Le intercettazioni
Reggio Calabria 24 giugno 2014. Questa mattina i Carabinieri del Ros e del Comando Provinciale di Reggio Calabria hanno dato esecuzione all’ordinanza di custodia emessa dal gip presso il Tribunale di Reggio Calabria, su richiesta della locale Direzione Distrettuale Antimafia, nei confronti di 53 persone indagate, a vario titolo, dei reati di associazione mafiosa, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, traffico di armi, intestazione fittizia di beni ed altri reati.
L’articolata e complessa indagine, diretta dalla Procura Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, sviluppata dal Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri di Roma, trova il suo fondamento nelle mutate dinamiche connotanti gli equilibri mafiosi propri della Piana di Gioia Tauro negli ultimi anni – ritenute obiettivo assolutamente primario sotto il profilo delle attività di approfondimento investigativo – ed acquisisce valore ancora più significativo laddove correlata alle antecedenti attività di contrasto condotte dal Ros, culminate con le note operazioni convenzionalmente denominate “Cent’anni di storia” e “Maestro”.
Giova infatti fare breve cenno all’omicidio del boss Rocco Molè, il 1° febbraio 2008, che ha rappresentato una sorta di spartiacque nell’ambito degli equilibri criminali propri del versante tirrenico dell’alta provincia reggina, determinando la sostanziale frattura dello storico sodalizio con la ‘ndrina Piromalli, e l’affermazione delle due cosche come entità autonome, operative sul medesimo territorio.
L’attacco frontale subito dalla cosca Molè con eliminazione dell’unico dei tre fratelli in libertà imponeva dunque una necessaria riorganizzazione, in linea con la strategia dettata nell’immediatezza del fatto di sangue proprio dal capo storico, Girolamo Molè cl. ’61 che, dal carcere di Secondigliano (NA) dove era recluso, impartiva ordini alla famiglia – pedissequamente osservati – incentrati sul temporaneo allontanamento da Gioia Tauro verso Roma, sul periodico rientro a Gioia Tauro (RC) e sulla necessità di prendere tempo per raccogliere le forze e reagire all’affronto subito.
L’indagine ha riscontrato a pieno quanto sopra, fotografando una ‘ndrina impegnata su più fronti, in ragione dell’esigenza – da un lato – di continuare a manifestare la propria piena operatività sul territorio, indispensabile ai fini dell’affermazione e del mantenimento del proprio “ruolo”, e della necessità – dall’altro – di conquistare nuovi spazi fuori dai confini calabresi, finalizzati all’ampliamento del raggio d’azione ed al successivo reinvestimento dei maggiori proventi illecitamente conseguiti in attività produttive. Si assisteva infatti al graduale trasferimento di traffici ed interessi su tutto il territorio nazionale el soprattutto, in direzione della Capitale, dove veniva registrata la presenza di diversi elementi di vertice.
Deriva laziale della cosca Molè, maturata non soltanto in ragione dei “fattori interni”, ma anche da “fattori esterni”, compendiabili nella continua e pressante azione di contrasto esercitata negli anni dagli apparati dello Stato. Era infatti soprattutto la sempre più incisiva applicazione delle normative in materia di misure di prevenzione patrimoniale ad indurre anche la cosca oggetto delle investigazioni a ricercare ogni possibile accorgimento finalizzato ad eludere tali disposizioni di legge, così da assicurare al sistema nel suo complesso la necessaria tenuta. Ciò ha infatti implicato la necessità di rendere sempre più difficilmente tracciabili i patrimoni illecitamente conseguiti, sia sotto il profilo prettamente “geografico” – attraverso lo sviluppo dei molteplici illeciti interessi in zone meno “battute” – sia dal punto di vista delle stesse modalità di gestione ed amministrazione delle risorse in questione, sempre più accorte e raffinate.
Il risultato investigativo ottenuto ha reso possibile contrastare e colpire l’organizzazione tanto in Calabria, nel centro vitale dell’accumulazione originaria in termini di potere criminale ed economico in senso stretto, quanto nelle altre aree del territorio nazionale dove la cosca Molè ha inteso stabilire le proprie promanazioni.
Dato significativo, che va qui certamente ripreso e valorizzato, costituente un po’ il file rouge dello sviluppo investigativo, è costituito dalla costante guida del sodalizio da parte del boss detenuto Girolamo Molè cl.’61 che, come si vedrà, nonostante le difficoltà legate al regime detentivo ha continuato a imporre la sua linea dettando i tempi.
Il tutto con grande accortezza, apprezzabile soltanto con occhi attenti e da profondi conoscitori di determinate dinamiche; laddove infatti, ad esempio, emergeva in precedenti impegni investigativi il tentativo di trasmettere “imbasciate” attraverso veri e propri messaggi criptati, da decodificare (emblematico quanto riscontrato proprio in occasione del libro – “Lo Zahir” di Paulo Cohelio, che Girolamo Molè passò ai familiari, unitamente al codice necessario alla decriptazione dei messaggi ivi contenuti), nella fattispecie veniva invece fatto più frequente riferimento a metafore, laddove non a gesti e/o segni convenzionali.
