Carabinieri, Polizia di Stato, Guardia di Finanza, CFS, Polizia Penitenziaria, Polizia Provinciale ecc. coordinati dalla magistratura catanzarese e reggina, stanno setacciando il territorio palmo a palmo, dallo Stretto a Castrovillari, alla ricerca di armi e droga, senza tralasciare per questo le altre piste che portano alla prevenzione ed alla repressione dei reati e dei delitti. A parere dei Carabinieri del Comando Provinciale, diretto dal colonnello Lorenzo Falferi, coadiuvato dal tenente colonnello Gianluca Valerio, e dal maggiore Pantaleone Grimaldi, i gruppi solo apparentemente di “cani sciolti”, comunque sono collegabili alla ‘ndrangheta. Gli zingari continuano la scalata al crimine, per ora a macchia di leopardo. Gli anziani soli o donne sono le vittime privilegiate
REGGIO CALABRIA DOPO I KALASHNIKOV, I FUCILI A POMPA ED A CANNE MOZZE, LE PISTOLE, I CARABINIERI SCOVANO ANCHE IL TRITOLO
Domenico Salvatore
Calci e pugni e botte da orbi per ammorbidire la resistenza e rendere mansuete le vittime predestinate delle rapine, scippi e furti con scasso o senza, in abitazione; in macchina o quando rientrano con il malloppo dalle poste o dalla banca, come la cronaca ha più volte segnalato (ma in proposito sono stati celebrati anche processi con tanto di condanna; spesso Polizia e Carabinieri, hanno pure recuperato la refurtiva); e convincerle a …”collaborare” con gli aguzzini e gli sgherri. Il dato emergente, è la violenza selvaggia e feroce, la perfidia, la malvagità, la barbarie con cui i banditi ed i fuorilegge, delinquenti, furfanti e farabutti, si scaglino contro i teneri, deboli, indifesi anziani soli. Vecchietti con la dentiera e per compagni i reumatismi, l’artrosi, la cervicale, la lombosciatalgìa, l’emicrania, i problemi di vista, l’arteriosclerosi, la depressione, l’inappetenza, la cirrosi, l’aritmia cardiaca e tutti gli altri problemi connessi con la terza età. Per chi ci arriva. E va pure…bene. Perché purtroppo la comunicazione, ci riporta notizie ferali. Non è la prima volta infatti che dopo averli pestati a sangue, spogliati, derubati, legati ed imbavagliati, li uccidono con spietato cinismo, senza battere ciglio…Finalmente arriva la pensione. Ma quando maaaiiiii!? Quelle quattro lire, pardon euri, che non bastano nemmeno per pagare le tasse. E mo’ te la godi…
Tra balzelli locali e tasse nazionali da onorare. Telefono, luce, gas, spazzatura, irpef, ilor, irpeg, invim, imu, trivu, irep, irap. Ed i figli e nipotini dove li metti? Un pensierino a Pasqua ed uno a Natale, il compleanno, l’onomastico, San Giuseppe, la festa della mamma, della nonna, del papà, San Valentino, Carnevale, Ferragosto, lala festa patronale, la sagra paesana e così via, la festa della mimose.
Tritolo? La mafia non ha di questi problemi. Come hanno dimostrato diverse operazioni della DDA. Compresa l’operazione “Bumma” contro il clan degli Iamonte di Melito Porto Salvo. Si chiedeva Enrica Tancioni su www.quicalabria.it il 18/12/2007 …” Cosa hanno in comune il torrente Sant’Elia, il ponte Molaro e Palazzo San Giorgio? Panetti di materiale esplosivo. Proveniente dalla Laura C. La nave da rifornimento italiana affondata al largo di Saline Joniche. Corre l’anno 1941. La Laura Couselich salpa dal porto di Venezia. Deve rifornire le truppe italiane che combattono in Africa. La nave fa scalo a Taranto, dove si unisce ad altre due imbarcazioni: Mameli e Pugliola. Il gruppo raggiunge il porto di Messina, dal quale riparte con Altair, un cacciatorpediniere. Raggiunta la costa jonica calabrese le navi vengono attaccate da un sommergibile inglese. Un siluro colpisce la Laura C che, nel giro di pochi minuti, si adagia sul fondo sabbioso di Saline Joniche.
