SOLENNITà DELLA MADONNA DELLA CONSOLAZIONE
Carissimi fratelli,
quando una città celebra
ufficialmente una festa religiosa, che coinvolge anche le autorità civili, essa
si ferma a considerare se stessa, a fare il punto sulla sua vita spirituale,
sociale, economica, politica, nella prospettiva di ripartire con speranza e
fiducia. Quando poi è il pastore di questa comunità a presiedere i
festeggiamenti, è proprio a lui che si chiede una riflessione, che sia di
incitamento alla fiducia e alla speranza. Anche se sono qui con voi da una
settimana appena, non mi tiro indietro.
Saluto gli eccellentissimi fratelli
Vescovi qui convenuti a rendere più solenne la nostra festa. Saluto tutte
le autorità politiche, civili e militari qui presenti, segno di quell’abbraccio
che tutte le istituzioni fanno alla Chiesa, riconoscendo ad essa quel ruolo
formativo delle coscienze, tanto necessario per una retta impostazione di vita,
premessa indispensabile del vivere civile. Un particolare e doveroso saluto,
pertanto, al Sig. Prefetto, ai componenti la Commissione che guida il nostro
Comune, al Sig. Governatore della Regione, al Presidente della Provincia.
Ringrazio in modo particolare Lei, Dott. Castaldo, per le parole di saluto e
per quanto ha detto a tutta la cittadinanza.
La mia
riflessione parte dalla costatazione: Reggio oggi celebra la sua festa solenne,
con una ferita aperta: lo scioglimento dell’Amministrazione Comunale per mafia
e il conseguente commissariamento. Una ferita aperta, sulla quale vengono
versati i veleni della lotta politica, della divulgazione di dati allarmanti
sull’amministrazione della cosa pubblica, delle reciproche attribuzioni di
responsabilità tra gli schieramenti politici, mentre una crisi terribile,
economica e non solo, ha fatto aumentare la povertà delle famiglie, sta
costringendo ad una nuova emigrazione, quella dei cervelli più promettenti, ha
tolto la speranza ai giovani e ai meno giovani, che non trovano lavoro, e
sembra aver costretto l’intera città alla perdita della speranza e alla resa,
una resa che sta rendendo inoperose le sue potenzialità e le sue ricchezze, e
sono tante.
Avendo
davanti a noi questo scenario non bello e non confortante, siamo qui convenuti
a celebrare la nostra festa annuale, che muove tutta la città per farla
stringere attorno all’immagine della Madonna della consolazione come non mai,
per ricevere da lei quei gesti di consolazione che non siano illusori, ma veri.
Ma enuncio subito sinteticamente l’idea di fondo di questa mia omelia: questi
gesti veri di consolazione da parte di Maria dipendono dal coinvolgimento
dell’uomo, dalla sua volontà di collaborazione, la quale, qualora venisse meno,
renderebbe impotente anche Dio, sempre pronto a darci la sua consolazione, che
è legata, però, alla libertà dell’uomo, il quale, se accoglie il messaggio di
Dio consola il fratello, se non lo accoglie, la consolazione diventa illusoria.
Sì, è bello
e commovente ripetere ciò voi reggini amate ripetere nei momenti di sconforto e
di abbandono: solo la Madonna ci è rimasta; ma è altrettanto vero il monito che
sabato ho pronunziato in nome di Maria: ci siete anche voi; e ciò non va
dimenticato. E’ attraverso questa presenza dell’uomo e della sua libertà che
passa l’azione di Dio nei nostri confronti. Non illudiamoci e non diamo ai
credenti falsi miraggi, perché sarebbe un grave inganno. Ritornano quanto mai
attuali e severe le parole di S. Agostino: chi ti ha creato senza di te, non
ti salva senza di te.
La liturgia
oggi ci fa guardare a Maria attraverso il testo che, letto da Gesù nella
sinagoga di Nazaret, provocò l’autoproclamazione del Messia: oggi si è
adempiuta questa scrittura. Questa autoproclamazione da parte di Gesù non apre
spazi ad illusorie speranze, perché, quando Giovanni manda i suoi discepoli a
chiedergli se lui è il Messia, Gesù risponde, facendo riferimento ancora a
questo e ad altro testo del Profeta, indicando per una verifica della sua
messianicità gesti concreti di liberazione e di consolazione, che egli stava
compiendo: riferite a Giovanni quanto sta accadendo; i ciechi vedono, gli
storpi camminano, ai poveri è annunziato il regno di Dio. Cioè, Gesù fa
riferimento ai suoi miracoli per dire: queste opere sono il segno che i tempi
si sono compiuti ed il messia è già in mezzo a voi. Quindi salvezza non
illusoria, ma realmente iniziata.
