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Carceri: ora è legge il risarcimento dei detenuti e lo sconto di pena, Nessuna risposta per fermare la spending review dei dirigenti e degli operatori penitenziari

<< Approvato ieri dal Senato è diventato legge il decreto legge per risarcire i detenuti per sovraffollamento (D.L. n.92/2014) ma nessuna risposta per fermare la spending review dei dirigenti e degli operatori penitenziari e la soppressione di 5 Provveditorati Regionali Amministrazione Penitenziaria (Basilicata, Calabria, Liguria, Marche e Umbria)>>. 

A seguito dell’esito favorevole del voto di fiducia n. 17 chiesto dal Governo ieri è stato approvato in via definitiva al Senato, con 162 sì e 39 no, il testo di conversione dell’ultimo decreto legge sulle carceri, il D.L. 26 giugno 2014, n. 92. È un provvedimento con il quale il Governo italiano tenta, tra l’altro, di superare le censure della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo circa l'assenza di un rimedio risarcitorio interno al nostro Paese per i detenuti che subiscono una carcerazione in condizioni di sovraffollamento e, quindi, in violazione dell'art.3 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo che vieta trattamenti disumani e degradanti. In realtà, purtroppo, se non si realizzeranno con urgenza misure più complesse (quelle sinora intervenute non hanno carattere strutturale e sistemico) sul fronte del processo penale, riducendone i tempi, della depenalizzazione, di una riforma ampia della custodia cautelare quale extrema ratio e dell'implementazione effettiva delle misure alternative, il rischio è che le direzioni degli istituti penitenziari ed i pochi operatori penitenziari oramai rimasti passino il loro tempo a misurare le celle per accertare che lo spazio vivibile sia conforme agli almeno 3 mq a detenuto, statuiti dalla Cedu nella nota sentenza pilota di condanna Torreggiani dello scorso anno (fatte salve interpretazioni più garantiste di taluni magistrati di sorveglianza che i 3 mq valutano al netto del mobilio), e i magistrati di sorveglianza a decidere sulle istanze risarcitorie. E’ infatti facile prevedere che le richieste di risarcimento, che già dal varo del decreto legge sono state copiose, inonderanno gli uffici di sorveglianza che, a loro volta, le riverseranno, per acquisire le necessarie alle direzioni degli istituti penitenziari nei quali le persone detenute sono state nel corso della loro carcerazione a causa del peregrinare tra un istituto e l’altro in cerca di un carcere meno affollato. Peraltro poiché le istanze che non possono essere soddisfatte con la riduzione di pena (1 giorno di detenzione ogni 10) possono essere proposte sino a 6 mesi dopo la cessazione della detenzione (o, nel caso di pena espiata, dall’entrata in vigore del decreto) e devono essere risarcite con 8 euro per ogni giorno di detenzione contraria alle regole Cedu, è facile intuire che le casse dello Stato potrebbero avere un onere continuo certo non indifferente (a prescindere dai dubbi di adeguatezza risarcitoria avanzati da qualcuno) se non saranno adottate le misure strutturali necessarie a mantenere la capienza delle strutture penitenziarie entro i limiti di regolarità. Allo stato la situazione è migliorata ma non è affatto rosea. Secondo i dati consultabili alla pagina web dello stesso Ministero della Giustizia al 30 luglio 2014 su una capienza regolamentare di 49.402 (dato molto contestato da alcuni) i detenuti presenti nelle carceri italiane erano 54.414 uomini e 2333 donne. Orbene, premesso che gli oneri previsti per il risarcimento sono 5 milioni nel 2014, 10 milioni nel 2015 e 5,3 milioni nel 2016, in verità non è possibile avere dati certi sull’impatto che il provvedimento avrà sulle casse dello Stato. Difatti la commissione Bilancio della Camera ha espresso parere favorevole al decreto legge con la precisazione che "l'assenza di oneri per gli anni successivi al 2016 è fondata sul presupposto che il problema del sovraffollamento dovrebbe ragionevolmente trovare soluzione entro tale anno, considerato il trend di costante diminuzione rilevato nell'ultimo anno dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria", ha però evidenziato che la stima degli oneri necessari "riveste carattere di prudenzialità, sulla scorta dei dati in possesso del ministero della Giustizia, che non consentono una rappresentazione più analitica del presumibile impatto finanziario recato dal provvedimento, posto che gli elementi da prendere in considerazione sono assolutamente variabili quali, ad esempio, l'indice di sovraffollamento riscontrato negli ultimi anni, le ulteriori condizioni carcerarie, i residui di pena eventualmente da conteggiare, l'esito dell'accertamento delle violazioni della Cedu che non potrà che essere valutato caso per caso dal magistrato di sorveglianza o dal giudice ordinario". D'altra parte senza un rimedio interno la Cedu avrebbe sbloccato i circa 3000 ricorsi pendenti e per le casse della nostra povera Italia non sarebbe andata meglio, figuraccia internazionale a parte per essere stata la civile Italia, culla del diritto, capace di violare sistematicamente i diritti umani. 