Il 3 luglio 1941 cola a picco una delle navi da trasporto più importanti della Marina italiana. Non è un segreto che la Laura C trasportasse oltre 5.700 tonnellate di merce e materiale vario. Tra questi circa 1.500 tonnellate di tritolo. Per anni il relitto giace senza problemi sul fondo del mare. Molte sono le visite dei sub. Ma non tutte legali. Sembra che ‘ndranghetisti e mafiosi si rifornissero del materiale esplosivo della nave. Ovviamente non per scopi umanitari. Nel 1995 i carabinieri del Ros di Reggio Calabria avviano un’inchiesta, in seguito alla quale emergono verità inquietanti. Infatti la Procura distrettuale antimafia di Reggio Calabria avanza l’ipotesi che il tritolo della Laura C fosse stato impiegato per le stragi di Capaci e di via D’Amelio. Gli attentanti che hanno ucciso Falcone e Borsellino, giudici scomodi per Cosa Nostra. La mafia, colpita dalla legge, decide di agire. In collaborazione con la ‘ndrangheta, ovviamente. Dalle dichiarazioni di alcuni pentiti ( Vincenzino Calcara, Emanuele Di Natale e Carmine Alfieri) emerge che la criminalità calabrese regalasse alla mafia, alla camorra e alla Sacra Corona Unita panetti di tritolo. Provenienza? La Laura C. Perché non approfittare di esplosivo, per giunta gratis?
La Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria inizia subito le indagini in collaborazione con il Sisde. La nave potrebbe essere un deposito sicuro al servizio della criminalità organizzata.
La Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria inizia subito le indagini in collaborazione con il Sisde. La nave potrebbe essere un deposito sicuro al servizio della criminalità organizzata.
Purtroppo le piste non portano da nessuna parte. La tesi viene quindi abbandonata. Mancano le prove. Tuttavia la Capitaneria di Porto di Reggio Calabria vieta a chiunque di avvicinarsi al relitto. Ma il tritolo fa gola. Anche troppo. Ecco perché si affaccia l’idea di recuperare il materiale. Il progetto è pericoloso. Così nel 2001 il Genio Militare per la Marina decide di “neutralizzare” il materiale esplosivo. Come? Cementificando le stive. Con le sue 1.500 tonnellate di esplosivo. Ma è necessario trovare un metodo sicuro che salvaguardi la zona costiera di Saline Joniche. I lavori iniziano nel 2002, quasi un anno dopo. L’appalto è stato affidato a una società napoletana: la Cormorano Srl. L’operazione si svolge in 150 giorni. Costa solo 3 miliardi e 800 di vecchie lire. Nel marzo 2004 il Ministero della Difesa approva l’idoneità e la sicurezza dello scafo. I sub possono quindi scendere nei fondali e visitare il relitto. Ma il 6 ottobre 2006 accade l’irreparabile. Domenico Racaniello, un sub barese, perde la vita. Secondo il rapporto dei Vigili del fuoco, il corpo dell’uomo sarebbe rimasto impigliato nelle cime della nave. La Capitaneria di Porto ordina quindi il divieto di immersione e pesca subacquea nello specchio di mare che custodisce la Laura C. Dopo pochi mesi l’ordinanza viene abrogata. La Capitaneria permette le immersioni. Ma solo a scopo scientifico. Peccato che nel periodo compreso tra il 1995 e i primissimi mesi del 2004 molti sub abbiano visitato la Laura C. Eppure esiste un divieto di immersione.
Ma agli ‘ndranghetisti non interessa. Il tritolo è più importante. Ecco perché in una delle visite qualcuno ha trafugato del tritolo. Qualcuno ha pianificato un attentato ai danni del sindaco. Così emerge dalle indagini della DDA reggina. Il 6 ottobre 2004 il Sismi segnala la presenza di tre panetti di tritolo nascosti in un bagno di Palazzo San Giorgio. Per gli inquirenti si tratta di attentato intimidatorio. È necessario mettere paura al sindaco per potere influenzare il suo operato. Nella primavera 2004 la Direzione Distrettuale Antimafia e la Guardia di Finanza di Reggio Calabria portano a termine l’operazione “Bumma”. Al centro della vicenda c’è Gaetano Evoli, elemento di spicco della cosa Iamonte operante nel territorio di Melito Porto Salvo. Sembra che la ‘ndrina trafficasse cospicui quantitativi di materiale esplosivo, come tritolo e plastico. Grazie all’infiltrazione degli uomini della Finanza, la DDA di Reggio Calabria è venuta a conoscenza delle modalità per il reperimento del materiale esplosivo. Trafugato dalla Laura C. Sempre nel 2004 tra agosto e settembre i carabinieri di Melito Porto Salvo e di Reggio Calabria ritrovano panetti di tritolo rispettivamente sotto il ponte Molaro e sul greto del torrente Sant’Elia. Anche in questo caso provengono dalle stive dalla Laura C.
