sparato da corta distanza, sino ad esaurimento scorte. Poi, se ne sono andati. Forse, a bordo di una macchina di media cilindrata o fuoristrada, guidato da un complice. La pista privilegiata, dovrebbe essere quella mafiosa. Quella della faida E non c’è pietà alcuna. Anzi. Vengono uccisi anche i vecchi, le donne ed i bambini. Il 2 novembre 2004 l’omicidio di Pasquale e Paolo Rodà. A Bruzzano Zeffirio (Reggio Calabria), nella Locride, furono uccisi l'agricoltore Pasquale Rodà, con piccoli precedenti penali, e il figlio Paolo, di soli 13 anni,  poco più che un bambino; a colpi di fucile, caricato a pallettoni; ferito un altro figlio, ( fratello maggiore di Paolo), Saverio di 17 anni; è ferito gravemente, ma riuscirà a sopravvivere.

Pasquale Rodà, era considerato, vicino al cartello di ‘ndrangheta degli Speranza-Palamara-Scriva. Un altro Pasquale Rodà, pastore, era stato ucciso nel 1982. Per quel delitto, venne arrestato, processato e condannato, Antonio Gullace, 51 anni, detenuto in permesso, è stato ucciso  il 21 maggio 1989, mentre entrava nella caserma dei carabinieri per firmare il registro dei pregiudicati sottoposti alle misure di prevenzione. I killer lo hanno centrato con sette colpi di pistola. La vittima designata morì sul colpo. I carabinieri  uscirono immediatamente dalla caserma ma non avvistarono nessuno. Non vengono risparmiati, nemmeno gli avvocati. Come Antonino Lugarà, legale del foro di Locri, ucciso nel 1999. Più tardi, lunedì 20  agosto 2007, verrà ferito anche il padre, Giulio Lugarà, 80 anni. Nemmeno le donne, vengono risparmiate. Il 25 gennaio 1983, viene uccisa la studentessa Filomena Pezzimenti. La ‘ndrangheta, è una ed una sola cosa, afferma lo scrittore Nicola Gratteri sui suoi best-sellers e in conferenza stampa. Concetto, che aveva anticipato il presidente del Summit di Montalto ( Serro Juncari, 26 ottobre del 1969) don Peppe Zappia, padrino di San Martino di Taurianova, inteso ‘U zzi’ Peppi. Tutto questo, per capire che le faide, finalizzate al controllo del territorio e della attività lecite ed illecite, non vengono mai combattute solamente fra due capobastone di avversa cosca mafiosa.

Bensì, da un insieme di clan viciniori, in combutta, alleanza, patto, coalizione, unione o confederazione, che abbiano obiettivi in comune. Legati e collegati al territorio. Più grande è la torta e meglio è; si possono spartire fette sempre più grosse. La ‘Provincia’, organo supremo di autogoverno dell’intera ‘ndrangheta è divisa in mandamenti (Jonico o della montagna; di Centro o della città di Reggio Calabria; della Piana), Corone e ‘ndrine; se altro non c’è. Le cosche orizzontali, sono autonome ed indipendenti; sebbene non capiti raramente che le singole famiglie od i cartelli di mafia, vadano a fare alleanza, fuori dal mandamento di appartenenza. Od anche joint-venture fuori regione. Perfino con le altre mafie o con i cartelli della droga sud-americani. La faida di Bruzzano è larga. Il capobastone Giuseppe Vòttari di San Luca, inteso ‘U Massaru, fu ammazzato nel 1986, proprio a Bruzzano, durante un agguato di stampo mafioso. La faida, venne variamente definita. Anche di Africo-Bruzzano-Motticella. Meglio identificato, come “Il triangolo della morte”. La faida conobbe momenti di relativa calma, allorquando venne alla ribalta, il padrino di Africo ‘don Peppe’ Morabito, inteso ‘U Tiradrittu; mammasantissima del cartello Morabito-Bruzzaniti-Palamara. Sino alla sua cattura, il 18 febbraio 2004, dopo dodici anni di latitanza, avvenuta in una casa colonica di Santa Venere, vicino a Cardeto, ma territorio del comune di Reggio Calabia
Domenico Salvatore


Correlato da un nostro precedente servizio di alcuni anni fa
“NDRANGHETA DI BRUZZANO, “STRONCATO” IL CLAN DEI TALIA-RODÀ
Dalla Polizia (Squadra Mobile, Commissariati di Siderno, Bovalino, Polistena e Condofuri) e dai Carabinieri (Reparto provinciale, reparto territoriale di Locri, Squadrone eliportato di Vibo, “Cacciatori”), armati sino ai denti, nel corso di un bltz scattato alle prime luci dell’alba. Dieci le persone arrestate. L’ordinanza di custodia cautelare in carcere firmata dal gip Filippo Leonardo

