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La letteratura tra la lingua e il tempo di Pierfranco Bruni

In un tempo in cui la letteratura potrebbe essere considerata una chiave di lettura per catturare l'ontologia della parola tra realtà, ideologia e metafora, la scrittura assume la visione di un processo in cui il linguaggio ha la dimensione di una rappresentazione storica.
Il problema incide proprio nel momento in cui il rapporto tra linguaggio e letteratura diventa un archetipo tra il tempo vissuto e quelli presento. L'archetipo è proustiano ed è giocato tra il perduto e il ritrovato. Ma per lo scrittore il tempo non è soltanto una questione esistenziale e metafisica. È una dimensione della lingua che lega le distanze dei linguaggi attraversati nel tempo.
Per anni si è cercata di usare la letteratura come strategia politica dandole competenze che non poteva avere e che non può contenere.
La letteratura ha la sua struttura, nel senso narrativo e nel senso poetico, in una griglia esistenziale il cui percorso ha una sua articolazione tra storia, fantasia, immaginario ma anche una sua funzione linguistica.
La letteratura è una lingua. La lingua della letteratura ha una sua semantica e tale semantica svolge un ruolo nel proporre e nel ricevere stimoli di conoscenze. La lingua non è una verità assoluta. È una verità all'interno del binomio realtà - finzione.
L'ideologia ha usato la lingua consumandola come sovrastruttura di un processo pedagogico. La lingua e il linguaggio sono articolazioni differenti. La lingua ha una sua radicalizzazione in quanto koinè di in territorio e di un tessuto unico se pur non omogeneo. Il linguaggio è un mosaico che si mostra con le sue articolazioni e con le sue forme  in un incontro tra tradizione e rivoluzione dei sistemi di chiarificazione delle comunicazioni.
Se si pensa alla letteratura come espressione di un linguaggio assoluto si commette un errore di valutazione in riferimento proprio ai linguaggi della parola.
Lo scrittore usa il linguaggio che più gli appartiene, anzi quello più consono alla sua formazione anche ideologico. Non è affatto vero che la letteratura non ha appartenenze. La letteratura è la testimonianza di una appartenenza perché lo scrittore, pur nella sua libertà, appartiene comunque alla sua formazione.
La sua formazione è fatta di valori, di contenuti e di immense diaspore. Il tutto ha una sua funzione e una sua finzione nel momento in cui la scrittura la si va ad interpretare.
L'interpretazione è il tutto. In letteratura la chiave di lettura non consiste in ciò che lo scrittore pensa di aver scritto o aver voluto comunicare. Consiste in ciò che il lettore ha comunicato. Ecco perché spesso si pone al centro la metafora, e anche quando la pagina ha un tocco realista la metafora taglia la realtà e si sviluppa come dettaglio nella coscienza del lettore che diventa il critico "puro" oltre ogni accademismo.



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Luigi Palamara
Giornalista, Direttore Editoriale e Fondatore di MNews.IT
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