Perché il materiale è stato trasportato così lontano dalla nave? È stato il mare? O forse gli ‘ndranghetisti? Il tritolo è forse una merce di scambio? Se si con chi? Le domande sono rimaste senza risposta. Nonostante tutto le ‘ndrine hanno scoperto la loro santabarbara. Hanno a disposizione un enorme quantitativo di materiale esplosivo. Da vendere o da usare. Sempre per scopi illeciti. Ma a questo punto sorge un dubbio: se la ‘ndrangheta nel 2004 ha usato l’esplosivo della Laura C, non è probabile che l’abbia fatto anche nel 1995?”. I collegamenti con la ‘ndrangheta, con Cosa Nostra, con la Camorra a parere degli organi inquirenti ci sono tutti. Non solo con le cosche dei Serraino e dei Franco o degli Iamonte. La Repubblica a firma di Pantaleone Sergi, il 30 aprile del 1995 a pag 20, scriveva…” Il "pentito degli esplosivi", Pasquale Nucera, aveva dato la dritta giusta. In fondo al mare, ha raccontato, c' è il giacimento di tritolo della ' ndrangheta. Settecento tonnellate. La squadra mobile di Reggio Calabria le ha trovate, un po' più a largo del pontile di Saline Joniche, a 52 metri di profondità. "Un quantitativo enorme", dice il questore di Reggio, Ennio Gaudio, il carico - "in mattoni" ben conservati - di una nave mercantile, la "Laura C", ventimila tonnellate di stazza, silurata e affondata da un sottomarino alleato nel 1941. E dalle prime analisi, dopo le ispezioni dello scafo e il prelievo di diversi campioni, salta fuori un dato sconvolgente: si tratta di esplosivo del tipo usato per la strage di Capaci e, forse, per la stagione del terrore di Cosa Nostra, per le bombe di Roma, Milano e Firenze.
Tanti misteri, forse, stanno per essere chiariti. Si è sempre detto - vari pentiti ne hanno parlato - che era la ' ndrangheta a fornire a Cosa Nostra l' esplosivo per le stragi, che erano state le cosche della zona di San Luca a consegnare ai palermitani quello per l' attentato al giudice Borsellino e alla scorta. E Pasquale Nucera, uno dei pentiti che accusa Giacomo Mancini di legami con la mafia, "colonnello" della cosca Iamonte padrona della zona di Saline Joniche, aveva permesso ai magistrati reggini di ritrovarne un bel po' . Poi aveva lanciato l' allarme spiegando che la ' ndrangheta era già in possesso di almeno 800 chili di tritolo e poteva averne molto altro a disposizione. I magistrati della procura antimafia, tutti presenti alla conferenza stampa in Questura - il procuratore aggiunto Salvatore Boemi e i sostituti Roberto Pennisi, Francesco Mollace e Giuseppe Verzera - sottolineano fin d' ora come il ritrovamento del mega-deposito sottomarino rappresenti una ulteriore conferma della "centralità della ' ndrangheta nello scenario criminale nazionale e internazionale", della sua pericolosità, ma anche della disattenzione, della sottovalutazione e del disinteresse dimostrati da chi avrebbe dovuto rendersene conto ma ha lasciato che tutto degenerasse.
Con quell' esplosivo ritrovato le cosche calabresi avevano, infatti, una potenza militare, tale da potere affrontare una vera e propria guerra, ove si consideri che il tritolo usato a Capaci era più o meno due quintali e ha fatto quel che ha fatto, sbriciolando le auto blindate di Giovanni Falcone e della scorta, mandando all' aria un centinaio di metri di autostrada. "Ma quando denunciavamo l' estrema pericolosità della ' ndrangheta, siamo rimasti inascolati", lamenta il procuratore Boemi. Adesso si lavora, con difficoltà, per recuperare il carico della "Laura C". Già da ieri sono all' opera poliziotti-sub del centro nautico e sommozzatori di La Spezia e uomini della Marina Militare. Annerite dalla pece e dal tempo, le mattonelle di tritolo mantengono però intatto il loro potenziale distruttivo. "L' acqua conserva perfettamente il tritolo", assicura il capo della Mobile Roberto Di Guida, "basta asciugarlo ed è nuovamente efficace". E quello della "Laura C", una motonave di 150 metri registrata al compartimento marittimo di Napoli, adagiata da 54 anni sui fondali dello Jonio col suo carico di morte - i registri navali dell' epoca testimoniano che aveva nelle stive le 700 tonnellate di esplosivo - a quanto pare era di primissima qualità. Si tratta adesso di stabilire quanto la mafia ne ha già utulizzato e quanto ne terrebbe nascosto in terraferma.
