Presentato oggi da Greenpeace, Legambiente, LIPU e
WWF Italia il ricorso contro la costruzione della centrale a carbone di Saline
Joniche, autorizzata dalla presidenza del Consiglio dei Ministri
“Lo stop al carbone in Italia cominci da Saline Joniche insieme con l’assunzione di una seria politica ‘taglia-emissioni’ in grado di rispondere all’emergenza climatica, al centro del dibattito della COP18, il vertice internazionale sul Clima in corso a Doha, in Qatar, fino al 7 dicembre”. È questo il messaggio che Greenpeace, Legambiente, LIPU e WWF hanno lanciato oggi durante la conferenza stampa di presentazione del ricorso che si oppone alla decisione della Presidenza del Consiglio dei Ministri (DPCM) di autorizzare la costruzione di una nuova centrale a carbone presso Saline Joniche (RC) da parte del consorzio S.E.I., capeggiato dalla società svizzera Repower. Alla conferenza stampa hanno partecipato anche Slow Food Italia e un portavoce della rete grigionese contro il carbone.
Gli Uffici Stampa
WWF Italia, Tel.: 06 84497 265/213; 02 83133233
Greenpeace, tel. 06 68136061
Legambiente, 06.86268376 - 53
LIPU, tel.: 0521.1910706
In Italia si fermino le lobby del carbone, a partire
da Saline Joniche fino Porto Tolle e Vado Ligure, e si elimini la quota del
13% di carbone dalla Strategia Energetica Nazionale
“Lo stop al carbone in Italia cominci da Saline Joniche insieme con l’assunzione di una seria politica ‘taglia-emissioni’ in grado di rispondere all’emergenza climatica, al centro del dibattito della COP18, il vertice internazionale sul Clima in corso a Doha, in Qatar, fino al 7 dicembre”. È questo il messaggio che Greenpeace, Legambiente, LIPU e WWF hanno lanciato oggi durante la conferenza stampa di presentazione del ricorso che si oppone alla decisione della Presidenza del Consiglio dei Ministri (DPCM) di autorizzare la costruzione di una nuova centrale a carbone presso Saline Joniche (RC) da parte del consorzio S.E.I., capeggiato dalla società svizzera Repower. Alla conferenza stampa hanno partecipato anche Slow Food Italia e un portavoce della rete grigionese contro il carbone.
“Fermare la costruzione della centrale a carbone di
Saline Joniche, in Calabria – dichiarano le associazioni ambientaliste in una
nota congiunta - è un primo passo, fondamentale per bloccare l’avanzata lungo
tutto lo stivale delle lobby del carbone e di una politica energetica vecchia,
inutile e dannosa per il clima e la salute ma che tuttora persiste, con una
quota di circa il 13% , nella Strategia Energetica Nazionale in fase di
pubblica consultazione”.
IL
RICORSO. L’autorizzazione
alla costruzione di questa centrale è stata concessa dal decreto del Presidente
del Consiglio dei Ministri (DPCM) calpestando, con una evidente forzatura, la
volontà istituzionale e sociale dei territori interessati, e a dispetto di
svariate controindicazioni. Prima tra queste l’aver bypassato il Piano Energetico della Regione Calabria
(che a sua volta ha presentato un ricorso motivato) che vieta espressamente la costruzione
di centrali a carbone sul proprio territorio e punta decisamente sul mix
fatto di rinnovabili ed efficienza energetica. E' questa la scelta ritenuta
a giusta ragione in grado di preservare e valorizzare anche le potenzialità e
le eccellenze ambientali, naturalistiche e culturali dell’area interessata,
dalla valenza turistica alle fiorenti
piantagioni di bergamotto, testimonial di biodiversità e risorsa
economica, apprezzato in tutto il mondo.
In questo senso, l’autorizzazione accordata dal DPCM suona come un’arrogante e
coloniale ingerenza nei confronti di una
regione che con coerenza e lungimiranza, prima di altre e prima del Governo
nazionale, vede nella sostenibilità e
nell’economia a basse emissioni di CO2 un motore per il proprio
sviluppo a medio-lungo termine, e vanifica anche i progetti concreti che si
stanno indirizzando in questa nuova
direzione.
La
stessa Repower ha recentemente ammesso che non costruirebbe mai una centrale come quella di Saline Joniche in
Svizzera. Dovrebbero però spiegare perché la stessa centrale, che a pieno
regime emetterebbe ben 7,5 milioni di
tonnellate di CO2 l’anno (per non parlare delle altre sostanze
pericolose per la salute umana), dovrebbe essere tollerata dai calabresi. . E'
una domanda che anche nel Canton dei Grigioni, pongono movimenti, partiti e
associazioni che condannano nettamente l’investimento di Repower in Calabria e
chiedono, anche attraverso un referendum e la proposta di un “premio-vergogna”,
di rivedere tale decisione. Tra l’altro il progetto fa riferimento ad una
tecnologia, quella della cattura e confinamento geologico della CO2,
allo stato attuale e nel futuro più prossimo, impraticabile, in quanto ancora
in via di sperimentazione, non matura e
insostenibile economicamente, comunque non applicabile in zone sismiche
come Saline Ioniche.
