A ritornar
nella mia Magna Grecia nei Ferragosti
di quando
si partiva con la
Millecento rossa con il cambio allo sterzo
di
Pierfranco Bruni
Si preparava già qualche giorno prima. Ho
sempre amato il mare. Il mare greco. Sibari è nella mia vita.
Le distese pianure fanno concorrenza al
deserto che annuncia la
Terra Promessa. Anche quando il mare è di là delle piccole
dune ci sono tavolieri che sembrano levigati dai discepoli di Giuseppe.
Metafora a parte.
Qui è un viaggiare senza incorrere
all’improvviso nelle montagne russe o nel sali sali e scendi scendi delle
silane alture. Qui. Ci sono sbalzi del terreno e nulla più.
Si respirano sapori salsedinati. I
vicinati sono grovigli di voci. Peperoni e patate nell’area odorante di fritto.
Infanzia che ritorna nel soffio di una volata di arcobaleni nei quali, in un
giravolta o in un voltagira, i ricordi, come sempre, si danno appuntamento e
richiamano echi, echi che la conchiglia custodisce.
La geografia dei luoghi si coniuga sempre
con quella dell’anima e quella dell’anima, l’ho capito troppo tardi, con il
trascorre il quotidiano passare delle ore, dei giorni.
Ogni estate
culminava nell’attesa del Ferragosto. Festa campale. Antica che resiste al
moderno. La celebrazione pagana del mondo agricolo.
Dice una Enciclopedia: “La festa del 15 agosto, intitolata
all’Assunta, perpetua l’antica festività agricola pagana delle ferieae augusti
o augustales, che celebrava la raccolta dei cereali e solennizzava il riposo
che a essa seguiva”. Il solito sottopancia scolastico e televisivo.
Sacralità e paganità.
Con tutti i suoi riti. Si mescola il
tempo della fede con il tempo del mito. Già nell’antico questo miscellare la
ritualità della cultura contadina era fare dono alla Vergine. La Festa della Assunzione della
Santa Vergine. Ma il greco e il romano si dichiaravano in una sintesi di storie
e di civiltà. Ancora oggi continuano a parlarsi come se fosse ieri.
Ferragosto è una festa che celebra un
rito. Inconsapevolmente oggi è soltanto una festa, un andare, un rincorrere, un
tuffarsi. Il rito che è tradizione si manifesta nella consumazione dei pranzi.
Calabria che si cerca nel Mediterraneo. E
il Mediterrao è Magna Grecia e la Magna Grecia vive il suo Mediterraneo greco ed
arabo. Calabria che ha di fronte l’Oriente e l’Occidente. Puglia dal meridiano
impazzito nella calura dei quaranta gradi. Roma delle serate pre ferragostane e
settembrine.
Gioco a recuperare i ricordi. È diventato ormai un gioco irresistibile e
infinito. Ma è in questo gioco che ritrovo la mia ansia e la mia fantasia si fa
arcobalenata tra le strisce delle luci e le ombre degli scuri.
Ferragosto.
Il sole è una lancia medioevale ben appuntita
che cade sugli ombrelloni. I fasti antichi sono una ferie. Quelle ferie di
agosto con un mare che era una tavola blu
e non ci mancavano pinne, fucili ed
occhiali per rappresentare la nostra vitalità e la nostra giovinezza in un
tempo che è stato.
Con mio padre e mia madre e il Millecento
rosso… Millecento D. Tra Tirreno e Ionio. Paola e Fuscaldo quando si andava a
trovare zio Mariano e zia Maria. Ionio quando trascorrevamo le lunghe estati a
Trebisacce. Alla spiaggia con le pietre appartiene il mio orizzonte. Mia madre
giovane e mio padre sempre un combattente.
Ferragosto è sempre il ferro caldo di
metà agosto che ci permette di lasciare paesi e città e occupare spiagge e
montagne. E le città sono il respiro della solitudine mentre i paesi sono le
isole perdute o abbandonate.
Si cantava alcuni decenni fa una canzone
dal titolo: “Notte di ferragosto” e
la cantavamo per tutta un’estate per cantare l’estate. Le dolci e calde estati
che ricordo come se fossero ora solo un sogno in quei luoghi della mia Calabria
che ancora hanno odore di allegria nella malinconia che non sfugge agli attimi.