L’indagine “Mediterraneo” ha visto uno sviluppo su tre segmenti principali rispettivamente attinenti:
le attività di narcotraffico, attraverso le quali il sodalizio riusciva ad assicurare un regolare flusso di ingenti quantitativi di hashish e cocaina in entrata sulla Capitale, sfruttando ben tre direttrici di approvvigionamento ed il connesso ricorso ad una strutturata rete di sodali italiani e stranieri. Le attività tecniche consentivano in progressione di individuare e trarre in arresto anche tutto il primo livello della filiera di distribuzione;
i traffici di armi, con l’individuazione dei canali di rifornimento utilizzati dalla cosca Molè in relazione al reperimento di armi lunghe e di silenziatori artigianali per pistola, realizzati da un “insospettabile” artigiano di Gioia Tauro (RC). L’approfondimento investigativo in direzione di quest’ultimo ha condotto peraltro successivamente all’emersione d’un traffico internazionale di armi di provenienza slovacca;
le attività di reinvestimento dei capitali illecitamente ottenuti, nell’acquisizione di immobili ed esercizi pubblici, e nel connesso sfruttamento del quanto mai attuale business delle slot machines, i cui proventi venivano regolarmente indirizzati nella cassa comune del sodalizio. In tale ambito sono emersi in particolare due centri medico/clinici, rispettivamente siti in Gioia Tauro (RC) e Terni, nonché diversi esercizi pubblici/ sale da gioco, tra Calabria e Lazio, oggetto di sequestro nel corso dell’operazione.
Le attività di narcotraffico
Le indagini hanno permesso di documentare compiutamente i significativi traffici di stupefacenti avviati e condotti dalla cosca Molè, dalle complesse e variegate dinamiche legate all’introduzione sul territorio nazionale di centinaia di chilogrammi di hashish e cocaina e la loro successiva immissione sul mercato, al percorso seguito dagli ingenti proventi realizzati.
Lo spessore criminale ed una grande capacità di adattamento hanno infatti consentito alla ‘ndrina gioiese di operare anche sulla piazza capitolina e sul comprensorio di Civitavecchia (RM). Punti di forza l’assoluta perizia ed un modus operandi consolidato, fondato su una direzione strategica da parte dei vertici di cosca e sul loro ricorso ad una figura apparentemente non riconducibile all’organizzazione criminale di riferimento, così più difficilmente tracciabile – il gioiese Arcangelo Furfaro cl. ’69 – cui veniva demandata la complessiva conduzione operativa delle attività di narcotraffico.
Era il capo storico Girolamo Molè, nonostante le difficoltà legate allo stato detentivo in regime di carcere duro, a fornire le direttive e dettare ì tempi: emblematica la lettera inviata al fratello recluso Domenico nell’aprile del 2012, nell’ambito della quale facendo riferimento alle vicende sentimentali del figlio minore, anch’egli raggiunto da ordinanza di custodia in carcere emessa dal gip presso il Tribunale dei Minorenni su richiesta della competente Procura, lasciava intendere come questi avesse assunto da tempo, seppur in maniera defilata, il controllo delle operazioni:”… quel faccia tosta del piccolo come saprai è insieme da 4-5 anni assieme alla figlia di non mi ricordo il nome ma la sorella di Lino Furfaro nostro compagno di scuola1 … ( … )“. Era in effetti proprio il rampollo della famiglia mafiosa a costituire punto di riferimento di quest’ultimo e terminale dei proventi illecitamente realizzati: ciò tanto attraverso i regolari rientri del Furfaro in Calabria, allorquando consegnava quanto dovuto direttamente al primo o in occasione degli incidentali spostamenti dello stesso Molè a Roma. Introiti assolutamente significativi: basti pensare al prezzo di vendita dello stupefacente, che si aggirava tra i 1.400/1.700 euro al kg per l’hashish, ed i 40.000/45.000 euro al kg per la cocaina.
Centro propulsore delle attività permaneva dunque Gioia Tauro (RC), dove operavano i vertici del sodalizio in stato di libertà, mentre nella Capitale veniva gestita la distribuzione, nell’ambito di due anonimi appartamenti del centralissimo quartiere di San Giovanni, distanti appena 100 metri l’uno dall’altro, accoglienti rispettivamente il sedicente imprenditore Arcangelo Furfaro con il proprio nucleo familiare, nonché la squadra da questi messa in campo – costituita da un ristrettissimo nucleo di conterranei proiettati in area laziale, secondo l’accusa intranei alla cosca – in grado di assicurare al sistema nel suo complesso le necessarie garanzie di tenuta.
Erano infatti solo ed esclusivamente Annunziato Pavia cl.’70, Carmelo Stanganelli cl.’69, Pasquale Saccà cl.’68, Ayoub Baba Khayi cl.’89 e Vincenzo Ritrovato cl.’91 ad occuparsi del trasporto dello stupefacente sulla Capitale. L’abitazione in questione vedeva la saltuaria presenza anche dei soggetti più rappresentativi della cosca quali il minore, di cui si è detto sopra, o il fratello Antonio Molè cl.’89, soprannominato “u niru” nonché qualificati rappresentanti della cosca vibonese dei Mancuso e del gruppo albanese.