Il Si.Di.Pe. (Sindacato dei dirigenti penitenziari) rappresenta i funzionari presenti nelle strutture territoriali (istituti penitenziari, uffici dell’esecuzione penale esterna, scuole di formazione del personale penitenziario), nei Provveditorati Regionali dell’Amministrazione Penitenziaria, nei Centri per la Giustizia Minorile, nel Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, i quali assicurano l’esecuzione penale, interna e esterna. Art. 27 della Costituzione: <> Il Ministro della Giustizia Andrea Orlando ha, infatti, dichiarato "Se Strasburgo ci avesse condannato, avremmo dovuto pagare 20 euro al giorno, per una cifra complessiva sui 300 milioni. Gli 8 euro vanno considerati come un risarcimento, che il Csm ritiene sia troppo basso, per evitare un danno economico ben maggiore. Non è una scelta discrezionale, ma il frutto di una giurisprudenza costante di Strasburgo. L'unico modo per non pagare questi soldi, per assurdo, sarebbe uscire dal Consiglio d'Europa e addirittura stracciare la Convenzione dei diritti dell'uomo, il che non è nemmeno immaginabile, tant'è che nessuno lo ha mai ipotizzato. E poi, diciamo la verità, un carcere non sovraffollato è in linea con la Costituzione". Sul punto il Si.Di.Pe. – il sindacato più rappresentativo del personale della carriera dirigenziale penitenziaria dei ruoli di istituto penitenziario e di esecuzione penale esterna – è d’accordo con il Ministro Orlando, perché senza un rimedio interno la Cedu sbloccherà i circa 3000 ricorsi pendenti e per le casse della nostra povera Italia non andrà certo meglio, figuraccia internazionale a parte per essere stata la civile Italia, culla del diritto, capace di violare sistematicamente i diritti umani. Nel contempo, però, il Si.Di.Pe. non può fare a meno di evidenziare che, in contraddizione rispetto a una situazione di emergenza penitenziaria che ha obbligato il Governo ad emanare un decreto legge per introdurre rimedi risarcitori per i detenuti, il Gabinetto del Ministro della Giustizia ha inviato a titolo di informativa ai sindacati uno <>, ai sensi dell’art.2, comma 10 ter, del D.L. n.95/2012 relativo alla cd spending review. Il provvedimento riduce il personale penitenziario, dai dirigenti penitenziari (che pure gestiscono con enormi difficoltà e scarse risorse un sistema penitenziario al collasso a causa delle assurde scelte di politica criminale dell’ultimo ventennio e del conseguente, sovraffollamento) agli operatori penitenziari del trattamento (educatori, assistenti sociali e personale amministrativo di supporto). Un intervento in nome della spending review che contrasta con le necessità di dare attuazione ai principi di rieducazione e reinserimento sociale previsti dalla Costituzione e dall'ordinamento penitenziario e che produrrà un evidente danno ai cittadini sul fronte dela sicurezza, in un momento delicatissimo nel quale l’Italia è sotto osservazione dell’Europa dopo la sentenza Torreggiani e la prossima scadenza di verifica, a cura del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, è fissata a giugno del 2015 per accertare l’adeguatezza dei provvedimenti risolutivi del sovraffollamento che il nostro Governo dovrà realizzare. A fronte di tutto ciò il provvedimento in questione sopprime ben 5 Provveditorati Regionali dell'Amministrazione Penitenziaria (Basilicata, Calabria, Liguria,Marche, Umbria) che, come noto, sono organi di coordinamento, indirizzo e controllo degli istituti penitenziari e degli uffici di esecuzione penale esterna, oltre che organi di raccordo con il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria e di prossimità con le realtà territoriali, per le interrelazioni indispensabili sul territorio regionale con le altre istituzioni. In particolare il provvedimento in questione sopprime il Provveditorato Regionale dell’Amministrazione penitenziaria per la Calabria, con sede a Catanzaro, e lo accorpa, insieme a quello della Basilicata, al Provveditorato della Puglia, con sede a Bari. Se ciò accadesse sarebbe davvero di una gravità inaudita perché verrebbe meno un importante presidio dello Stato in una regione già afflitta da profonde piaghe e, prima tra tutte, quella della criminalità organizzata. È notorio, infatti, che la ‘ndrangheta è la più potente organizzazione criminale di stampo mafioso e che, purtroppo, la Calabria è ancora la terra dove in alcuni paesi ancora le processioni religiose si fermano per fare omaggio con le sacre effigi davanti alla porta di casa degli ‘ndranghetisti. La soppressione del Provveditorato danneggerebbe gravemente la Calabria ed i calabresi, contribuendo al declino della regione e aumentando il senso di solitudine e di abbandono da parte dello Stato che già affligge i cittadini onesti, che sono poi la maggior parte. Senza contare che é assurdo pensare a qualunque tipo di attività di coordinamento, indirizzo e di controllo degli istituti e servizi penitenziari della Calabria da parte di un Provveditorato che si troverebbe a Bari (circa 500 km dagli istituti del reggino, raggiungibile con una media di 5 ore di viaggio in automobile a causa delle infelici reti stradale e ferroviaria). 