Va anche considerato che, se costruita,
la centrale a carbone di Saline Joniche stravolgerebbe
l’ecosistema marino e terrestre dell’Area Grecanica e della Costa Viola, minaccerebbe ben 18 aree vincolate (secondo
il Ministero dei Beni Culturali), di cui ben 5 Siti di Importanza Comunitaria,
in pieno contrasto con la direttiva europea Habitat. Basterebbe considerare il
trasporto dell’elettricità prodotta attraverso un elettrodotto ritenuto
fortemente impattante sul paesaggio reggino dallo stesso Ministero dei Beni
Culturali.
Non ultimo, minaccerebbe gravemente la salute delle popolazioni locali: una
stima dei danni basata sulla metodologia della European Environmental Agency
(EEA) mostra come la centrale a pieno regime causerebbe in un anno 44 morti premature, 101 milioni di € di
costi sanitari, 500.000 € di danni all’agricoltura a ben 250 milioni di €
causati dalle ingenti emissioni di CO2.
Infine, come se questo non bastasse, ci
si chiede a cosa serva la costruzione di una nuova centrale, visto che a fronte di una richiesta energetica
storica massima di 56.822 MW (avvenuta nel 2007), l’Italia già dispone di una
potenza installata che supera i 118.443 MW, una sovraccapacità produttiva
che costringe gli impianti a funzionare a scartamento ridotto con gravi
conseguenze economiche per il Paese e per le stesse bollate dei cittadini. Un
dato è certo: la centrale non serve certo ai calabresi, né tantomeno per
assicurare la sicurezza energetica del nostro Paese; garantisce solo forti
utili all’azienda e solo maggiori costi
per la collettività.
IL CARBONE IN
ITALIA. Ci si chiede, in questi giorni in cui è in fase di pubblica consultazione la Strategia Energetica
Nazionale (SEN), quale sia il modello di sviluppo energetico che l’Italia
vuole perseguire. Quello vecchio, pericoloso e senza futuro del carbone o
quello lungimirante e sostenibile fatto di un mix equilibrato di rinnovabili,
efficienza e risparmio energetico? Stando ai fatti, sembrerebbe il primo; oggi in Italia il 12,9% dell’energia
elettrica è prodotto da carbone, che causa però oltre il 30% delle emissioni
totali di CO2. Queste percentuali potrebbero aumentare se tutti
i progetti in fase di autorizzazione andranno a buon fine. Saline Joniche è solo una parte del “fronte del carbone”. Altri punti caldi sono Porto Tolle
(progetto di riconversione da olio combustibile in pieno Parco Delta del Po), Vado Ligure (progetto di ampliamento
della centrale a carbone esistente, a dispetto di evidenze di pesante
inquinamento dell’ecosistema locale con impatti sanitari devastanti), Sulcis (è recente la notizia
dell’apertura di una procedura di infrazione contro l’Italia per aiuti di stato
a Carbosulcis, a testimonianza dell’insostenibilità anche economica
dell’impresa).
Greenpeace,
Legambiente, LIPU e WWF chiedono espressamente che dalla SEN venga eliminata la
quota di carbone prevista e dirottata in favore di fonti di energia pulita e più
efficienti.
OLTRE
L’ITALIA: L’EMERGENZA CLIMATICA SUL TAVOLO DI DOHA. L’emergenza
climatica, che abbiamo visto di recente in azione sia in Italia con la nuova
ondata di alluvioni che nel resto del mondo con eventi disastrosi come
l’uragano Sandy, è in questi giorni al centro della COP 18, la Conferenza ONU sui
Cambiamenti Climatici, iniziata ieri a Doha e in corso fino al prossimo 7
dicembre. E’ pertanto fondamentale per l’interesse stesso della sopravvivenza
umana, oltre che per la salvaguardia ambientale, che dal tavolo di Doha
emergano impegni vincolanti per gli Stati con delle scadenze ben precise
sull’adozione di tutte le misure e gli strumenti necessari alla riduzione delle
emissioni inquinanti. Più precisamente, tra i temi esaminati nel vertice di
Doha ci sono: il secondo periodo di
impegni del Protocollo di Kyoto, per i Paesi industrializzati,,
trasformando le indicazioni dei Governi in veri e propri target di riduzione. Un impegno a cui non possono sottrarsi i
Paesi in Via di Sviluppo, considerando però che ciò avvenga attraverso una distribuzione equa degli sforzi tra
Paesi sviluppati, responsabili per primi della concentrazione attuale dei gas
serra in atmosfera e quindi riscaldamento globale, e Paesi in Via di Sviluppo
che devono coniugare il diritto al benessere e allo sviluppo con la necessità
di limitare e ridurre i gas serra e l’aumento medio della temperatura globale.
Altro scoglio è quello della finanza, laddove è necessario arrivare a nuove fonti di risorse,
soprattutto per venire incontro ai paesi più vulnerabili e meno sviluppati. E
altre risorse finanziarie saranno necessarie per limitare la deforestazione, causa di una grossa
fetta di emissioni e distruttiva dei bacini essenziali per assorbire carbonio.
Roma, 27 novembre 2012
Gli Uffici Stampa
WWF Italia, Tel.: 06 84497 265/213; 02 83133233
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