Aspetto determinante in tali dinamiche risulta rappresentato proprio dalla rinnovata joint venture dei Molè con la cosca vibonese dei Mancuso – rappresentata da Giuseppe Salvatore Mancuso cl.’89, figlio del noto Pantaleone cl.’61 – con i quali veniva gestito uno dei 3 canali di approvvigionamento di stupefacente.
Alle partite in arrivo dalla Calabria, si aggiungevano quelle regolarmente in arrivo attraverso l’asse Marocco-Spagna-Francia. Al contempo, grazie al supporto fornito da radicata componente albanese, la cosca gestiva lo stoccaggio e lo smistamento di significativi carichi di cocaina, introdotti direttamente dai Balcani sul territorio nazionale.
nota 1. Rocco Molè infatti risultava fidanzato con Demetra Sciarrone, nipote di Arcangelo Furfaro. Quest’ultimo peraltro non avrebbe mai potuto essere compagno di scuola dei Molè, dai quali lo separano anagraficamente quasi 10 anni.
I traffici di armi
L’indagine “Mediterraneo”, tra i vari aspetti, ha consentito di approfondire e documentare altro aspetto assolutamente significativo, ovvero quello attinente la disponibilità di armi da parte della cosca Molè. La ‘ndrina oggetto delle investigazioni manifestava infatti tutto il proprio elevato potenziale offensivo: molteplici le conversazioni nell’ambito delle quali veniva manifestata chiaramente la disponibilità di un vero e proprio arsenale, attraverso la detenzione di “fucili, mitragliette, pistole e silenziatori”.
Peraltro proprio il minore dei Molè costituiva parte attiva della compravendita delle armi che venivano acquistate in provincia di Vibo Valentia attraverso l’intermediazione di persone pure raggiunte dalla ordinanza di custodia cautelare.
Elemento di assoluta importanza veniva quindi fornito dall’individuazione del canale di rifornimento della cosca di silenziatori artigianali per pistola, realizzati da un “insospettabile” artigiano di Gioia Tauro (RC), Giuseppe Belfiore, cl. ’41, forte della copertura fornita dall’officina meccanica della quale era titolare e nell’ambito della quale svolgeva le proprie “ordinarie” attività lavorative. L’approfondimento investigativo in direzione di Giuseppe Belfiore ha condotto successivamente all’emersione del traffico internazionale di armi da questi pianificato unitamente al figlio Marino2 ed un ristretta componente di sodali italiani e di nazionalità slovacca. Il gruppo si dedicava infatti ad una serrata attività di riciclaggio di mezzi d’opera, oggetto di furto sul territorio nazionale, opportunamente “ribattuti” e reimmessi in circolazione, il tutto finalizzato alla raccolta dei fondi necessari all’avvio delle importazioni.
Giova in tale quadro fare riferimento all’arresto di Marino Belfiore che, a distanza di qualche mese, nel marzo 2014, è stato tratto in arresto dalla Guardia di Finanza, poiché fermato nelle campagne di Rizziconi (RC) con un’autovettura carica di armi provenienti dalla Slovacchia, tra Kalashnikov, armi lunghe, pistole con matricola abrasa e munizionamento di ogni genere.
nota 2. Marino Belfiore è stato arrestato il 31 marzo 2014 a Rizziconi (RC), dalla Guardia di Finanza di Reggio Calabria, poiché trovato in possesso di dieci Kalashnikov, due mitragliette e cinque pistole con numero di matricola punzonato, e relative munizioni.
Le attività di reinvestimento
La progressione investigativa ha consentito di “chiudere il cerchio”, laddove sono state approfonditamente documentate anche le complessive attività di reinvestimento della cosca Molè, tanto nella gestione di diversi esercizi pubblici/sale da gioco tra Calabria e Lazio, nell’ambito della quale riuscivano – tra l’altro – ad acquisire una posizione importante nel delicato settore delle slot machines, imponendo l’installazione di decine di macchinette.
Il lucroso business delle sale giochi e, segnatamente, delle slot machines, vedeva infatti una sostanziale joint venture di più imprese, grazie all’operato del binomio Galluccio-Mazzitelli che riusciva ad amministrare decine di macchinette, installate nell’ambito di numerosi esercizi pubblici siti tra le province di Roma e Latina. La perizia evidenziata da Giuseppe Galluccio veniva acclarata anche dalle modalità di controllo dei vari esercizi, resa più agevole dallo sfruttamento delle telecamere ivi installate e che seguiva direttamente dalla propria abitazione.
Come accennato potevano distinguersi a pieno i 3 livelli “gestionali” (gestore del locale/Galluccio-Mazzitelli – Molè) che riportavano il complesso degli interessi alla criminalità organizzata e, segnatamente, ai Molè.
Congiuntamente all’ordinanza di custodia cautelare è stato emesso decreto di sequestro preventivo di alcune società riconducibili all’associazione mafiosa.
