di Pierfranco Bruni - La filosofia che si è servita della politica o
ideologia, senza scavare nelle radici antropologiche di una civiltà, è sempre
precipitata nel materialismo. Sia dialettico che storico. Un esempio resta il
pensiero di Eric John Ernest Hobsbawm. Hobsbawm
nato ad Alessandria d’Egitto il 9 giugno
1917 morto a Londra l'1 ottobre 2012 si inserisce nelle
contraddizioni di un “secolo breve”, come da egli definito, che ha frantumato
le macrostorie di un Novecento attraversato dai Regimi comunisti e fascisti ed
ha definito un’epoca proprio nella conflittualità di aver considerato un
“secolo” che breve non è stato.
Hobsbawm, da convinto marxista, nel considerare
“breve” un secolo che è stato storicamente e ideologicamente cattivo e lungo ha
voluto cesellare alcuni modelli rivoluzionari considerandoli processi naturali
– innaturali delle civiltà confuse. Giunge alla considerazione della brevità
soltanto nel 1994 - 1995, ovvero dopo la caduta dei regimi comunisti e del
marxismo per giungere ad una conclusione che non è soltanto storica ma
profondamente filosofica, già sezionata nella discussione della democrazia
nella cultura greco – romana, che tocca la discussione sulla “uguaglianza
sconfitta” del 2006 o degli “Imperialismi” dell’anno successivo.
Nella Prefazione a “Il Secolo breve” con un
sottotitolo che si apre a ventaglio: “1914-1991: l'era dei grandi
cataclismi”, lo storico lo dichiara apertamente qual è l’obiettivo:
“Penso che ora sia possibile considerare in una prospettiva storica il
Novecento, cioè quel Secolo breve che va dal 1914 alla fine dell'Unione
Sovietica, ma mi accosto a questo periodo senza la conoscenza della letteratura
scientifica che lo riguarda e solo con una qualche infarinatura delle fonti
archivistiche che i numerosissimi storici del ventesimo secolo hanno
accumulato”.
La fine del Regime comunista, comunque, non dichiara
la fine del marxismo. Una discussione che sembrava chiusa negli anni post
bellici, ovvero Sessanta – Settanta. Ma la conclusione tragica alla quale
giunge Ernest Hobsbawm è quella del tentativo di recupero di una visione
marxista che dovrebbe non solo interessare il materialismo storico ma anche il
“meta – umanesimo” gramsciano, al quale era molto devoto.
Infatti lo storico pubblica nel 2011 un testo
abbastanza “capriccioso” ma anche accattivante dal punto di vista di una
dialettica a tutto tondo sul ritorno alle ideologie. Mi riferisco al suo saggio
dal titolo: “Come cambiare il mondo. Perché riscoprire l'eredità del
marxismo”. Ma uno dei suoi libri “forti” risale al 1975: “I
rivoluzionari” che si lega a delle riflessioni del 1983 che costituiscono un
manifesto antitradizionalista: “L’invenzione della tradizione”.
Hobsbawm ha chiaramente la coerenza del marxismo
storico che nonostante il passaggio epocale di società in transizione propone
costantemente la visione ideologica dei processi esistenziali in una prassi
della non logica che soltanto le contraddizioni del comunismo ha sottolineato.
Il marxismo come “Stato” si è dissolto al di là delle
implosione interno alla ideologia stessa. Tutti i Regimi vivono di
dissolvimento e di implosioni che vanno oltre ogni causa storica.
Marx sopravvive alla fine del comunismo. È questa una
ragione della prassi sulla quale si è basata la sua posizione. La
consapevolezza che la caduta del comunismo non ha nulla da condividere con la
vitalità del marxismo è, comunque, una testimonianza data proprio nelle civiltà
europee che con il marxismo hanno dovuto sottoscrivere un compromesso.
Se la borghesia sussiste nell’Occidente è dovuto
al fatto che la fine del comunismo ha fortificato la filosofia marxista.
Ma il problema che si è più volte posto ha riguardato i concetti di Nazione e
nazionalismo che rientrano, appunto nel concetto di secolo breve.
Ci sarebbe da considerare, secondo Hobsbawn che “A
un' Età della catastrofe, che va dal 1914 sino ai postumi della seconda guerra
mondiale, hanno fatto seguito una trentina d'anni di straordinaria crescita
economica e di trasformazione sociale, che probabilmente hanno modificato la
società umana più profondamente di qualunque altro periodo di analoga brevità.
Guardando indietro, quegli anni possono essere considerati come una specie di
Età dell'oro, e così furono visti non appena giunsero al termine all'inizio
degli anni '70”.
Poi aggiunge: “L'ultima parte del secolo è stata una
nuova epoca di decomposizione, di incertezza e di crisi - e addirittura, per
larghe parti del mondo come l'Africa, l'ex URSS e le ex nazioni socialiste
dell'Europa orientale, un'Età di catastrofe”.
Una considerazione che ancora oggi si pone. Ma non
basta la storia a trasformare il pensiero, non basta la realtà. L’Occidente è
attraversato dal materialismo ma Hobsbawn non ha voluto fare i conti con una
visione più complessa e più completa che è quella di un Occidente profondamente
cristianizzato e non marxistizzato.
L’Occidente e l’Oriente hanno dovuto fare i
conti con le religioni e non solo con le ideologie. Lo storico marxista non è
riuscito a penetrare la funzione delle religioni e soprattutto la sua bussola
non ha considerato la straordinaria importanza del cristianesimo. Anche nella
caduta dei regimi comunisti, a cominciare dalla Polonia. Quale ruolo ha avuto
il mondo cristiano e Occidentale nella caduta dei comunismi?
L’orgoglio e la ragione sono punti di riferimento di
una ideologia sconfitta avrebbe detto Oriana Fallaci. La Fallaci era stata
profetica in ciò. Ed è proprio nel momento in cui crolla il marxismo il mondo
islamico si ramifica ancora di più tra le pareti dell’Occidente.
Qual confronto è possibile raffigurare tra il
comunismo e l’islamismo? Una domanda molto forte che incide nel solco che si fa
sempre più consistente tra Occidente ed Oriente e alla quale bisogna pur dare
una risposta.
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