Già nella notte, è scattata una maxioperazione della polizia per cercare eventuali depositi nella zona di Montebello Jonico. In uno di questi controlli la Criminalpol ha catturato Massimo Costarella, 31 anni, nipote acquisito del boss Natale Iamonte, latitante dall' ottobre 1993 perché inseguito da un ordine di custodia cautelare per associazione mafiosa. Il giovane è sospettato addirittura di essere il "custode" del deposito sottomarino. "Il porto di Saline Joniche e la zona di mare circostante sono totalmente controllate dalla cosca Iamonte, una delle più temibili e organizzate", ricorda infatti il sostituto Verzera. Adesso? "Il ritrovamento è un punto di arrivo e un punto di partenza", spiega il sostituto Pennisi, "da una parte ci dà atto della bontà delle nostre indagini, dall' altra l' inizio di un nuovo, speriamo fruttuoso, viaggio investigativo". Ed ancora…” Siamo preoccupati - dice il procuratore aggiunto antimafia Salvatore Boemi - Ne hanno preso, ne hanno già usato, ma di quanto esplosivo dispongono ancora e che cosa intendono fare?". Interrogativo angosciante, che adesso ha fatto scattare una serie di misure di protezione di "obiettivi sensibili". Anche per questo il questore Ennio Gaudio è al lavoro anche la domenica: l' allarme del procuratore Boemi, dicono gli investigatori, non può essere preso sottogamba. I segnali ci sono, eloquenti. Indicano una possibile ripresa del terrorismo mafioso. E poi si teme una reazione dei clan dello Jonio, che tubavano con Cosa Nostra e avevano in Nitto Santapaola un potente alleato.
Il "pentito degli esplosivi", Pasquale Nucera, per anni collaboratore dei "servizi" - che poi avrebbero ' mollato' facendogli arrestare anche l' anziano genitore - è stato abbastanza esplicito sulla pericolosità della ' ndrangheta e ha parlato di possibili prossimi attentati: uno dei quali (che nei piani doveva essere spettacolare) al Palazzo di Giustizia di Reggio, per eliminare due magistrati della procura distrettuale, i sostituti Giuseppe Verzera e Roberto Pennisi. Ed è Nucera ad avere indicato agli inquirenti la grande disponibilità di tritolo da parte delle cosche”. Ma gli zingari che c’azzeccano in questo bailamme? Apparentemente niente ma a sfogliare la cronache si scopre che siano invischiati in diverse faccende di delinquenza comune ed organizzata. A parte la vicenda di “Toro Seduto”. Addirittura in prima persona, in diverse indagini coordinate dalla Procura di Catanzaro diretta da Antonio Vincenzo Lombardo. Zingari dei campus o villaggi o comunità di Cosenza e Catanzaro, collegati con Reggio Calabria? Ci sono i pentiti, ci sono i capibastone, ci sono gli ergastoli ecc. Si sono arricchiti con la droga e con gli assalti ai furgoni in autostrada; se non altro. Tutto consacrato dalle carte giudiziarie, dagli atti processuali, dalle inchieste della magistratura, dalle indagini di polizia, carabinieri e Guardia di Finanza. Gli zingari da manovali del crimine, piano piano si sono inseriti a più vasto raggio, sino ad entrare nel business in prima persona. Non è nemmeno rara la guerra di mafia fra i Rom o nomadi e le cosche della “Gramigna”. A Cosenza, a Catanzaro ed a Reggio Calabria, dove impera comunque il business del “cavallo di ritorno”, appaltato in esclusiva dalle comunità zingare. Vittime talora gli stessi rappresentanti delle forze dell’ordine.
