Raccontandola
in una affollata sala di “Presenza Lucana” mentre si discuteva di Berto,
Scotellaro e Carlo Levi tra le terre e il mare della Lucania
di
Pierfranco Bruni
Matera
Capitale Europea della Cultura 2019. Giuseppe Berto, parlando di Carlo Levi e
Rocco Scotellaro, nel 1956, lo aveva profetizzato. Aveva letto tra le parole di
un Sud che attraversa Ionio e Tirreno. Sinisgalli ne aveva tratteggiato le
memore con i ragazzi che giocavano con le monetine. Albino Pierro con la sua
lingua di Metaponto e Tursi aveva danzato gli Orienti negli Occidenti. E nella
piazza gli incontri sono stati appuntamenti senza orologio come ebbi a scrivere
alcuni anni fa.
I
sassi di Matera sono angoli, spigoli, spaccati di storia e di civiltà.
Nell’azzurro di un cielo che ha macchie di nuvole quegli incavi sembrano
parlare linguaggi dimenticati ma che hanno un senso e raccolgono frammenti di
epoche. I popoli qui si sono incontrati e hanno dato voce a ciò che oggi è
silenzio. Tra i sassi le voci sono antiche e
i silenzi sono ancorati nel tempo
e le rughe delle stagioni ci parlano di incontri che sono stati vita.
Ho
appreso la notizia mentre parlavo di Giuseppe Berto e La Lucania nella sede,
affollatissima, serta delle grandi occasioni,
proprio dell’Associazione culturale “Presenza Lucana” di Taranto presieduta da Miche Santoro.
Matera, una cittadina del Sud, dove il sole
è nell’alba e la luna è già nel tramonto. Un paesaggio che scivola sotto lo
sguardo e il suo territorio è una risorsa il cui patrimonio è tra i vicoli. A
passo lento si racconta di una civiltà contadina e si cercano le tracce che
sono visibili. Matera è un luogo che si racconta. Più che una cittadina è un
paesaggio.
Matera
Capitale Europea della Cultura. Giuseppe Berto ha raccontato una profezia
cercando gli scogli dei mari della Lucania.
Come leggerlo questo paesaggio? La storia è
tra le case di pietre e tra i diroccamenti che in lontananza, di notte, sono un
presepe di immagini e di luci. Questo paesaggio non si può ricostruire. Lo si
può leggere. Lo si può ascoltare. Lo si può interpretare. Ma la storia vi
cammina dentro ed è fatta del sonno degli uomini che vi hanno abitato. E’ fatta
dai sogni dei popoli che ci riportano i segni di un vissuto.
Cosa resta di questo vissuto? Ma come
leggerlo? Cosa resta nella coscienza di una civiltà che qui ha costruito il suo
habitat e il suo essere? Non credo che possano bastare le spiegazioni
scientifiche o le giustificazioni storiche, archeologiche o architettoniche.
Non ci sono spiegazioni davanti ad una lettura che offre immagini simboliche.
Matera e le case di tufo si dichiarano attraverso i segni del tempo che
registrano metafore nella decodificazione di una griglia mitica.
Hanno un linguaggio, i sassi. E questo loro
linguaggio ci viene offerto grazie ad una simbologia che è immagine archetipale
che spazia nella testimonianza del nostro essere. E tutti i segni che vengono
percepiti ci giungono come tracciati mitici. La metafora della grotta, i
labirinti, i cerchi, il tufo, la sabbia sono realtà geografiche che fanno di
Matera un viaggio tra le appartenenze perdute di quei Paesi Mediterranei che
respirano mare e deserto.
Appunto il Mediterraneo. I sassi sono un
contesto di simboli mediterranei in cui l’incontro tra Occidente ed Oriente è
fondamentale. Ed è bello considerarli
come elementi simbolici che si dichiarano nella memoria di ognuno di noi. Il
Mezzogiorno è anche nel saper ricostruire questo patrimonio. Ma saperlo ricostruire
principalmente è riuscire a rileggerlo nella sua anima. Questi sassi vanno
trattati come se fossero i testimoni di un passato che continua a vivere dentro
di noi. Dobbiamo saperli leggere, interpretarli, viverli o viverci dentro.
In una civiltà
che ha perso il senso delle cose ritrovare la vita spenta di cave abbandonate è
come riaprirle ad una nuova umanità. Vi è dentro storia e antropologia. Vissuto
di una comunità e identità perdute e ritrovate. Vi è dentro tradizioni e
infanzie di popoli abbandonati. Ricostruire ciò è vivere un nuovo senso del
tempo.
Matera vive questo tempo nel tempo di una
civiltà che è memoria. Sono beni culturali che devono essere riconsiderati e
sui quali occorre un investimento serio se si vogliono tutelare e valorizzare.
La comunità ne ha bisogno. Il Mezzogiorno ne ha bisogno. La nostra civiltà deve
essere messa nelle condizioni di capire e di leggere, grazie ai segni del
tempo, tutta la sua verità storica. E questa verità, soprattutto, nei sassi non
può essere soltanto quella scientifica. Abbiamo necessità di interpretare
quella “piramide rovesciata” che lancia segnali. La “piramide” è un tempo
primordiale, direbbe Laureano, il mio amico che mi ha condotto tra i passi di
Matera,
Cammino lungo le viuzze dei Sassi. E’ notte.
La luna è un lampeggiare di riflessi, le stelle raccontano favole. Le case di
tufo sono infanzie dimenticate. Ci sono echi e un vociar in lontananze che riporta
e ci riporta nelle distanze del tempo. Cammino in un silenzio che lascia tonfi
di nostalgia. Matera non è un luogo o una città soltanto. E’ un paesaggio di
simboli che lascia coriandoli di immagini.
Sono
ritornato a Matera. Dalla Puglia e dalla Calabria. Tra le case bianche, i
sassi, la cultura contadina che richiama echi di una memoria assopita. Matera
recita storia e questa storia è fatta di simboli, di miti, di immagini che
rimangono bloccate nell’immaginario collettivo di un popolo. Le voci dei
contadini sono quelle che recitava Rocco Scotellaro. Dobbiamo rileggere gli
sguardi nei bimbi ritratti da Carlo Levi.
I luoghi sono quelli decifrati da Giuseppe Berto.
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