 – Il Si.Di.Pe. (Sindacato dei dirigenti penitenziari) rappresenta i funzionari presenti nelle strutture territoriali (istituti penitenziari, uffici dell’esecuzione penale esterna, scuole di formazione del personale penitenziario), nei Provveditorati Regionali  dell’Amministrazione Penitenziaria, nei Centri per la Giustizia Minorile, nel Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, i quali assicurano l’esecuzione penale, interna e esterna. Art. 27 della Costituzione: <> Questo vuol dire, anche, che qualunque procedimento amministrativo relativo agli istituti penitenziari calabresi e di competenza del Provveditorato, vedrebbe allungati i tempi di definizione, con buona pace della funzionalità ed efficienza amministrativa per i servizi all’utenza. Infatti, oltre alle distanze e alle difficoltà di collegamento viario, per le attività provveditoriali che comportano un accertamento o un’attività nelle sedi periferiche c’è da considerare che il neo Provveditorato Puglia-Basilicata-Calabria dovrebbe gestire ben 26 istituti penitenziari distribuiti su un territorio difficile anche sotto il profilo dei collegamenti. Peraltro unificare due Provveditorati difficili e complessi che operano entrambi in terre di criminalità organizzata (Calabria e Puglia) significa creare le condizioni per impedire un efficace funzionamento di una struttura che é anche un presidio dello Stato. Un danno incalcolabile alla società civile in cambio di un risparmio da nulla o poco più di nulla che si sarebbe potuto ottenere con una diversa utilizzazione delle risorse e senza danno ad un sistema penitenziario già in estrema crisi. Il Si.Di.Pe., che ha inviato al Ministro della Giustizia Orlando una richiesta di urgente incontro sulla delicatissima questione, ha proposto soluzioni diverse e gli ha chiesto di valutare la possibilità di varare con carattere di urgenza una norma per escludere il personale dell'Amministrazione penitenziarya e, nel caso di specie, i dirigenti penitenziari, dalla spending review delle dotazioni organiche, ma nessuna iniziativa in tal senso risulta essere stata allo stato intrapresa. L’Amministrazione Penitenziaria, infatti, dovrebbe essere esclusa dalla spending review perché fa ovviamente parte del sistema di sicurezza dello Stato e, come tale, è compresa nella deroga di cui all’art.2, comma 7, del D.L. 95/2012. Ci auguriamo che Governo e Parlamento intervengano e pongano riparo alla situazione in sede di conversione, in caso contrario le conseguenze non potranno che essere disastrose e anche chi, a tutti i livelli ed in tutti gli ambiti, non avrà fatto nulla per evitarlo ne sarà in qualche modo responsabile. 

Il Segretario Nazionale Rosario Tortorella