Miei cari,
la liturgia, oggi, proponendo il testo di Isaia con il quale Cristo si
autoproclama Messia, ci fa fare lo stesso atto di fede nella Vergine, assurta
per volere del Figlio alla dignità di socia, di collaboratrice con lui nel
mistero della salvezza: Maria si riveste delle vesti di salvezza. Ci salva con
Cristo. Quindi noi possiamo guardare a Lei, come alla creatura che distribuisce
la consolazione e la liberazione di Dio. Ma ella ci coinvolge nella sua
missione di consolare il popolo. Proviamo a capire come.
La Madre
della consolazione è coperta del manto della giustizia. Ecco un primo aspetto
della consolazione, quello fondamentale della giustizia. La Madonna ci dice che
la consolazione dell’uomo passa attraverso il rispetto della giustizia. Quale
consolazione può esserci nel cuore, se la giustizia è violata e calpestata?
Ecco lo spazio dell’uomo che permette a Dio e a Maria di consolare il popolo:
facciamo giustizia dinanzi alla gente. Dio nell’Antico testamento ha sempre
lamentato un culto a lui, fatto di offerte e sacrifici, associato ad imbrogli
nel commercio e nell’amministrazione della giustizia, unito a soprusi e
violenze.
Miei cari
non posso ricordarvi qui gi elementi essenziali della giustizia sociale. Posso
solo ricordare la disperazione e la rabbia della gente per le sperequazioni
sociali, per l’abissale differenza tra stipendi milionari e stipendi di pochi
euri, tra pensioni d’oro e pensioni di fame, tra doppi e tripli incarichi di
lavoro e disoccupazione. Rabbia ingoiata per essere costretti a firmare buste
paghe false, per stipendi non corrisposti a fine mese, per quelle somme non
date da Enti pubblici che stanno costringendo tanti a chiudere le loro attività
produttive. E gli esempi potrebbero continuare. Miei cari, ma di quale
consolazione possiamo parlare dinanzi alla Madonna, se non lottiamo contro
l’ingiustizia e la risolviamo? Dall’altare non possiamo vendere illusioni.
Bisogna correre ai ripari e rimediare: chi deve farlo, lo faccia senza indugio;
soprattutto i cristiani, per coerenza con la propria fede. Sarà un segnale di
rinascita per la città. E questo appello lo rivolgo anche a quelle istituzioni
che in qualunque modo dipendono e vengono ricondotte alla Chiesa: diamo
l’esempio, se deve essere corretta qualcosa da parte nostra, per non ingannare
la gente con discorsi spirituali vuoti e inutili.
L’altro
aspetto della consolazione secondo la prima lettura è quello di fasciare
le piaghe dei cuori spezzati. Siamo cioè invitati alla solidarietà: la
consolazione di Dio passa attraverso la nostra solidarietà. Maria, durante la
sua vita, ha espresso la sua consolazione nel segno della solidarietà: con
Elisabetta, andando ad aiutarla nel momento del parto; a Cana di Galilea,
quando si è preoccupata, senza essere interpellata o sollecitata, a supplicare
Gesù di intervenire miracolosamente; nel Cenacolo, quando ha incoraggiato gli
Apostoli a iniziare la missione di annuncio del Vangelo. In questi tre gesti
compiuti da Maria e riportati dalla Scrittura, vediamo l’identificazione della
consolazione con la solidarietà. Paolo ci ha esortati a consolare gli altri,
con la stessa consolazione con la quale noi siamo stati consolati da Dio.
Tradotto con parole nostre: noi che non abbiamo alcuni problemi dobbiamo
soccorrere quelli che ce l’anno, affinché questi possano percepire che Dio c’è
e li ama. S. Giovanni dice: Dio nessuno mai l’ha visto, se ci amiamo, noi
facciamo esperienza di Dio. E Giovanni approfondisce le parole di Gesù: ebbi
fame e mi avete dato da mangiare ecc. Rivalorizziamo, fino a quando è
possibile, uno dei grandi valori della nostra terra: la cura dell’ammalato e
dell’anziano in casa. E’ un grande gesto di amore lasciarli al calore delle
mura domestiche.
Miei cari, penso
anche in questo momento alla grande opera di consolazione che svolgono tutte
quelle associazioni, ecclesiali o no, che lavorano negli ospedali, nelle
carceri, con i disabili, i poveri, i migranti, gli anziani, le donne
violentate, le ragazze madri, i drogati, i barboni. Siate benedetti tutti da
Dio; voi siete il sorriso della Vergine, la sua consolazione vera. Voglia Dio
che cresca sempre più il numero dei volontari. Permettetemi, però, di bussare
con umiltà alla porta delle istituzioni e chiedere di dare a queste
associazioni, ciò è loro dovuto, perché possano lavorare in tranquillità. Mi
rivolgo poi agli imprenditori, alle banche e a tutti i più fortunati e li
invito ad inserire nei loro bilanci la voce: la consolazione di Maria. E guardo
anche a voi famiglie più fortunate. Le caritas parrocchiali e quella diocesana
stanno scoppiando e non ce la fanno a rispondere a tutti i bisogni; allora vi
invito: adottate una famiglia povera che conoscete e aiutatela in tutti i modi.
