Presentazione Rimi Pirduti,
silloge poetica di Giuseppe
Toscano
29/12/2012
Di Maria Zema
Melito di Porto Salvo (Reggio Calabria) - Ciò che voglio dire sul libro di stasera
origina proprio dalle note biografiche contenute sulla quarta di copertina, e
non certamente perché Giuseppe Toscano
abbia bisogno di presentazioni ma perché l’essenzialità delle informazioni ci
danno immediatamente la cifra stilistica di chi ha scritto. In particolare
l’ultima frase, abita nel paese vecchio, cuore di una Melito assente e
distratta. Questo mi ha fatto venire in mente una delle prime volte che ho
incontrato Giuseppe Toscano, durante un’affollatissima riunione pre elettorale,
nel sottochiesa di san Giuseppe tantissimi anni fa. Uscivamo come comunità da
un commissariamento, l’ennesimo, se non sbaglio, e quindi si cercava di mettere
insieme idee e persone. Tra i tanti interventi in un clima decisamente acceso,
Peppe Toscano riuscì a conquistare l’attenzione anche dei più agitati con la
parola appartenenza. Ricordo che
spiegò ai presenti come senza orgoglio dell’appartenenza, senza la
consapevolezza dell’appartenenza, nessun progetto politico per Melito avrebbe
mai avuto successo. Il che implica
radici salde, tradizioni salvaguardate, essere testimoni e custodi di un
retaggio, di un modo di essere, essere trama forte in un tessuto. Conservo ancora
questo ricordo perché quella parola mi ha colpito, quasi illuminato, negli anni
tante volte e nelle situazioni più varie ho pensato che proprio questo manca al
mio paese, il senso dell’appartenenza. La ripropongo stasera perché credo che Appartenenza può essere una delle
chiavi di lettura della nostra silloge, che è attraversata indubbiamente anche
da altre tematiche forti, e disegna un intenso affresco del mondo dell’autore,
si palesano tutte le sue convinzioni, il credo politico, lo spirito dissacratore, la sottile ironia, consapevolmente e lucidamente
Nessun lamento per la condizione amara che viviamo, nessuna recriminazione,
tanta lucida amarezza, questo sì, qualche rammarico, un amore forte per la sua
terra e il suo essere testimone e custode della sua terra.
Per questo sono rime perdute? Lo chiederemo
più avanti all’autore per quanto io in quell’aggettivo ci veda un sinonimo di
sparse, non disperse ma questo poi ce lo chiarirà lui stesso. Questa forte
tensione morale e civile inquadra la raccolta nella tradizione della satira
latina, Ennio, Lucilio, e poi Orazio Giovenale Petronio. Castigat ridendo mores era infatti il manifesto di questa forma
poetica di denuncia, strettamente aderente alla
vita reale del tempo, una poesia che coglie quanto, dalla morale alla politica
e alla cultura, può essere criticato, ripreso, deriso; a cui non mancano,
quando convenga, di fondamenti e riflessi filosofici; ma più che perseguire e
sviluppare concezioni dottrinarie che troveranno in Grecia la loro migliore
espressione in varie forme di parodia del mondo mitico, la satura latina si
compiace, appunto per questa sua aderenza alla realtà, di spunti di buon senso,
della censura personale; di più essa è poesia, anzi è ormai poesia monometrica.
Io credo, a buon
ragione, che si possa dire della poesia di Peppe Toscano la stessa cosa. Nelle
sue liriche c’è la nitidezza del mondo reale, non la ricerca della perfezione
metrica o stilistica, ed è la realtà che a volte offre spunti poetici, immagini
che restano a lungo, che muovono il cuore, così come ci commuovono certe parole
intraducibili del dialetto, quasi onomatopeiche, le parole del cuore, che ci
danno immediatamente il senso dell’essere parte di un contesto di una comunità.
Parole legame,
di cui la mia generazione sta quasi perdendo la memoria, e la perdita, anche
lessicale, non fa mai bene alla cultura, all’identità di una comunità, parole che
ti risuonano dentro creando un immediato senso di appartenenza come quelle
intense e indimenticabili di Lessico famigliare di Natalia Ginzburg, che a me sembrano una perfetta conclusione per
il mio intervento : Noi
siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno
all'estero: e non ci scriviamo spesso. Quando ci incontriamo, possiamo essere,
l'uno con l'altro, indifferenti o distratti, ma basta, fra noi, una parola.
Basta una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute
infinite volte nella nostra infanzia. Ci basta dire: "Non siamo venuti a
Bergamo per fare campagna"
o "De
cosa spussa l'acido solfidrico",
per ritrovare ad un tratto i nostri antichi rapporti, e la nostra infanzia e
giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole. Una di
quelle frasi o parole ci farebbe riconoscere l'uno con l'altro, noi fratelli,
nel buio di una grotta, fra milioni di persone. Quelle frasi sono il nostro
latino, […] testimonianza di un nucleo vitale che ha cessato di esistere, ma
che sopravvive nei suoi testi, salvati dalla furia delle acque, dalla
corrosione del tempo. Quelle frasi sono il fondamento della nostra unità
familiare, che sussisterà finché saremo al mondo, ricreandosi e resuscitando
nei punti piú diversi della terra, quando uno di noi dirà — egregio signor Lippman — e subito risuonerà al nostro
orecchio la voce impaziente di mio padre: "Finitela con questa storia! L’ho
sentita già tante di quelle volte!"».
Maria Zema
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