L’elenco degli arrestati:
destinatari di custodia cautelare in carcere:
Girolamo Molè, 53enne nato a Gioia Tauro;
Antonio Albanese, 69enne nato a Gioia Tauro;
Carmelina Albanese, 35enne nata a Gioia Tauro;
Cosimo Amato, 46enne nato a Vibo Valentia;
Ayoub Baba Khayi, 25enne nato a Rabat (Marocco);
Marino Belfiore, 34enne nato a Gioia Tauro;
Altin Belulaj, 34enne nato a Vlore (Albania);
Fation Belulaj, 29enne nato a Vlore (Albania);
Antonio Bonasorta, 43enne nato a Polistena;
Carmelo Bonfiglio, 34enne nato a Polistena;
Carmelo Cicciari, 21enne nato a Vibo Valentia;
Gaetano Cicciari, 57enne nato a Gioia Tauro;
Claudio Celano, 50enne nato a Roma;
Fabio Cesari, 52enne nato a Roma;
Patrizio D’Angelo, 31enne nato a Roma;
Marco De Donno, 49enne nato a Roma;
Mirko Di Marco, 39enne nato a Roma;
Patrizio Fabi, 35enne nato a Roma;
Eugenio Ferramo, 30enne nato a Budrio (BO);
Arcangelo Furfaro, 45enne nato a Taurianova;
Enrico Galassi, 29enne nato a Civitavecchia (RM);
Domenico Galati, 33enne nato a Vibo Valentia;
Giuseppe Galluccio, 51enne nato a Rizziconi;
Giuseppe Guardavalle, 47enne nato a Vibo Valentia;
Girolamo Magnoli, 35enne nato a Cannes (Francia);
Giuseppe Salvatore Mancuso, 25enne nato a Vibo Valentia;
Domenico Mazzitelli, 54enne nato a Gioia Tauro;
Ippolito Mazzitelli, 22enne nato a Gioia Tauro;
Pietro Mesiani Mazzacuva, 47enne nato a Reggio Calabria;
Valeria Mesiani Mazzacuva, 45enne nata a Reggio Calabria;
Francesco Modaffari, 45enne nato a Ivrea (TO);
Antonio Molè, inteso “u niru”, 25enne nato a Gioia Tauro;
Antonio Molè, inteso “u jancu”, 24enne nato a Gioia Tauro;
Annunziato Pavia, 44enne nato a Gioia Tauro;
Fiorina Silvia Reitano, 64enne nata a Rosarno;
Vincenzo Ritrovato, 23enne nato a Polistena;
Pasquale Saccà, 46enne nato a Villa San Giovanni;
Manolo Sammarco, 35enne nato a Roma;
Stefano Sammarco, 33enne nato a Roma;
Manuel Alesander Signoretta, 23enne nato a Vibo Valentia;
Domenic Signoretta, 29enne nato a Hann, (Germania);
Carmelo Stanganelli, 45enne nato a Gioia Tauro;
Domenico Stanganelli, 28enne nato a Cannes (Francia);
Ferdinando Vinci, 44enne nato a Roma;
destinatari di custodia cautelare degli arresti domiciliari:
45 Giuseppe Belfiore, 73enne nato a Gioia Tauro;
46 Giovanni Burzì, 24enne nato a Cinquefrondi;
47 Alfredo Chiofalo, 29enne nato a Civitavecchia (RM);
48 Pietro Giovanni De Leo, 42enne nato a Taurianova;
49 Alessandro Giusto, 34enne nato a Roma;
50 Alessio Mocci, 27enne nato a Civitavecchia (RM);
51 Massimo Modaffari, 43enne nato a Ivrea (TO);
52 Claudio Ruffa, 47enne nato a Vibo Valentia;
53 Maria Teresa Tripodi, 49enne nata a Oppido Mamertina.
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L’articolata e complessa indagine, diretta dalla Procura Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, sviluppata dal Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri di Roma, trova il suo fondamento nelle mutate dinamiche connotanti gli equilibri mafiosi propri della Piana di Gioia Tauro negli ultimi anni – ritenute obiettivo assolutamente primario sotto il profilo delle attività di approfondimento investigativo – ed acquisisce valore ancora più significativo laddove correlata alle antecedenti attività di contrasto condotte dal Ros, culminate con le note operazioni convenzionalmente denominate “Cent’anni di storia” e “Maestro”.
Giova infatti fare breve cenno all’omicidio del boss Rocco Molè, il 1° febbraio 2008, che ha rappresentato una sorta di spartiacque nell’ambito degli equilibri criminali propri del versante tirrenico dell’alta provincia reggina, determinando la sostanziale frattura dello storico sodalizio con la ‘ndrina Piromalli, e l’affermazione delle due cosche come entità autonome, operative sul medesimo territorio.
L’attacco frontale subito dalla cosca Molè con eliminazione dell’unico dei tre fratelli in libertà imponeva dunque una necessaria riorganizzazione, in linea con la strategia dettata nell’immediatezza del fatto di sangue proprio dal capo storico, Girolamo Molè cl. ’61 che, dal carcere di Secondigliano (NA) dove era recluso, impartiva ordini alla famiglia – pedissequamente osservati – incentrati sul temporaneo allontanamento da Gioia Tauro verso Roma, sul periodico rientro a Gioia Tauro (RC) e sulla necessità di prendere tempo per raccogliere le forze e reagire all’affronto subito.
L’indagine ha riscontrato a pieno quanto sopra, fotografando una ‘ndrina impegnata su più fronti, in ragione dell’esigenza – da un lato – di continuare a manifestare la propria piena operatività sul territorio, indispensabile ai fini dell’affermazione e del mantenimento del proprio “ruolo”, e della necessità – dall’altro – di conquistare nuovi spazi fuori dai confini calabresi, finalizzati all’ampliamento del raggio d’azione ed al successivo reinvestimento dei maggiori proventi illecitamente conseguiti in attività produttive. Si assisteva infatti al graduale trasferimento di traffici ed interessi su tutto il territorio nazionale el soprattutto, in direzione della Capitale, dove veniva registrata la presenza di diversi elementi di vertice.
