Parola di Dostoevskij tra gli Occidenti che chiesero a Seneca e a Socrate di vivere la morte
di Pierfranco Bruni
Di civiltà si muore. Un frase, o un concetto, che vale diverse interpretazioni. L’Occidente può essere considerato, in assoluto, modello di civiltà? E la comparazione con quale realtà dovrebbe misurarsi in un tempo, in cui le contraddizioni non sono soltanto storiche ma anche geo-politiche ed esistenziali?
I popoli ormai non hanno una loro tessitura monolitica. Non esiste più la cosiddetta “razza pura”. Viviamo in un meticciato di modelli etnici e cesure antropologiche perché le contaminazioni sono l’incontro, appunto degli Occidenti e degli Orienti.
La questione legata alle immigrazioni o alle migrazioni non pone un problema soltanto di ordine politico. Lo pone sul piano culturale. Abbiamo la possibilità di confrontarci con l’altro che sta oltre noi stessi? La filosofia del sapere è il sapere della saggezza che diventa filosofia della conoscenza.
“Essere consapevoli di ciò che si prova dentro di sé, senza sentirsi sbagliati, è il passo fondamentale per essere padroni di se stessi” (Arthur Schopenhauer). È un viatico che riguarda la individualità della persona, ma interessa fortemente la comunione delle appartenenze dei popoli.
Ma sono i popoli a fare le civiltà? O sono le civiltà che creano processi in cui la griglia dei singoli forma una comunità. Si diventa comunità non perché si è popolo. Bensì perché la comunità ha una matrice chiamata identità. L’identità fa un popolo. Il tempo e la storia non sono separati dalla Memoria.
Ciò che rende Memoria il passaggio di un popolo nella civiltà, o una civiltà che offre connotati a un popolo, è dato dal fatto che l’appartenenza ha una sua visione sia ontologica sia metafisica sia geo-politica.
In un tempo come il nostro i destini delle civiltà sono destini di viaggio.
L’Occidente non può essere considerato civiltà a – priori. Nella barbarie che hanno vissuto i popoli e che è stata praticata dai popoli ciò che usiamo chiamare civiltà ha guidato la volontà di potenza. La Grecia e Roma sono stati Occidente.
La Mesopotamia è una geografia di limite. L’Impero Romano d’Oriente ha segnato un cammino. Ma Cartagine, l’Egitto, Troia sono state civiltà e hanno attraversato quegli Orienti che oggi vengono definiti una archeologia, forse anche, secondo Foucault, una archeologia del sapere che diventa il “respiro dell’etica”.
Di civiltà si muore. Ovvero anche i popoli che vivono di civiltà muoiono nella barbarie. Kavafis sottolineo il pericolo dei barbari. Quando i arrivano i barbari non si sa mai da dove possano giungere. Dino Buzzati ha atteso epoche nel deserto, metafora del suo romanzo, per aspettare i Tartari.
Gli Orienti conoscono il senso del massacro. Si pensi al genocidio degli Armeni. Questo popolo che è civiltà ha subito la violenza anche per essere stati ed essere cristiani fino in fondo. Ora, nell’attraversamento del Mediterraneo si vive il filo teso tra frontiere e confini. Qui realmente l’Occidente e l’Oriente diventano un incrocio. Ma non è un vessillo per risistemare un destino.
Il Mediterraneo è sempre stato un polo di cerniere. Ed è qui che il Cristianesimo e l’Islamismo hanno disputato la loro più significativa battaglia filosofica. Perché non dimentichiamo che la vera “congiura” o “scongiura” non è quella militare o economica o dei mercati (ch dettano, questi, le traiettorie del Pianeta), ma quella del pensiero applicato alle azioni. Quando questi due “muri” non si parlano più o si spezzano assistiamo alla morte per suicidio - omicidio di Seneca e a quella di Socrate.
Il Sud America è l’altro Cielo del Pianeta.
Il Mediterraneo spezza l’incontro tra confini e frontiere. Ma le civiltà muoiono. E di civiltà si muore. Come di civiltà si vive. Ma dalla civiltà, intesa come religione dell’Occidente, non ci si salva pensando che il termine civiltà sia soltanto salvezza. Anche i popoli barbari si consideravano portatori di civiltà.
In tutta questa visione dei saperi cosa resta? Gli uomini? Scrive Fëdor Michajlovic Dostoevskij: “Mi è sempre parso che mi avreste condotta in qualche luogo dove vive un enorme ragno cattivo, grande come un uomo e che saremmo stati lì tutta la vita a guardarlo e a temerlo”. E poi non so se bisogna tenerne conto di questa chiosa che riaprirebbe tutto il discorso: “La civiltà ha reso l'uomo più sanguinario di quanto non lo fosse un tempo”. Io sono convinto che questo Dostoevskij vale una civiltà. Anzi due.
0 Commenti