Il connubio, la connivenza e la complicità diretta o trasversale, in ogni caso la confermano indagini di questo tipo; come si evince dal comunicato stampa dei Carabinieri…”Operazione TNT Il 9 aprile 2014 Comunicato stampa Comando Carabinieri. Il 9 aprile 2014, a Reggio Calabria ed in alcuni comuni limitrofi, i Carabinieri del Comando Provinciale di Reggio Calabria, in collaborazione con gli uomini del Comando Carabinieri Tutela del Patrimonio Culturale di Cosenza e dello Squadrone Cacciatori di Calabria, hanno dato esecuzione ad un’Ordinanza di Custodia Cautelare, emessa dal G.I.P. presso il Tribunale di Reggio Calabria su richiesta della locale Procura della Repubblica, nei confronti di 10 persone, facenti parte di un pericoloso sodalizio criminale dedito al traffico di esplosivo, armi, furti e rapine.
Premessa
L’odierna operazione rappresenta la prima fase di una complessa attività investigativa che prende l’avvio a seguito dell’arresto operato, in tempi diversi, a carico di due degli indagati: BATTAGLIA Domenico Demetrio e BERLINGERI Damiano Roberto.
Nello specifico, nel corso di una perquisizione domiciliare, i Carabinieri, nell’aprile del 2012, traevano in arresto BATTAGLIA, a seguito del ritrovamento all’interno della sua abitazione di 10 formelle di esplosivo del tipo tritolo per un peso complessivo di oltre 2 Kg., di 5 detonatori e di numerose munizioni di diverso tipo e calibro.
L’arresto di BATTAGLIA per detenzione di tritolo, riconosciuto dello stesso tipo di quello rinvenuto nelle stive della nave “LAURA C” affondata durante l’ultimo conflitto mondiale nei fondali antistanti Saline Joniche (RC), forniva l’input per avviare le indagini volte ad individuare la provenienza del suddetto materiale esplodente, indagini di cui in passato si era più volte occupata anche la Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, ravvisandovi il coinvolgimento della criminalità organizzata.
Le attività di indagine hanno consentito di acclarare come, nella vicenda del tritolo, fosse coinvolto anche il BERLINGERI, responsabile di aver ceduto il tritolo a BATTAGLIA, episodio per il quale, tra l’altro, BERLINGERI è stato già condannato. Il tritolo, secondo gli inquirenti, sarebbe stato a sua volta sottratto ad una cosca di ‘ndrangheta operante nella zona sud di Reggio Calabria.
Il coinvolgimento della ‘ndrangheta
L’attività investigativa ha inoltre evidenziato il collegamento di alcuni dei personaggi coinvolti nelle vicende in esame con rilevanti figure della criminalità organizzata, dalla quale non appare distante l’operato degli odierni indagati, specie se si consideri l’elevata disponibilità e/o capacità di procurarsi armi da costoro dimostrata. È stata certificata la contiguità di alcuni degli odierni arrestati alla più vasta organizzazione criminale denominata ‘ndrangheta, con specifico riferimento alle cosche SERRAINO e FRANCO.
Svaligiata anche la villa sottoposta a sequestro di Luciano LO GIUDICE
Tra i numerosi colpi messi a segno anche quello effettuato alla villa di Luciano LO GIUDICE. Tra la refurtiva, in parte già recuperata, anche un maxi scooter T-MAX che BATTAGLIA Domenico Demetrio, BERLINGERI Damiano Roberto ed altri correi avevano asportato dalla villa sottoposta a sequestro appartenuta al fratello di Nino LO GIUDICE alias il “Nano”.
Le vittime
In molti casi è emerso che la banda preferiva colpire vittime, di cui conoscevano abitudini e orari, prediligendo in modo particolare anziani indifesi. Solo per citare alcuni esempi, per la rapina commessa a Cardeto nell’aprile del 2012 ai danni di due anziane donne, madre e figlia, MORO Teodoro, originario di Cardeto, temeva che potesse essere riconosciuto dalle due donne o da quel “bastardo del figlio”, perché “lo avevano visto crescere”.
Conosciuti alla banda erano anche una donna ed i suoi familiari a cui Massimo MURINA, Alessio CIRILLO, Massimo PICCOLO e Osvaldo SURACE hanno svaligiato la casa, approfittando della circostanza che un parente della donna fosse ricoverato insieme ad una congiunta del MURINA, il quale, in tal modo, aveva modo di sapere esattamente quando colpire, essendo l’abitazione della vittima incustodita.