Deriva laziale della cosca Molè, maturata non soltanto in ragione dei “fattori interni”, ma anche da “fattori esterni”, compendiabili nella continua e pressante azione di contrasto esercitata negli anni dagli apparati dello Stato. Era infatti soprattutto la sempre più incisiva applicazione delle normative in materia di misure di prevenzione patrimoniale ad indurre anche la cosca oggetto delle investigazioni a ricercare ogni possibile accorgimento finalizzato ad eludere tali disposizioni di legge, così da assicurare al sistema nel suo complesso la necessaria tenuta. Ciò ha infatti implicato la necessità di rendere sempre più difficilmente tracciabili i patrimoni illecitamente conseguiti, sia sotto il profilo prettamente “geografico” – attraverso lo sviluppo dei molteplici illeciti interessi in zone meno “battute” – sia dal punto di vista delle stesse modalità di gestione ed amministrazione delle risorse in questione, sempre più accorte e raffinate.
Il risultato investigativo ottenuto ha reso possibile contrastare e colpire l’organizzazione tanto in Calabria, nel centro vitale dell’accumulazione originaria in termini di potere criminale ed economico in senso stretto, quanto nelle altre aree del territorio nazionale dove la cosca Molè ha inteso stabilire le proprie promanazioni.
Dato significativo, che va qui certamente ripreso e valorizzato, costituente un po’ il file rouge dello sviluppo investigativo, è costituito dalla costante guida del sodalizio da parte del boss detenuto Girolamo Molè cl.’61 che, come si vedrà, nonostante le difficoltà legate al regime detentivo ha continuato a imporre la sua linea dettando i tempi.
Il tutto con grande accortezza, apprezzabile soltanto con occhi attenti e da profondi conoscitori di determinate dinamiche; laddove infatti, ad esempio, emergeva in precedenti impegni investigativi il tentativo di trasmettere “imbasciate” attraverso veri e propri messaggi criptati, da decodificare (emblematico quanto riscontrato proprio in occasione del libro – “Lo Zahir” di Paulo Cohelio, che Girolamo Molè passò ai familiari, unitamente al codice necessario alla decriptazione dei messaggi ivi contenuti), nella fattispecie veniva invece fatto più frequente riferimento a metafore, laddove non a gesti e/o segni convenzionali.
L’indagine “Mediterraneo” ha visto uno sviluppo su tre segmenti principali rispettivamente attinenti:
le attività di narcotraffico, attraverso le quali il sodalizio riusciva ad assicurare un regolare flusso di ingenti quantitativi di hashish e cocaina in entrata sulla Capitale, sfruttando ben tre direttrici di approvvigionamento ed il connesso ricorso ad una strutturata rete di sodali italiani e stranieri. Le attività tecniche consentivano in progressione di individuare e trarre in arresto anche tutto il primo livello della filiera di distribuzione;
i traffici di armi, con l’individuazione dei canali di rifornimento utilizzati dalla cosca Molè in relazione al reperimento di armi lunghe e di silenziatori artigianali per pistola, realizzati da un “insospettabile” artigiano di Gioia Tauro (RC). L’approfondimento investigativo in direzione di quest’ultimo ha condotto peraltro successivamente all’emersione d’un traffico internazionale di armi di provenienza slovacca;
le attività di reinvestimento dei capitali illecitamente ottenuti, nell’acquisizione di immobili ed esercizi pubblici, e nel connesso sfruttamento del quanto mai attuale business delle slot machines, i cui proventi venivano regolarmente indirizzati nella cassa comune del sodalizio. In tale ambito sono emersi in particolare due centri medico/clinici, rispettivamente siti in Gioia Tauro (RC) e Terni, nonché diversi esercizi pubblici/ sale da gioco, tra Calabria e Lazio, oggetto di sequestro nel corso dell’operazione.
Le attività di narcotraffico
Le indagini hanno permesso di documentare compiutamente i significativi traffici di stupefacenti avviati e condotti dalla cosca Molè, dalle complesse e variegate dinamiche legate all’introduzione sul territorio nazionale di centinaia di chilogrammi di hashish e cocaina e la loro successiva immissione sul mercato, al percorso seguito dagli ingenti proventi realizzati.
Lo spessore criminale ed una grande capacità di adattamento hanno infatti consentito alla ‘ndrina gioiese di operare anche sulla piazza capitolina e sul comprensorio di Civitavecchia (RM). Punti di forza l’assoluta perizia ed un modus operandi consolidato, fondato su una direzione strategica da parte dei vertici di cosca e sul loro ricorso ad una figura apparentemente non riconducibile all’organizzazione criminale di riferimento, così più difficilmente tracciabile – il gioiese Arcangelo Furfaro cl. ’69 – cui veniva demandata la complessiva conduzione operativa delle attività di narcotraffico.