L’attimo
fuggente di Robin di cui ho parlato in questi giorni per la sua morte
terribile…
Che belle estati in quel mare
dell’azzurro profondo dove si cucivano avventure, dove si abbordavano ragazze,
dove si ballava e si ritmava: “panna,
cioccolata e un po’ di fragola”.
Ci si sfidava a chi si abbronzava di più.
I tuffi dal pontile. Le nuotate a più non posso.
Erano finiti i tempi dei castelli di
sabbia sulla spiaggia. Si intonava anche un motivetto che per la mia
generazione era superato, ma che restava come un simbolo dell’estate: “Sapore di sale, Sapore di mare…”.
Una canzone che ho ritrovato anni dopo,
ma che resta legata ad incontri e forse
ad un amore che ho lasciato negli anni. “Sapore
di sale/sapore di mare/che hai sulla pelle/che hai sulle labbra/quando esci
dall’acqua/ e ti vieni a sdraiare vicino a me…”. Danzava nella pista del
lido Rosy…
Il tempo della mia giovinezza in un mare
che aveva i colori della Grecia, della Magna Grecia, di Pitagora e i suoni
della lira e i versi di Ibico. Non sapevo allora che il fascino di questo
mistero e di un paesaggio tutto solare avrebbe dato senso alla mia costante
ricerca di una identità che è quella della civiltà dello Ionio nelle acque del
Mediterraneo.
Mare, mare, mare.
Ombrelloni che fanno teatro e recitano
l’estate. Asciugamani con i simboli dell’estate. Mi ricordo quei sandali che si
infilavano tra due dita. Fastidiosi eppure facevano parte di uno stile.
Un tempo che oggi è nella memoria. Si
aspettava la notte di ferragosto per tuffarsi in quelle onde dopo la
mezzanotte. Non c’erano tinte. Il buio tagliato dalla luna che si mostrava a
fette e le stelle erano tanti puntini che sembravano le lentiggini del cielo.
Molte di quelle stelle erano cadute qualche giorno prima.
Nella notte di San Lorenzo e i desideri
si erano già espressi....
San Lorenzo, il martire, bruciato sulle
graticole continua a recitare ogni dieci agosto la sua santità. E lancia le
stelle e contando le stelle, i desideri espressi, per ogni stella avvistata, si
avverano.
A me non è mai
accaduto. Eppure ne ho viste di stelle cadere la notte del dieci agosto. E
anche oggi non vedo cadere le stelle…
I miei ferragosti di baldoria sono legati
ad anni lontani. Poi sono diventati silenzi ricercati. E passano con il passare
dell’estate, con il trascorrere delle afose giornate, con i tuffi nell’acqua
chiara e azzurra.
“Guarda come dondolo…”.
Erano altri i
giorni di quel mio tempo. Ma nessuna cosa passa invano in questo nostro
scorrere i petali della margherita.
Domani ci sarà
il sole?
L’estate rimane legata alla metafora
costante del mare. Quando si andava in montagna, tra le montagne della Sila o
del Pollino, per me non era una festa.
Ferie d’agosto anche quando non c’era
bisogno per me di andare in ferie era il sole, l’abbronzatura, i balli fino
all’alba sulla rotonda dei lidi.
Chi dimentica più.
“Una
rotonda sul mare/il nostro disco che suona…”. O: “Come è caldo il vento amico…”.
Ancora: “Ho scritto t’amo sulla sabbia/e il vento a poco a poco se l’è portato
via…”. “Azzurro, il pomeriggio è
troppo azzurro…”.
Non so se facevano proprio così con un
ritornello che echeggiava continuamente nella mente. E si cantava senza mai
stancarsi in un’altra epoca: “Questo
piccolo grande amore è solo un piccolo grande amore…”.
Ogni canzone era legata ad un momento
particolare e si viveva nella malinconia di un’attesa che aveva un sapore di
allegria.
Poi vennero altri giorni. Poi venne un
altro tempo.
Le corse pazze
lungo quelle strade curvate. I brividi dell’emozione. Si era giovani anche per
quell’imprevedibile senso di incoscienza che si aggrappava ad una frenesia che
era nella bellezza del vivere.