Ancora MURINA e PICCOLO, in un’altra occasione, dopo essersi guadagnati la fiducia di un impiegato di Reggio Calabria, dapprima si facevano prestare la sua auto, una BMW nuova di zecca, e successivamente, dopo aver simulato il furto dell’auto, si facevano consegnare da questi 3.000 euro in contanti, quale prezzo per l’intermediazione con una fantomatica banda di pericolosi ladri d’auto, somma consegnata dal malcapitato con enormi sacrifici e che MURINA provvederà a sperperare alle slot machine nel giro di qualche ora.
Violenza e ferocia inaudite
Durante i colpi la banda aveva fatto più volte ricorso all’uso delle armi e della violenza per terrorizzare le anziane vittime. I banditi erano soliti, infatti, colpire armati di coltelli, pistole, spranghe, bastoni, a volte utilizzando fucili a canne mozze, come nel caso di una rapina commessa a Pellaro.
ZAMPAGLIONE, ad esempio, spiegava ai correi che durante i colpi, lui la pistola la portava sempre, in quanto se la vittima avesse reagito, gli avrebbe tranquillamente sparato “se uno prende a fare… almeno lo tira, si deve difendere poi una persona per davvero, se deve andare male che vada male, vaffanculo … oh, un’arma è sempre un’arma”. Continuava spiegando che una volta entrati nell’abitazione da rapinare, era importante picchiare subito le vittime, specificando che più forte venivano picchiate e maggiore sarebbe stata la sudditanza psicologica ottenuta sulle stesse.
Non sempre però le vittime si arrendevano facilmente, come nel caso della rapina commessa ad un’anziana donna picchiata con ferocia e lasciata in una pozza di sangue e successivamente ricoverata per oltre un mese in ospedale.
I ricettatori
Le indagini consentivano, inoltre, di individuare alcuni soggetti, attualmente indagati per il delitto di ricettazione. Nei confronti degli stessi, in data odierna, è stata eseguita perquisizione domiciliare.
In pochi mesi di indagine sono stati circa una ventina gli episodi certificati e contestati agli odierni arrestati, commessi principalmente a Reggio Calabria ed in altre località limitrofe (Cardeto, Pellaro, Bocale, Campicello di Pellaro e Rosario Valanidi).
Nel corso dell’indagine, a distanza di pochissimo tempo dall’inizio della stessa, i Carabinieri del Comando Provinciale traevano in arresto nella flagranza di reato alcuni degli indagati, ponendo in tal modo fine alle loro pericolose scorribande.
Dati operativi
Nel corso dell’operazione sono stati impiegati oltre 100 Carabinieri del Comando Provinciale di Reggio Calabria, supportati dai militari dello Squadrone Eliportato Cacciatori e del Comando Tutela Patrimonio Culturale di Cosenza.
Le persone tratte in arresto sono:
- BATTAGLIA Domenico Demetrio, nato a Reggio Calabria il 23.10.1963;
- BERLINGERI Damiano Roberto, nato a Melito Porto Salvo il 23.12.1986;
- CILIONE Giovanni, nato a Melito Porto Salvo in data 11.07.1976;
- CIRILLO Ivano Alessio, nato a Reggio Calabria il 22.02.1988;
- FORTUGNO Vincenzo, nato a Reggio Calabria il 07.03.1968;
- MORO Teodoro, nato a Cardeto il 23.05.1955;
- MURINA Massimo, nato a Reggio Calabria il 12.05.1975;
- PICCOLO Massimo, nato a Reggio Calabria il 27.12;
- SURACE Osvaldo, nato a Reggio Calabria il 19.06.1978;
- ZAMPAGLIONE Giuseppe, nato a Montebello Jonico (RC) il 04.02.1975.
L’incontro dei magistrati, dei Prefetti e dei Questori dei comandanti provinciali di Carabinieri e Guardia di Finanza con il ministro degl’interni Angelino Alfano, ma anche con il presidente della Commissione antimafia Rosy Bindi è servito ad intensificare la vigilanza sul territorio. Non solamente per le recrudescenza del fenomeno mafioso. Anche in vista dell’arrivo di Sua Santità, Francesco I° a Cassano sullo Jonio. Guarda caso teatro di una guerra di mafia tra gli zingari ed il clan dei Forastefano. A parte gli altri efferati delitti. Compresa la spietata esecuzione di un delitto macabro e lugubre contro un inerme, indifeso, tenero bambino di soli tre anni.
Domenico Salvatore
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