Era il capo storico Girolamo Molè, nonostante le difficoltà legate allo stato detentivo in regime di carcere duro, a fornire le direttive e dettare ì tempi: emblematica la lettera inviata al fratello recluso Domenico nell’aprile del 2012, nell’ambito della quale facendo riferimento alle vicende sentimentali del figlio minore, anch’egli raggiunto da ordinanza di custodia in carcere emessa dal gip presso il Tribunale dei Minorenni su richiesta della competente Procura, lasciava intendere come questi avesse assunto da tempo, seppur in maniera defilata, il controllo delle operazioni:”… quel faccia tosta del piccolo come saprai è insieme da 4-5 anni assieme alla figlia di non mi ricordo il nome ma la sorella di Lino Furfaro nostro compagno di scuola1 … ( … )“. Era in effetti proprio il rampollo della famiglia mafiosa a costituire punto di riferimento di quest’ultimo e terminale dei proventi illecitamente realizzati: ciò tanto attraverso i regolari rientri del Furfaro in Calabria, allorquando consegnava quanto dovuto direttamente al primo o in occasione degli incidentali spostamenti dello stesso Molè a Roma. Introiti assolutamente significativi: basti pensare al prezzo di vendita dello stupefacente, che si aggirava tra i 1.400/1.700 euro al kg per l’hashish, ed i 40.000/45.000 euro al kg per la cocaina.
Centro propulsore delle attività permaneva dunque Gioia Tauro (RC), dove operavano i vertici del sodalizio in stato di libertà, mentre nella Capitale veniva gestita la distribuzione, nell’ambito di due anonimi appartamenti del centralissimo quartiere di San Giovanni, distanti appena 100 metri l’uno dall’altro, accoglienti rispettivamente il sedicente imprenditore Arcangelo Furfaro con il proprio nucleo familiare, nonché la squadra da questi messa in campo – costituita da un ristrettissimo nucleo di conterranei proiettati in area laziale, secondo l’accusa intranei alla cosca – in grado di assicurare al sistema nel suo complesso le necessarie garanzie di tenuta.
Erano infatti solo ed esclusivamente Annunziato Pavia cl.’70, Carmelo Stanganelli cl.’69, Pasquale Saccà cl.’68, Ayoub Baba Khayi cl.’89 e Vincenzo Ritrovato cl.’91 ad occuparsi del trasporto dello stupefacente sulla Capitale. L’abitazione in questione vedeva la saltuaria presenza anche dei soggetti più rappresentativi della cosca quali il minore, di cui si è detto sopra, o il fratello Antonio Molè cl.’89, soprannominato “u niru” nonché qualificati rappresentanti della cosca vibonese dei Mancuso e del gruppo albanese.
Aspetto determinante in tali dinamiche risulta rappresentato proprio dalla rinnovata joint venture dei Molè con la cosca vibonese dei Mancuso – rappresentata da Giuseppe Salvatore Mancuso cl.’89, figlio del noto Pantaleone cl.’61 – con i quali veniva gestito uno dei 3 canali di approvvigionamento di stupefacente.
Alle partite in arrivo dalla Calabria, si aggiungevano quelle regolarmente in arrivo attraverso l’asse Marocco-Spagna-Francia. Al contempo, grazie al supporto fornito da radicata componente albanese, la cosca gestiva lo stoccaggio e lo smistamento di significativi carichi di cocaina, introdotti direttamente dai Balcani sul territorio nazionale.
nota 1. Rocco Molè infatti risultava fidanzato con Demetra Sciarrone, nipote di Arcangelo Furfaro. Quest’ultimo peraltro non avrebbe mai potuto essere compagno di scuola dei Molè, dai quali lo separano anagraficamente quasi 10 anni.
I traffici di armi
L’indagine “Mediterraneo”, tra i vari aspetti, ha consentito di approfondire e documentare altro aspetto assolutamente significativo, ovvero quello attinente la disponibilità di armi da parte della cosca Molè. La ‘ndrina oggetto delle investigazioni manifestava infatti tutto il proprio elevato potenziale offensivo: molteplici le conversazioni nell’ambito delle quali veniva manifestata chiaramente la disponibilità di un vero e proprio arsenale, attraverso la detenzione di “fucili, mitragliette, pistole e silenziatori”.
Peraltro proprio il minore dei Molè costituiva parte attiva della compravendita delle armi che venivano acquistate in provincia di Vibo Valentia attraverso l’intermediazione di persone pure raggiunte dalla ordinanza di custodia cautelare.
Elemento di assoluta importanza veniva quindi fornito dall’individuazione del canale di rifornimento della cosca di silenziatori artigianali per pistola, realizzati da un “insospettabile” artigiano di Gioia Tauro (RC), Giuseppe Belfiore, cl. ’41, forte della copertura fornita dall’officina meccanica della quale era titolare e nell’ambito della quale svolgeva le proprie “ordinarie” attività lavorative. L’approfondimento investigativo in direzione di Giuseppe Belfiore ha condotto successivamente all’emersione del traffico internazionale di armi da questi pianificato unitamente al figlio Marino2 ed un ristretta componente di sodali italiani e di nazionalità slovacca. Il gruppo si dedicava infatti ad una serrata attività di riciclaggio di mezzi d’opera, oggetto di furto sul territorio nazionale, opportunamente “ribattuti” e reimmessi in circolazione, il tutto finalizzato alla raccolta dei fondi necessari all’avvio delle importazioni.
