I
nostri padri sono il viaggio che ha tracciato una stirpe.
Senza
tempo nella nostra memoria ci camminano accanto
di Pierfranco Bruni
Noi
siamo gli eredi di una stirpe. Le cui radici portano l’incontro di due mondi:
quello Occidentale e quello Orientale. E siamo figli ed eredi di uomini che
hanno portato nel cuore sempre il viaggio.
Le
Americhe hanno segnato un passaggio che ha slegato ed unito una eredità. Ma
quell’Oriente che ci portiamo dentro è un suono Balcano nei fili di un
intrecciare storia e mistero. Ma per me resta centrale la geografia del paese.
Così
come è rimasto fondamentale in mio padre, nei fratelli di mio padre, anche tra
quelli che hanno lasciato il paese pur avendo tra le mani la terra e i cocci
del paese.
Si
sono portati dentro gli Oriente e il Mediterraneo.
Teresa,
donna Arbereshe, portava negli occhi il sorriso albanese.
Adalgisa
la pazienza di Sibari e la parola con l’accento greco.
Mia
madre lo sguardo delle donne di una terra nuova nella Magna Grecia danzante.
Maria
il suono delle colline e delle città di fiumi tra il Crati e il Busento nello
scorrere di una eleganza antica.
Gabriella
l’Andalusia sarda e il Mediterraneo delle isole e delle donne con occhi
penetranti.
Le
nostre madri e i nostri padri. Siamo fatti delle nostre madri dei nostri padri
e di paese che hanno un unico paese.
Questo
mio paese, che è stato il paese di Adolfo, Mariano, Italo – Virgilio, Gino e
Pietro, porta il nome del Santo arso sulla griglia. Un paese, un Santo, una
notte di stelle. Conterò le stelle che cadono nella notte che mi regala la
festa.
Ho lasciato secoli fa il mio paese, come
Mariano, Gino, Pietro. Ma a volte è come se fossi rimasto sempre lì. A volte le
metafore si intrecciano e occupano il nostro navigare.
Non
so perché questo distacco diventa, ogni anno che passa, sempre più pesante. È come se volessi ritornare, ma è anche come se
volessi ripartire sempre.
Io
ho avuto un paese. Io ho un paese.
Loro
hanno avuto un paese. Sono stati un paese. Nei miei sentieri continuano ad
esserlo e a viverlo. Con me. Come me.
Il
castello è orgoglioso delle sue avventure. Ci sono racconti che si trasformano
in favola. Ma un paese nonostante tutto è un gioco di favole. Ricordo
l'assolata piazza nei meriggi estivi. Le partite al pallone negli spazi dei
rioni che si sfidavano. Forse per riportare sulla scena un sentire antico.
“I
paesi in fondo sono il raccogliere il vissuto dei rioni in una emozione comune”.
Spesso sia zio Gino che zio Mariano mi dicevano ciò.
C’erano
non tanto tempo fa le palme del mio giardino. Una è andata via annunciando la
morte di mio padre nel dicembre di un anno incancellabile. È rimasta soltanto quella
alta, antica e magra e ha le cime, in alto, che superano la casa e sembrano
ritagli di bandiere. Non ci sono più, io, in quel giardino a raccogliere la
passione delle battaglie navali. Non c’è più mio padre.
Quanti
ponti ho aperto e quanti se ne sono chiusi in quel cerchio d'acqua del mio
giardino. Il tempo è una meteora ma anche una metafora.
San Lorenzo, io so perché…
I
cinque fratelli restano il racconto della mia stirpe. Della nostra stirpe… Noi
Bruni e Gaudinieri…
C'è
un alone greco che colora le memorie del mio paese. Come ha sempre colorato
quello di nonno Alfredo, ovvero Ermete Francesco, e di nonna Giulia, la donna
Arbereshe che ha dato il senso dell’Oriente alla nostra stirpe.
Ma
il mio paese ha radici greche. Un tempo era tutto greco e romano. Anche nel mio
paese, che ha ospitato i primi albanesi, c'era un tempo in cui la vita era
tutta greca. Ed è proprio in Via Carmelitani, la strada dove io sono nato e
dove ho abitato la mia infanzia, che hanno ritrovato delle Arule arcaiche e delle monete repubblicane romane.
Qui i greci e romani non sono passati
invano. Ci sono parole ancora oggi che hanno un ritmo, una cadenza, uno stilema
greco.
Tutto è andato via? Tutto si ripete nel
rito. I vestiti della festa. Le passeggiate serali.