Il
vivere era bellezza e noi vivevamo la vita, ma ci si lasciava attraversare dall’innocenza
del sogno. Amavamo. Quelle carezze nascoste. Quei baci furtivi.
Quell’incontrarci tra i segreti dei luoghi in passeggiate che non avevano
riposo.
Ferragosto non è soltanto il ricordo di
un giorno. Ferragosto è l’attesa di una
stagione che si intreccia ai desideri, ai giochi delle estati, ai luoghi di un
lungomare.
E tutto era una festa. Una festa nel
cuore degli anni. Di quegli anni vissuti, perduti nel tempo e ritrovati nella
memoria. Di quegli anni intrecciati ad un vento che oggi è nostalgia.
Spesso ascolto questo vento. Mi giunge
inaspettato. Un vento che riporta onde di mare. Sussurri nella conchiglia.
Sussurri che il tempo nasconde tra le sue pieghe ed esplodono senza che nessuno
ne capisca nulla.
Il mistero della memoria è una voce che
cammina silenziosamente in ognuno di noi.
Cammina. Cammina e poi questo mistero si
apre a ventaglio.
Cosa ci sarà mai in questo ventaglio di
immagini, di colori, di infiniti trastulli. Ed è qui che ci si perde e ci si
ritrova. E le età sembrano scomparire. Si rimane senza età raccolti e travolti
dal fascino stesso del viaggio.
La notte di San Lorenzo le stelle cadono
per essere contate. E prepara il Ferragosto. Agosto a metà con la luna a fette
e i cocomeri rossi sulla tela di una stagione dipinta con i rossi e i verdi che
non si asciugano facilmente.
I rossi e i verdi si lasciano tagliare
dalle diverse cromaticità dei gialli. Il rosso qui. Il verde al centro. Il
giallo dappertutto. Fa i contorni.
Estate, estate, dolce estate…
Recita Cardarelli: “Distesa estate,/stagione dei densi climi/dei grandi mattini/dell’albe
senza rumore -/ci si risveglia come in un acquario -/dei giorni identici,
astrali,/stagione la meno dolente/d’oscuramenti e di crisi…”.
Il canto di una infinita estate che
ritorna e ritrova quel suo tempo. Tempo di immagini. Tempo di paesaggi
assolati. Non li ritroverò più con quella intensità. Non li vivrò più con quella interiorità. Con quella armonia, con
quelle musiche, con quel sogno.
Felice estate.
Ferragosto di viaggio. Era una
tradizione.
Ferragosto non era una festa se non si
andava fuori porta.
Oggi questo
desiderio non mi tocca più. Anzi preferisco starmene chiuso a casa.
Come cambia la vita.
Come muta il
nostro impatto con la vita.
Come si trasformano le giornate. Le
nostre giornate che non restano sempre le stesse. È un bene. Un male. Ma tutto non resta come si
pensava che restasse.
La luna copre il sole.
Ritorno ai miei luoghi. Con i desideri
assopiti. Con i viaggi che viaggiano dentro di me. Con i sogni che erano e che
non sono più. Ogni tempo ha la sua età. E questa mia età è un nuovo gioco.
Vorrei prendere
per mano i miei figli e passeggiare tra i viali del giardino… Ma gli anni sono
trascorsi, mio padre è un volo con l’aquila con la rosa rossa… Quel giardino racchiude
tanti ricordi… E mia madre racconta nostalgie di epoche antiche…
Ferragosto tra i Mediterranei degli
Orienti e degli Occidenti e dalle albe che si tuffano nei crepuscoli. Gli odori
e i sapori ancora una volta sono incenso.
Il mio paese è la tradizione che si fa
identità. Si avverte quella malinconia che è profondità di scenari. È anche un
graffio. Un graffio che solca la coscienza perché si ha sempre più
consapevolezza che il distacco è una lontananza che separa.
Quale Ferragosto ricordare in quel mio
paese dell’infanzia o in quel mio tempo della giovinezza?
Calabria e Puglia sono diventati un
incontro fatale. Il ciclo delle stagioni in questo mare che è viaggio è un
girotondo che si compie con gli occhi della memoria.
Siamo rimasti in volo come due palloni
che sono tenuti insieme da un spillo. Canta una canzone di Mina e Celentano.
Che bella immagine. E nonostante tutto siamo andati avanti. È questo il messaggio malinconico e gioioso.
