Il Corrado Alvaro delle
poesie in “grigioverdi”
nel Centenario della
Prima Guerra Mondiale
di Pierfranco Bruni
È un’esperienza molto utile e significativa
anche se non si raggiungeranno elevati risultati lirici. Il lirismo tout
court è difficile riscontrarlo. Pochi sono quei passaggi che ci fanno
gustare la sensibilità del ritmo, la sicurezza dei toni, l’assonanza delle
parole.
Eppure siamo in una stagione che darà importanti frutti. Siamo
nell’anticamera di quella poesia che, attraverso le esperienze del primo
ventennio del secolo, porterà all’ Ermetismo. Alvaro sembra lontano da quel
movimento esplosivo che caratterizzerà i primi anni del Novecento. È lontano da Thovez che pubblica nel
1901 Il poema dell’adolescenza. È
lontano, molto lontano, da Marinetti, da Corazzini, da Palazzeschi,
da Onofni, da Sbarbaro, da Cardarelli, da Ungaretti che pubblica Il porto
sepolto nel 1916 e da Saba le cui Poesie appartengono al 1911.
Alcune sue prime poesie risalgono appunto al 1911. Mentre la raccolta
che farà parlare di un Alvaro poeta è del 1917 dal titolo Poesie
grigioverdi. Verranno ristampate nella raccolta del 1942 dal titolo Il
viaggio.
Il
rapporto solitudine-mito è già delineato in queste poesie. Costituiscono la
radice dalla quale nasceranno i suoi romanzi, i suoi diari, i suoi commenti e
la sua profonda meditazione sul senso, appunto, del viaggio o meglio
dell’assenza.
Con il binomio paese-infanzia e maturità-ritorno
si sviluppa una dimensione che è quella del ricercare nei significati
dell’Essere-Tempo i segni della vita.
Poesie grigioverdi sono una testimonianza che raccoglie esperienze diverse. C’è
il suo rapporto con la guerra, ma si sente particolarmente un’angoscia velata,
un dolore mascherato dal voler dire o dal voler essere al di là della storia.
La guerra è il destino di una generazione, ma la perdita del paese-infanzia con
il dolore della guerra diviene sacrificio-tragedia.
Su questi poli si muove la sua poesia. Sono gli
stessi che troveremo nel suo romanzo del 1926 L’uomo nel labirinto.
Così si ascolta: “Tra i miei sessanta soldati
/ce n’è uno che è un povero figliolo /alto e bello; ma solo ha i capelli colore
di granturco. /In piazza d’armi, quando ci si andava,/que’ capelli splendevano
lontano. /Ora capisco perché la mia mano /a toccare il fucile, tremava”.
Ancora:
“La tua tromba, soldato di trent’anni, /piacerebbe per gioco al tuo bambino. Tu
la lucidi tanto ogni mattina /che splende e sembra fatta d’oro fino./Tu ti
dondoli tanto in qua e in là /quasi spavaldo delle tue armonie. /Canzoni,
canti, intese per le vie /tanto che s’indovinan le parole. /Levan più alto il
viso anche i soldati /perché non pesa più tanto il fardello. /Oh canzoni d’un
tempo accompagnate/dai campani, dal carro, dal martello!”.
Vi è
una parola che non bada all’eleganza ma non ha schematizzazioni o impostazioni
strutturali e semantiche particolari. Vi è sì la sua esperienza di soldato ma
fra le pieghe della parola e dei versi si notano delle ve- nature nostalgiche
che condensano il senso delle cose. La partenza e la rievocazione della sua
storia: storia di confidenza con il paese, lo portano a cantare una solitudine
dura, dura come le montagne della sua terra.
Si
ascolta: “Noi siamo fatti di pietra. /Soffriamo le passioni /di centinaia
d’anni”.
Ci sembra intravedere un dolore antico, quasi tinto di sacralità. Ma in Alvaro il ritorno alle origini, l’antico ritorno di Sebastiano Babe in altri casi, ha un profilo certamente di natura eliadiana. La stessa nostalgia, la quale si lega alla solitudine non può reggere senza dover ricorrere ai segni di una ritualità arcaica.
Ci sembra intravedere un dolore antico, quasi tinto di sacralità. Ma in Alvaro il ritorno alle origini, l’antico ritorno di Sebastiano Babe in altri casi, ha un profilo certamente di natura eliadiana. La stessa nostalgia, la quale si lega alla solitudine non può reggere senza dover ricorrere ai segni di una ritualità arcaica.