“NDRANGHETA DI BRUZZANO, “STRONCATO” IL CLAN DEI TALIA-RODÀ
Cosca mafiosa, collegata con il clan dei Mollica-Morabito. L’inchiesta era partita dagli omicidi di Pasquale e Paolo Rodà (2 novembre 2004) e Giuseppe Tàlia ed Antonio Lugarà (17 settembre 2005). I particolari, in conferenza stampa, presieduta dal procuratore facente funzioni, Francesco Scuderi, dall’aggiunto Salvatore Boemi, dal sostituto procuratore Adriana Maria Fimiani. Al tavolo anche il capo della Squadra Mobile di Reggio Calabria dottor Renato Cortese ed il neo-capo della sezione omicidi reggina dottor Fabio Catalano ed il maggiore dei Carabinieri Carlo Pieroni.
di Domenico Salvatore
Bruzzano Zeffirio-Appiedato il clan dei Tàlia-Rodà. Dalla Polizia di Stato ( Squadra Mobile di Reggio Calabria, Commissariati di Polistena, Siderno, Bovalino e Condofuri) e dai Carabinieri (Reparto provinciale, Reparto territoriale di Locri, Squadrone eliportato “Cacciatori”). L’inchiesta della DDA di Reggio Calabria, attraverso due filoni d’inchiesta distinti e separati. Una affidata alla Polizia e l’altra ai Carabinieri. Su richiesta del p.m. Adriana Maria Figiani su parere del gip Fillippo Leonardo. Nell’inchiesta è coinvolto anche l’assessore ai LL.PP. del comune di Bruzzano Zeffirio Antonio Vitale, di 32 anni (lista civica). Secondo gli organi inquirenti, il Vitale  avrebbe fatto parte del clan dei Tàlia-Rodà, collegato ai Morabito-Mollica. Destinatari dell’ordinanza di custodia cautelare sono stati: Vitale Alessandro di 35 anni, Talia Pasquale di 35 anni, Talia Domenico di 24 anni, Talia Francesco di 24 anni,  Zappia Antonio di 25 anni, tutti residente a Bruzzano Zeffirio. Ed ancora: Rodà Domenico di Brancaleone, 42 anni, Tuscano Fabrizio di Palazzi 23 anni, Romeo Antonino di 25 anni di di Condofuri. Rosanna Pizzata di 25 anni ha beneficiato degli arresti domiciliari. Un particolare importante, l’assessore ai LL.PP. di Bruzzano, Antonio Vitale sarebbe stato arrestato per motivi che non avrebbero niente a che fare con la sua attività politica.
Ma come si è arrivati all’inchiesta della DDA di Reggio Calabria? Il filone d’indagine prende mossa dal duplice omicidio di  di Pasquale e Paolo Rodà, padre e figlio assassinati da un commando di killer armati sino ai denti, il 2 novembre del 2004; e da un susseguente, anch’esso duplice assassinio, consumato nei pressi del cimitero di Bruzzano un anno dopo, il 17 settembre 2005. La magistratura, che si avvale della collaborazione di Polizia e Carabinieri ( ed in qualche caso anche della Guardia di Finanza, in sinergia) ha identificato alla guida del sodalizio criminale, il presunto capobastone Alessandro Rodà. Personaggio noto agli organi inquirenti, anche per  aver scontato una condanna per omicidio, nel periodo che va dal 1995 al 2006. Dall’inchiesta della Procura reggina, emergerebbe anche il tentativo della cosca Tàlia-Rodà  di individuare i killers, il mandante ed il movente, ancor prima della pubblica Giustizia dello Stato, per poter mettere in atto la vendetta privata.  Dai dossier e dai fascicoli in giacenza presso gli uffici della Polizia e dei Carabinieri emergerebbe anche una serie di furti di bestiame consumati nella zona di Bruzzano Zeffirio & dintorni. Abigeato, tipico del periodo degli “omini di pettu, panza e prisenza”dell’antica Onorata Società, andata in pensione negli anni settanta. Furti mai denunciati per paura di rappresaglie o reazioni pericolose.
Bruzzano Zeffirio, patria di illustri personaggi della letteratura, dell’arte, della cultura, come tutti gli altri centri dove alligna la malapianta è un paese di gente onesta, di gente per bene, laboriosa ed intelligente, che malsopporta quest’andazzo ( e spera che un giorno o l’altro tutto possa cambiare e che all’odio, la violenza, l’astio, il rancore, possano sostituirsi l’amore, l’amicizia, la simpatia, la serenità) nel regno dell’omertà che cuce le bocche a doppia mandata.
Purtroppo anche qui ci sono state le faide, finalizzate alla detenzione del potere. I pentiti di mafia o collaboratori di giustizia, hanno chiarito nelle aule dei tribunali, sino alla nausea, che in queste guerre come in quelle di mafia, non venga risparmiato nessuno. Nemmeno le donne, i bambini ed i vecchi, che negli antichi codici della “ndrangheta sequestrati a picciotti e camorristi dalla polizia e dai carabinieri, giacenti presso gli uffici giudiziari, decodificati e pubblicati più volte, erano invece sacri ed inviolabili. Gli arrestati, dopo le contestazioni di rito, alla presenza dei legali di fiducia, sono stati avviati alle varie Case Circondariali di destinazione, a disposizione dei magistrati, che li interrogheranno (anche per rogatoria) il più presto possibile. Poi, se e quando, scatteranno i processi, presso un’aula di Tribunale.
A Bruzzano Zeffirio, paesino all’interno della costa jonica reggina, dopo i giorni grigi della tensione e della paura, la gente tenta di rientrare pian pianino nella routine quotidiana. Lo Stato c’è e fa sentire la sua voce, ma la gente-afferma il colonnello comandante provinciale dei Carabinieri, dottor Antonio Fiano-deve darsi una mossa; deve collaborare.
Domenico Salvatore










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