Giova in tale quadro fare riferimento all’arresto di Marino Belfiore che, a distanza di qualche mese, nel marzo 2014, è stato tratto in arresto dalla Guardia di Finanza, poiché fermato nelle campagne di Rizziconi (RC) con un’autovettura carica di armi provenienti dalla Slovacchia, tra Kalashnikov, armi lunghe, pistole con matricola abrasa e munizionamento di ogni genere.
nota 2. Marino Belfiore è stato arrestato il 31 marzo 2014 a Rizziconi (RC), dalla Guardia di Finanza di Reggio Calabria, poiché trovato in possesso di dieci Kalashnikov, due mitragliette e cinque pistole con numero di matricola punzonato, e relative munizioni.
Le attività di reinvestimento
La progressione investigativa ha consentito di “chiudere il cerchio”, laddove sono state approfonditamente documentate anche le complessive attività di reinvestimento della cosca Molè, tanto nella gestione di diversi esercizi pubblici/sale da gioco tra Calabria e Lazio, nell’ambito della quale riuscivano – tra l’altro – ad acquisire una posizione importante nel delicato settore delle slot machines, imponendo l’installazione di decine di macchinette.
Il lucroso business delle sale giochi e, segnatamente, delle slot machines, vedeva infatti una sostanziale joint venture di più imprese, grazie all’operato del binomio Galluccio-Mazzitelli che riusciva ad amministrare decine di macchinette, installate nell’ambito di numerosi esercizi pubblici siti tra le province di Roma e Latina. La perizia evidenziata da Giuseppe Galluccio veniva acclarata anche dalle modalità di controllo dei vari esercizi, resa più agevole dallo sfruttamento delle telecamere ivi installate e che seguiva direttamente dalla propria abitazione.
Come accennato potevano distinguersi a pieno i 3 livelli “gestionali” (gestore del locale/Galluccio-Mazzitelli – Molè) che riportavano il complesso degli interessi alla criminalità organizzata e, segnatamente, ai Molè.
Congiuntamente all’ordinanza di custodia cautelare è stato emesso decreto di sequestro preventivo di alcune società riconducibili all’associazione mafiosa.
L’elenco degli arrestati:
destinatari di custodia cautelare in carcere:
Girolamo Molè, 53enne nato a Gioia Tauro;
Antonio Albanese, 69enne nato a Gioia Tauro;
Carmelina Albanese, 35enne nata a Gioia Tauro;
Cosimo Amato, 46enne nato a Vibo Valentia;
Ayoub Baba Khayi, 25enne nato a Rabat (Marocco);
Marino Belfiore, 34enne nato a Gioia Tauro;
Altin Belulaj, 34enne nato a Vlore (Albania);
Fation Belulaj, 29enne nato a Vlore (Albania);
Antonio Bonasorta, 43enne nato a Polistena;
Carmelo Bonfiglio, 34enne nato a Polistena;
Carmelo Cicciari, 21enne nato a Vibo Valentia;
Gaetano Cicciari, 57enne nato a Gioia Tauro;
Claudio Celano, 50enne nato a Roma;
Fabio Cesari, 52enne nato a Roma;
Patrizio D’Angelo, 31enne nato a Roma;
Marco De Donno, 49enne nato a Roma;
Mirko Di Marco, 39enne nato a Roma;
Patrizio Fabi, 35enne nato a Roma;
Eugenio Ferramo, 30enne nato a Budrio (BO);
Arcangelo Furfaro, 45enne nato a Taurianova;
Enrico Galassi, 29enne nato a Civitavecchia (RM);
Domenico Galati, 33enne nato a Vibo Valentia;
Giuseppe Galluccio, 51enne nato a Rizziconi;
Giuseppe Guardavalle, 47enne nato a Vibo Valentia;
Girolamo Magnoli, 35enne nato a Cannes (Francia);
Giuseppe Salvatore Mancuso, 25enne nato a Vibo Valentia;
Domenico Mazzitelli, 54enne nato a Gioia Tauro;
Ippolito Mazzitelli, 22enne nato a Gioia Tauro;
Pietro Mesiani Mazzacuva, 47enne nato a Reggio Calabria;
Valeria Mesiani Mazzacuva, 45enne nata a Reggio Calabria;
Francesco Modaffari, 45enne nato a Ivrea (TO);
Antonio Molè, inteso “u niru”, 25enne nato a Gioia Tauro;
Antonio Molè, inteso “u jancu”, 24enne nato a Gioia Tauro;
Annunziato Pavia, 44enne nato a Gioia Tauro;
Fiorina Silvia Reitano, 64enne nata a Rosarno;
Vincenzo Ritrovato, 23enne nato a Polistena;
Pasquale Saccà, 46enne nato a Villa San Giovanni;
Manolo Sammarco, 35enne nato a Roma;
Stefano Sammarco, 33enne nato a Roma;
Manuel Alesander Signoretta, 23enne nato a Vibo Valentia;
Domenic Signoretta, 29enne nato a Hann, (Germania);
Carmelo Stanganelli, 45enne nato a Gioia Tauro;
Domenico Stanganelli, 28enne nato a Cannes (Francia);
Ferdinando Vinci, 44enne nato a Roma;
destinatari di custodia cautelare degli arresti domiciliari:
