Lo snodo tra poesia e percorso
narrante in Cosimo Fornaro, di cui si ricorderà la sua presenza letteraria
nella temperie del Novecento il prossimo 27 settembre a Taranto, è dato dallo
sviluppo di un linguaggio tutto metafisico. Una metafisica abitata, fino in
fondo, dalla testimonianza sia umana che spirituale.
La sua poesia è il leggere il
tempo della spiritualità con il vissuto e con i tasselli della memoria. Il suo
narrare è recuperare la visione del centro nella individuazione del
personaggio. Da Emiliana a Maria. La poesia è linguaggio lirico nel momento in
cui la parola perde gli orizzonti e ritrova il senso.
Fornaro ci indica due percorsi.
Il pensiero che diventa un archetipo di pensieri. Il silenzio che diventa un
toccare i segni dell’altro in sottovoce. È un preludio il suo primo libro
scavato oltre il porto sepolto. Pensieri sottovoce.
La preghiera è sempre un parlare
– pensare rivelante sottovoce. La poesia, infatti, è una preghiera. Non ha
teologia, ma mistero. Ha una sua sacralità tra i simboli che si raccolgono in
una alchimia che tocca l’anima dello spazio che lega il labirinto al viaggio.
La parola, in Fornaro, è
attrazione dell’attesa. Intorno a questi codici è possibile ricucire il tessere
della tela della metafora nel tessuto della vita. Se Emiliana diventa un
bisogno di ascoltare, nel viaggio intorno all’abitare la Magna Grecia, la
spiritualità di una presenza forte, attraverso anche i luoghi, la figura di
Maria è l’esemplarità del mistero che supera ogni tocco della ragione per farsi
esilio della storia e diventare profezia nella speranza.
La poesia è una offerta che ha
come “costellazione” il mito. E oltre il mito che la terra e il mare di una
geografia che ha tracce di infanzia e di giovinezza, ovvero di tempo in una
metafora giocata tra il “luogo” e il “vivo”. Ma si tratta, comunque, di una
metafora catturata da una dimensione reale. Un Luogovivo è un luogo che insiste
nel nostro essere, ma questo nostro essere, in Fornaro, è la cesellatura che
chiosa la pazienza.
Se non ci fosse la pazienza non
ci sarebbe la capacità di leggere la profezia. Accanto a questi due confini che
sono anche l’oltre insiste la provvidenza. Lo scrittore e il poeta nella
cristianità si focalizza nella centralità, ritorna il concetto di centro, della
Terra Promessa.
Ecco perché tra gli scrittori che
hanno intrecciato il mito alla griglia simbolica del Mediterraneo – Magna
Grecia (da Viola a Carrieri, da Spagnoletti a Pierri, da Tebano a De Giorgio)
Cosimo Fornaro ha realizzato una intelaiatura, nel tempo del sublime, tra
l’estetica della provvidenza e la volontà dell’orazione.
Come nei versi di Santa Teresa
d’Avila l’orazione è il linguaggio dell’anima perché diventa il “castello”
della solitudine,ma questo “castello” è la rivolta, sul piano della dialettica
critica, del realismo magico in una inquietudine cristiana, Fornaro è nella
generazione di Francesco Grisi, di Diego Fabbri, di Mario Pomilio che
appartengono alla scuola di Mauriac e dei Papini del racconto di Cristo.
Le “orazioni”, lette come poesia
dello spirito nello spazio – tempo, della “Teresina” sono spaginazioni
teologiche per recitarsi come profezie e viaggi mistici. Ma la letteratura è un
individuale misticismo.
Fornaro ha vissuto la letteratura
e la parola della letteratura nello scavo del misticismo: dalla poesia al
racconto di Maria in un (con un) cerchio che va da Dante a Pavese.
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