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Il tragico e il tempo mortale nel destino di "Anonimo Veneziano" tra decadenza e macerie - di Pierfranco Bruni

È come se la vita fosse un'ombra errante. Ci recita Shakespeare nel suo "Macbeth". Ovvero: "La vita non è che un'ombra errante, un povero attore  che si pavoneggia e si lamenta durante la sua ora a teatro e che poi nessuno ascolta più. È una favola piena di tumulto e di furore raccontata da un pazzo e che non significa niente".
Il senso del tragico non è  una finzione che gioca a duellare con la realtà. Sono i personaggi a vivere il tragico e il tragico non è una scommessa che si contrappone al sorriso chiassoso dei giorni che si perdono nella notte.
Il tragico è il filo teso tra l'impazienza e la morte. Così in "Anonimo Veneziano" di Giuseppe Berto. La morte è anticipata dalla caduta camusiana e questa è annunciata dal tragico che resta legato al suono delle ironie.
In "Anonimo Veneziano" c'è costantemente il tempo perduto. Anzi il tempo smarrito. Nel tempo smarrito i personaggi sono sempre   senza maschere. Non hanno bisogno di maschere perché sanno già a priore che fa gioco la finzione. Dove insiste la finzione c'è già il teatro.
Proust sembra recitare il racconto del suo tempo ponendosi al centro di San Marco. Dove insiste la morte la recita dell'amore abbandonato è solo il dettaglio di una distanza. Tutto si consuma. Come nella "morte felice" di Camus. Ma anche i "piaceri e i giorni" di Proust sono un lento passeggiare tra i labirinti di una fine che arriva  dopo aver vissuto il tempo della follia del piacere.
Il dolore di ciò che si vive in "Anonimo Veneziano" ha tagliato il tempo. Ogni misura del tempo. L'amore sembra la metafora di una finestra  chiusa in un mare che lotta contro il vento in tempesta. Quella stessa tempesta è il cuore lacerato di "Anonimo Veneziano". Alla fine si ascoltano soltanto parole. Ma non sono più neppure parole. È solo rumore. L'eco è una musica che accompagna non tanto il distacco tra due amanti quanto la fine di una vita.
L'infinito non ci accompagna e non si accompagna. Forse ci anticipa. Ci accompagna ciò che sta finendo o ciò che è già finito. Non siamo mai alla chiusura di una storia, ma alla chiusura di un tempo certamente sì. E quando un tempo finisce, finisce, per chi vive quel tempo,  anche il Tempo.
Questo tempo segna il passaggio dal tragico alla disperazione. "Anonimo Veneziano", in fondo, è la griglia della disperazione tra il mosaico del tempo disperso e l'annuncio della morte. La "caduta" del tempo è sempre il superamento anche della disperazione dentro quella morte che trova la consolazione in quel c'è sempre un tempo per tutto: "Ecclesiaste".
Ma la chiusa è terribile: si comincia con un antico concerto che racconta una "rassegnata disperazione per la morte di un uomo e forse d'una città, e forse anche di tutto ciò che è già vissuto abbastanza". Qui cala il sipario. Ancora proustianamente restiamo penetrati "dall'idea della morte". Così il sorriso o il riso non è piú inquieto specchio dell'ironia. Thomas Mann ha vissuto la sua morte a Venezia sul filo della decadenza e del tempo. E Mann è nel destino del Berto  che si racconta nella morte di "Anonimo Veneziano". Decadenza e sublime nel tragico spaginare i giorni che preparano la fine e il finito.
Tutto si disperde. Persino la morte si perde nell'assoluto intreccio di catturare il filo tra il finito e ciò che segna le luci della ribalta nella illusione dell'infinito. Giuseppe Berto resta uno scrittore nel tragico vivere. Forse anche per questo la scrittura è una necessità nello spazio che consuma il tempo. E pur essendo ritrovato per i suoi personaggi resta, quel tempo, sempre un tempo mortale.
E il destino accompagna l'estetica di un rito. Come nelle città che si sgretolano misurando il passato il rito della decadenza ha l'assenza delle macerie e il tutto diventa un cumulo di rovine...



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Luigi Palamara
Giornalista, Direttore Editoriale e Fondatore di MNews.IT
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