45 Giuseppe Belfiore, 73enne nato a Gioia Tauro;
46 Giovanni Burzì, 24enne nato a Cinquefrondi;
47 Alfredo Chiofalo, 29enne nato a Civitavecchia (RM);
48 Pietro Giovanni De Leo, 42enne nato a Taurianova;
49 Alessandro Giusto, 34enne nato a Roma;
50 Alessio Mocci, 27enne nato a Civitavecchia (RM);
51 Massimo Modaffari, 43enne nato a Ivrea (TO);
52 Claudio Ruffa, 47enne nato a Vibo Valentia;
53 Maria Teresa Tripodi, 49enne nata a Oppido Mamertina.
REGGIO CALABRIA. Le persone destinatarie del provvedimento restrittivo nell'ambito dell'operazione mediterraneo sono:
CUSTODIA CAUTELARE IN CARCERE: Girolamo Molè, 53 anni, di Gioia Tauro, attualmente detenuto nella Casa circondariale di Milano - Opera; Antonio Albanese, 69 anni, di Gioia Tauro, attualmente detenuto nella Casa circondariale di Frosinone; Carmelina Albanese, 35 anni, di Gioia Tauro; Cosimo Amato, 46 anni, di Gioia Tauro; Ayoub Baba Khayi, 25 anni, nato a Rabat (Marocco); Marino Belfiore, 34 anni, di Gioia Tauro; Altin Belulaj, 34 anni, nato a Vlore (Albania); Fation Belulaj, 29 anni, nato a Vlore (Albania); Antonio Bonasorta, 43 anni, di Gioia Tauro; Carmelo Bonfiglio, 34 anni, di Polistena; Carmelo Cicciari, 21anni, di Gioia Tauro; Gaetano Cicciari, 57 anni, di Gioia Tauro; Claudio Celano, 50 anni, di Rocca Priora (Roma); Fabio Cesari, 52 anni, di Roma; Patrizio D'Angelo, 31 anni, di Roma; Marco De Donno, 49 anni, di Roma; Mirko Di Marco, 39 anni, di Sarteano (Siena); Patrizio Fabi, 35 anni, di Sabaudia (Latina); Eugenio Ferramo, 30 anni, di Roma; Arcangelo Furfaro, 45 anni, di Gioia Tauro, attualmente detenuto nella Casa circondariale di Catanzaro; Enrico Galassi, 29 anni, di Civitavecchia (Roma); Domenico Galati, 33 anni, di Filandari (Vibo Valentia); Giuseppe Galluccio, 51 anni, di Gioia Tauro; Giuseppe Guardavalle, 47 anni, di Monte Compatri (Roma); Girolamo Magnoli, 35 anni, di Gioia Tauro; Giuseppe Salvatore Mancuso, 25 anni, di Nicotera (Vibo Valentia); Domenico Mazzitelli, 54 anni, di Gioia Tauro; Ippolito Mazzitelli, 22 anni, di Rocca Priora (Roma); Pietro Mesiani Mazzacuva, 47 anni, di Gioia Tauro; Valeria Mesiani Mazzacuva, 45 anni, di Gioia Tauro; Francesco Modaffari, 45 anni, di Gioia Tauro, attualmente detenuto nella Casa circondariale di Crastrovillari; Antonio Molè, inteso "u niru", 25 anni, di Gioia Tauro; Antonio Molè, inteso "u jancu", 24 anni, di Gioia Tauro; Annunziato Pavia, 44 anni, di Gioia Tauro, attualmente detenuto nella Casa circondariale di Avellino; Fiorina Silvia Reitano, 64 anni, di Gioia Tauro; Vincenzo Ritrovato, 23 anni, di Gioia Tauro; Pasquale Saccà, 46 anni, di Camporosso (Imperia); Manolo Sammarco, 35 anni, di Guidonia Montecelio (Roma); Stefano Sammarco, 33 anni, di Roma; Manuel Alesander Signoretta, 23 anni, di Jonadi (Vibo Valentia); Domenic Signoretta, 29 anni, di Jonadi (Vibo Valentia); Carmelo Stanganelli, 45 anni, di Gioia Tauro, attualmente detenuto nella Casa circondariale di Paola; Domenico Stanganelli, 28 anni, di Gioia Tauro; Ferdinando Vinci, 44 anni, di Roma.
ARRESTI DOMICILIARI: Giuseppe Belfiore, 73 anni, di Gioia Tauro; Giovanni Burzì, 24 anni, di Joppolo (Vibo Valentia); Alfredo Chiofalo, 29 anni, di Civitavecchia (Roma); Pietro Giovanni De Leo, 42 anni, di Gioia Tauro; Alessandro Giusto, 34 anni, di Aprilia (Latina); Alessio Mocci, 27 anni, di Civitavecchia (Roma); Massimo Modaffari, 43 anni, di Gioia Tauro; Claudio Ruffa, 47 anni, di Rombiolo (Vibo Valentia); Maria Teresa Tripodi, 49 anni, di Gioia Tauro.
Luigi Palamara
Giornalista, Direttore Editoriale e Fondatore di MNews.IT
Cell.: +39 338 10 30 287
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