In volo come due palloni retti insieme da
uno spillo.
Ne è passato di tempo. Perché
continuare con queste malinconie che non so proprio dove possano condurre. Due
palloni in volo tenuti da uno spillo. Ecco. Una fotografia da incorniciare. Ma
non è mia.
Ho due finestre aperte che ritraggono il
mio Ferragosto.
Le lunghe corse per giungere ai laghi
della Sila. E lì fermarsi sotto il fresco e a contatto con l’acqua tutta piana.
E poi il mare. Il solito mare di Ulisse.
Una volta, di notte, nel silenzio delle
calme onde, ho cercato di captare il fruscio delle sirene. Io mi sentivo un
Ulisse ma senza cera nelle orecchie. Ho aspettato. Ho implorato le sirene.
Nella notte. Ma niente. Solo lo splasc leggero leggero delle onde che lambivano
appena la sabbia.
Le sirene c’erano state in quel mare, ma
ora non c’erano più. Altre volte di notte. Ma nulla. Anche nel contatto
antelucano mi sono tuffato in quel mare di Ulisse.
Con le correnti
fresche.
La fantasia ha certamente più memoria
della realtà. Ha più sfumature. Non conosce il tocco degli orologi. Le sirene
non conoscono il tempo. Sono nel mito e sfidano la storia. Continuano. Senza di
noi a sfidare la storia. Continuano nella nostra logica inconsapevolezza ad
affiorare nel mare della memoria.
Ho rinunciato a cercarle, ma non mi sono
rassegnato. Sono diventato più pensoso. Mi sono detto che saranno loro, le
sirene, a farsi sentire o lasceranno un segno quando sarà il momento, quando lo
riterranno opportuno.
Ulisse non le ha cercate. È stato
raggiunto dalle sirene perché sapeva che quel vento era troppo forte e poteva
bloccargli la strada del ritorno. Conosceva il mistero di quelle voci, quelle
voci che spezzano il cuore della nostalgia.
Cosa farò?
Mi tolgo davanti questi fogli che
lasciano respirare ricordi e riportano emozioni. Una scommessa?
Ebbene sì.
Lascio da parte le malinconie perché ho
paura di invecchiare nella loro amorevole accoglienza.
Ferragosto. Quest’anno ritorno nelle
acque di Ulisse. E di notte. Con lunghe bracciate. Nuoterò. Senza cercare le
sirene. Senza chiedere di poter incontrare le sirene.
E una linea di luna guiderà il mio
pensare.
Farò così.
Nella notte di Ferragosto. Senza più
parlare di miti. Senza più scendere tra le parole che sembrano cantilenare le
nenie della tradizione e dei riti.
Cambierò
registro.
Nella notte di Ferragosto questo mio
Mediterraneo dai naviganti infiniti, sarà un’onda lunga che custodisce silenzi
e nasconde voci sino all’alba.
Aspetterò l’alba raccogliendo conchiglie
perché conosco il suono delle conchiglie e perché ogni eco ha il gioco dei
labirinti, e mi farà ritornare ad un tempo che non c’è più, ad un paese che
vive dentro di me, a mio padre Virgilio, a mia madre Maria e ai miei figli
Micol, Virgilio… ai fratelli di mio padre, agli occhi delle eredità della
famiglia di mia madre e sarà un’altra estate che è già andata via…
Ma smetterò mai di pensare alla Fiat Millecento D rossa fiammeggiante che ha il
senso e l’orizzonte tra l’infanzia e la mia giovinezza? Ed era bello
ritrovarsi…
I cinque
fratelli, compreso mio padre, ora, raccolgono il sorriso di noi tutti che li
abbiamo amati e restano con noi…
Forse mio padre
guida ancora la sua Millecento D rossa e con i fratelli, considerato che era
l’unico pilota della famiglia, viaggia tra spiagge e pinete, dal Tirreno allo
Ionio, dal Pollino alla Sila e si fermeranno per una breve sosta certamente al
Santuario di San Francesco di Paola a Paola, sul Tirreno… E si regaleranno
anche il loro Ferragosto…
Nella fotografia: Virgilio
Italo, il piccolo Pierfranco, mamma Maria, Millecento rossa, Mariano,
Pietro,Adolfo, Gino, Stemma
di famiglia Gaudinieri
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