La
fiera. La messa. Le strade di luci. La piazza affollata. Ma questo paese è
antico. È più antico del castello.
Sarebbe bello ritornare a viverlo intensamente. Con i ricordi, ma anche con la
passione di starci dentro e pensare di costruire un futuro.
Far
rivivere le sue strade, riordinare i viaggi della memoria, riconquistare i miti
abbandonati, ritrovare il paesaggio: quel paesaggio che lega il paese e le
contrade, dare senso ai linguaggi che sono dentro la storia, impossessarsi dei
luoghi: Fedula e il suo territorio, impossessarsi degli spazi che recitano
appartenenza: il Castello, Torre Gentilino, le Fontane, la Piazza , i Rioni, recuperare
l'abbandonato sommerso che è dentro le pieghe e del paese.
Loro ci sono…
Ho
passeggiato in un assolato pomeriggio di luglio tra i viali del cimitero. Ci
sono storie e destini che ritornato. Ho riletto il battuto dei passi di San
Lorenzo.
Mi
capita spesso quando tocco quelle strade, ed è una cosa piacevole, penetrare il
buio dei vicoli.
Quando
mi trovo al paese, di notte, percorre alcune strade. Vi ritrovo un sentore
antico di quando non avvertivo il bussare dell'età.
È
bello il paese nelle notti di vento. È bello assistere al trapasso delle stagioni.
Era bello, dalle mie parti, tuffarsi nel paesaggio della campagna e lasciarsi
andare nel dondolio dei suoni.
San
Lorenzo del Vallo ha un castello. I castelli fanno di un paese una roccaforte. Sembra
sospeso tra le basse case e il verde coperto di terriccio.
È
un angolo della mia infanzia e ci sono
segreti che raccolgono misteri e ansie. Segreti che giungono da lontano. Dagli
scavi del tempo.
Troneggia questo castello.
Nelle
stagioni che fanno festa.
Nelle
stagioni che sono fogli di un libro non ancora impaginato.
Sempre
con me camminano. Mio padre, Adolfo,Mariano, Gino, Pietro. E hanno un senso e
danno un senso al destino di una stirpe.
Il
nostro paese è fatto di altri paesi. Di paesi che si rincorrono. Di paesi
che recitano una uguale storia nei paesaggi dell’attesa. Ma l’attesa è la
metafora che percorre in tutto l’immaginario
di un viaggio.
In
ciò Adolfo, Mariano, mio padre, Gino e Pietro sono presenti. C’è un’assenza nei
luglio ma cv’è una presenza nel gioco inesorabile tra ricordi e memoria.
L’immaginario che si tuffa nella memoria.
Andare,
tornare, riconciliarsi con la storia. Forse tutti abbiamo bisogno di
riconciliarci con la storia.
Mi
diceva zio Pietro in un giorno di inverno, l’ultima volta che venne in paese,
che “Un paese è sempre un castello. Ma un paese che ha un castello è castello
due volte”.
Il
castello di San Lorenzo del Vallo apparteneva alla famiglia Alarcon della Valle
Mendoza. Il castello nella sua complessità era una fortificazione dai toni
residenziali. A pianta quadrata, le quattro torri presentavano altre torrette con
merlatura a coda di rondine o ghibellina.
La
luna cade sui tramonti. Foglie d’erba nello spazio della serranda. Giorni dopo
giorni. Un paese e un castello. Non hanno due storie diverse.
In
questa pezzo di Calabria dall’azzurro mare e dai monti a piramide la storia è
sempre un intreccio di avventure.
San
Lorenzo è un'àncora nel porto della mia coscienza. O forse è ancora quella eco
della mia conchiglia che porto sempre con me. Ma la conchiglia ha echi.
Io
cercatore di conchiglie ascolto le voci diventate echi.
Le
voci di mio padre, zio Mariano, Zio
Gino, zio Adolfo, zio Pietro e rivedo come, in un sogno, la presenza di nonno
Alfredo.
Tutto
ha un senso tra i Bruni – Gaudinieri. In un paese, in una storia che diventa le
storie, in una civiltà…
Il
mio passeggiare tra i viali dei cipressi…
Dopo
le partenze ci si ritrova.
Nelle
ore dell’agonia, mio padre ha chiamato per nome tutti i suoi fratelli…
L’ho
ascoltato… Ma il tempo è un indefinibile viaggio… Ora sono senza tempo nella
memoria che vive dentro di noi…
Una
stirpe e generazioni che si intrecciano…
I
nostri padri ci camminano accanto…
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