La
sofferenza che proviene da lontano rende duri come la pietra. Immediatamente,
dopo una lezione magica giocata su una tensione esistenziale fra Memoria e
Tempo, arriva un’altra voce: “L’uomo sarà persona? /Sarà numero ancora?”.
Alvaro si pone di fronte ad una realtà che tende a diventare metafora.
Qui compare l’autocoscienza problematica)) di
cui parla Gaetano Cingari. Ma nello stesso momento si avverte la radice antica
di Alvaro. Mario La Cava scrive che il poeta più vicino ad Alvaro è addirittura
Tommaso Campanella. È vero,
comunque, che vi sono, in queste prime poesie degli «approcci realistici e
memoriali» (L. Reina). Solo che quelli memoriali superano di gran lunga quelli
realistici.
Giuseppe De Robertis individua in queste poesie un “accennar dispersivo”
attraverso una serie di «immagini distanti». Mentre Riccardo Scrivano parla «di
un sofferto incontro col mondo e con la natura, sentita come rifugio e
consolazione, dentro una linea dannunziana che si volgeva però a significazioni
più interne, con meno segretezza e più umanità». È certo che vi è un dolore vissuto «sempre in prima
persona» (R. Scrivano) che coinvolge però attraverso una presa di coscienza sui
valori e sull’identità del tempo.
Su
questa trepidazione si fonda la sua ricerca al “ritorno al passato” (M.
Pomilio). Le poesie de Il viaggio camminano a passi lenti e felpati
sulla ragnatela del tempo-memoria. Un tempo - memoria che non si storicizza,
che non diventa lezione realistica ma conserva tutto il suo fascino umano, su
un itinerario solitudine-mito.
Ascoltiamo
quella che viene definita la sua ultima poesia: “Sono tornato al mio paese /e
ho ritrovato tutto come prima./Soltanto non c’era mio padre /né quelli del
mondo di prima...”.
L’immutabilità delle cose si contrappone alla mutabilità degli esseri. Sembra che non sia mutato nulla, ma “l’età trascorre”. E la giovinezza,pur attraverso un filo di inganni, si accosta alla «morte».
L’immutabilità delle cose si contrappone alla mutabilità degli esseri. Sembra che non sia mutato nulla, ma “l’età trascorre”. E la giovinezza,pur attraverso un filo di inganni, si accosta alla «morte».
L’assenza del padre, nella poesia appena citata, è già un sintomo di
come le cose cambiano. Il tempo, è vero, è avvolto da un alone di mistero ma si
aggrappa sempre alla vita degli uomini trasformandola.
Non
c’è comunque una visione drammatica delle cose. Nella «morte» si avverte che
tutto è “sorridente”. L’immagine che qui cogliamo è al cospetto di una ironica
tragedia. Ecco l’ironica tragedia. Gli uomini rimangono «dietro le speranze
deluse». È una poesia
fatta di partenze, molto incisiva. Anche qui vi è una contrapposizione. “Io
partivo non come un tempo2 dice Alvaro. Quindi è subentrato il mutamento che
ritorna attraverso il ricordo. Poi avverte subito: “Stavano ferme le montagne”.
Quindi nuovamente gli esseri mutati si scontrano
con la immutabilità delle cose. È un
itinerario, questo, che si ripete continuamente. Ci spinge in modo abbastanza
coerente alle ultime pagine de L’uomo nel labirinto. Qui è Sebastiano
Babe che ritorna in paese “all’alba”. Qui lo scenario è lo stesso di quello
dipinto nella poesia. Sembra che la poesia sia calata nel romanzo.
Le poesie della “guerra”, della Grande Guerra,
restano, comunque, un’esperienza umana e letteraria di primaria importanza. Non
solo per Alvaro, ma anche per quella letteratura, e poesia in particolare, che
diventa riferimento per intere generazioni che hanno costruito la storia di una
identità nazionale.
L’eroismo
e la Patria in
Alvaro sono riferimento: “Andate a
gridare a un soldato /baciandolo: Tu sei un eroe! /Ei non conosce un’opera
perfetta /che non sia ‘1 solco del bove. /Ei non conosce un valore /che non sia
quello di vegliar la notte /presso un suo tino d’uva che borboglia”.
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