I Santi calabresi tra teologia e mistero.
Un cammino nella Provvidenza
di Pierfranco
Bruni
Nella cristianità dei Santi calabresi l’incontro
con il monachesimo ha segnato sempre un percorso contemplativo, in cui il
valore della pietà ha assunto una visione, quasi penitenziale, all’interno di
una geografia che ha visto confrontarsi l’Occidente con l’Oriente.
San Francesco di Paola, in pieno passaggio
epocale tra l’Umanesimo e il Rinascimento, non è stato soltanto il santo della
“Charitas”. La sua presenza, come ascoltatore della cultura dei “minimi tra i
minimi”, ha sostenuto il carisma del mistero in una storia in cui la
cristianità ha dovuto, spesse volte, interpretare il mondo musulmano e lottare
per la tolleranza e la persuasione.
In Francesco il concetto di persuasione si lega,
chiaramente, a quella di carità e in Calabria, che è la stretta geografica e
umana tra Occidente ed Oriente, la
persuasione è anche l’incontro costante con la tolleranza tra le genti.
A questa famiglia di umili, di caritatevoli, di
perseveranti, oltre la persuasione della religiosità dei valori, appartiene San
Nicola di Longobardi. Ma la
Calabria è anche la
Città del Sole, ovvero è l’eresia che comprende il destino
della teologia. Lo stesso San Francesco nella obbedienza, mai venuta meno,
(ubbidire è capire, non ubbidire non comprendendo si corre il rischio di
toccare la via della perdizione), ha dato senso non alla ragione dell’eresia,
ma alla eresia come utopia.
D’altronde la cristianità è consapevole
dell’utopia, ma soltanto l’utopia farà camminare il cristiano lungo la Croce per condurlo lungo
l’attrazione verso la Redenzione. Il
concetto di “minimo”, non solo tra i “minimi” ma anche tra gli “umili”, è una
declamazione dell’esistere dell’anima come antropologia della religione che resta
nella sfera della teologia, ma si identifica sempre nel cammino di una carità
diffusa attraverso l’umiltà compresa.
Perché nella cristianità calabrese la santità è
vissuta come personificazione interlocutoria tra le culture che hanno reso il
popolo calabrese “accettante”?
Perché è proprio nella cristianità il dono
dell’accoglienza, ma l’accoglienza è realmente una metafisica dell’anima.
Gioacchino da Fiore, sia come teologo sia come
camminatore nel mistero, non smette di incrociare l’eredità di un Oriente
mistico con un Occidente carismatico. Nella sua religiosità l’antropologia
dell’anima è sostanza oltre la ragione ed è quindi sostanza d’anima pur
accettando, ecco dunque l’accoglienza, una griglia simbolica che proviene da un
mondo sacro di un Oriente meta-esoterico.
Lo stesso Campanella è un migrante per eresia
nei confronti dell’Occidente perché il Sole è una metafora della Luce graziante
che diventa una metafisica della Grazia accogliente.
Il culto mariano, in Calabria, resta fondamentale
ed è il culto che ha la sua voce parlante nella Madonna del Rosario di Pompei.
San Nicola di Longobardi è un “mariano”, come lo
sono i “minimi” che vivono il modello della evangelizzazione tra la virtù e la
cerca della perfezione nella ottemperanza dell’umiltà.
Non avrebbe senso, nella cristianità di
Francesco e di San Nicola, l’orizzonte del concetto gioachimita di “spirito
profetico dotato”. La santità dei Santi calabresi si incontra con la teologia
di Gioacchino da Fiore, di Bernardino Telesio, di Tommaso Campanella, di San
Nilo e del misterioso cammino del silenzio di Serra San Bruno, ovvero di una
fede carismatica bruniana che “spigola” anche con il nolano Giordano Bruno.
San Nicola ha compreso subito questa mirabile
spiritualità ed ha decodificato il concetto di anima stessa in Spirito
nell’essenza della sua comunità. Ecco il senso che, in fondo, si offre alle
orazioni, ovvero ecco come le orazioni diventano pellegrinaggio di preghiera
nella parola orante.
Diventa molto complesso e affascinante il
processo del dialogare tra teologia e mistero, perché la Calabria propone come
voce religiosa in Cristo la teologia.
Gioacchino da Fiore è dentro questo cammino.
Campanella per sfuggire alla teologia diventa errante, pur nella ubbidienza
della fede.
Francesco legge, e lo fa con le Regole, il
“giardino” di Gioacchino, ma interviene con le azioni e con la presenza e
comprende che il mistero, affinché possa essere fede, ha bisogno del mistico.
Essere “Taumaturgo” ed/o essere considerato tale
significa aver assorbito una teologia dell’Essere, ma ciò lo rende un
interlocutore tra la Chiesa
e il vivere la Trinità
nel mistero del cammino che lo conduce tra il mare e le terre.
San Nicola interpreta questa visione e la
traduce nella Grazia beatificante in un raggio di luce tra l’estasi e il
sublime. Ma la santità può raccogliersi nell’estasi e nel sublime?
Quando la penitenza chiama e la persuasione è provvidenza
la voce è un camminare nella spiritualità. Ma camminare nella spiritualità è
rendersi degno dell’umiltà ed è così che ebbe a dire: “Signore mio, Gesù mio,
non ero degno che la Maestà
vostra venisse a me vilissima creatura, e però giacché vi siete degnato di
dispensarmi questa grazia fatemi degno del vostro santo amore”.
L’umiltà è potente, l’umiltà guida, l’umiltà
disegna le vie, l’umiltà certifica la carità, l’umiltà è un camminare di senso.
Ma l’umiltà resta al centro del dono della contemplazione. La contemplazione di
vissuto è il donarsi nel sempre. Perché in questo donarsi si ramifica la
ricerca della perfezione.
Il cristiano per vivere la santità deve
lasciarsi assorbire completamente dall’accettazione e allontanarsi da ogni
gesto che non sia la accoglienza mistica del perdono. Così il monachesimo è la
pazienza espressa nello sguardo che ha il silenzio gaudioso. Così il
monachesimo è la speranza legata alla volontà caritatevole della provvidenza.
Francesco di Paola è la provvidenza nell’osservanza.
San Nicola è l’osservanza nella provvidenza.
Questo incontro di santità nella Calabria degli
intrecci delle cristianità, nella latinità e nella ortodossia, è la Calabria che ha dialogato
con gli Orienti di un sacro immenso che è nella vita dei popoli.
Una Calabria dei Santi, che nel mistero del
mistico viaggiatore ha attraversato il linguaggio della teologia, ha legato la
religione alla filosofia, ma ha saputo interpretare il mistico passaggio di
Paolo tra le terre dell’anima. Qui si ritrovano l’esperienza mistica, che è il
cammino mistero, e l’obbedienza.
San Nicola di Longobardi è la voce che recita la
provvidenza nel Cristo Redente. Ovvero un Cammino nella Provvidenza.
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