La Madonna continuerà a consolare per mezzo vostro.
L’ultima
consolazione indicata dalla prima lettura, alla quale voglio accennare, è la
proclamazione della libertà degli schiavi e la scarcerazione dei prigionieri.
Quali sono le schiavitù della nostra città dalle quali Maria ci deve liberare?
Ognuno di
noi conosce le proprie schiavitù dalle quali si deve liberare attraverso la
confessione e l’esercizio ascetico, che costituisce quella croce che dobbiamo
prendere per seguire il Signore: lottare contro il male che c’è in noi per
convertirci a lui.
Ma ci sono
anche le schiavitù tipiche della nostra società e della nostra città, dalle
quali dobbiamo liberarci tutti e contro le quali dobbiamo lottare in forza
della nostra fede, per testimoniare la presenza liberatrice di Dio, per portare
alla città la consolazione di Maria.
C’è la
schiavitù causata da una impostazione egoistica della vita per cui viene
esasperato il proprio tornaconto a discapito del bene comune. E’ la schiavitù
tipica della nostra società dei consumi, che ci sollecita a costruire la vita
sui nostri interessi, non importa se ciò va a discapito del bene degli altri.
Ci porta allo scollamento delle nostre responsabilità per la vita politica e la
costruzione del bene della collettività. Pensiamo ai tanti che nell’apparato
della vita sociale e politica sono posti a servizio di tutti e in un modo o in
un altro coltivano i propri interessi a danno di tutti, appropriandosi del
denaro pubblico, non prestando il dovuto servizio per il quale sono pagati,
sciupando i beni di tutti. La città non potrà mai rinascere, se non ci
liberiamo dalla schiavitù di questa impostazione di vita basata sull’egoismo,
se non riscopriamo la bellezza della partecipazione, del dialogo politico, del
confronto dialettico, sempre rispettoso del pensiero altrui. Basta con le
contrapposizioni velenose; non più l’uno contro l’altro, ma l’uno con l’altro
per il bene della collettività. Divisi ci si disperde, uniti si va avanti.
Da una
impostazione egoistica nasce la schiavitù dello spaccio della droga,
dell’usura, del gioco: la logica di questi mali è la stessa: vivere felici,
senza lavorare, ma fare soldi alle spalle degli altri. Sono schiavitù dalle
quali la nostra città si deve liberare. E sono schiavitù che, a loro volta,
creano la schiavitù di persone innocenti. Pensate alle conseguenze del gioco e
del consumo della droga sulle famiglie; alla disperazione delle vittima
dell’usura. Agli spacciatori di morte, in particolare, vorrei dire che
nel volto di Maria c’è scolpito il volto di tante madri che piangono vedendo
l’autodistruzione dei figli. Come si può guardare il quadro della Madonna,
baciarlo, gridare viva Maria, e poi essere responsabili delle lacrime di tante
madri in pena per i figli drogati? Come possiamo ancora tollerare che sulle
nostre montagne si coltivi droga? Ma quale coerenza e dignità di credenti è mai
questa? La Vergine Maria voglia benedire quanti lavorano per liberare gli
schiavi di questi mali.
Ma non
possiamo non dedicare un’attenzione tutta particolare alla schiavitù dalla
criminalità organizzata: intimidazioni, tangenti, estorsioni, violenza,
minacce. Povera città nostra, povera Calabria, povero nostro futuro. Anche
contro tali schiavitù bisogna lottare, perché la società se ne liberi. No, non
ci può essere gioia in una società il cui vivere associato è minato da questi
mali. I responsabili vadano davanti al quadro della Madonna e facciano il loro
esame di coscienza; si inginocchino e ritornino sui loro passi, ritornino al
loro battesimo, loro che lo hanno profanato quando hanno ricevuto il battesimo
dell’aggregazione criminale.
La Madonna
ci consolerà e ci aiuterà a sconfiggere la criminalità organizzata, se noi
lotteremo contro di essa. E la prima arma è la denuncia. Fratelli, denunciate
ogni atto di prevaricazione o di intimidazione, ogni tentativo di estorsione o
di minaccia. Abbiate il coraggio. La paura lega la nostra libertà e la nostra
gioia di vivere. Tiriamoci fuori da ogni compromesso, anche se piccolo, con la
criminalità organizzata, in nome della nostra fede e della nostra dignità di
cittadini. I vantaggi economici che possiamo trarre dalla commistione con il
crimine, non saranno mai fonte di gioia e di serenità, perché su di essi pesa
la giusta repressione dello Stato.
Carissimi,
facciamo di questa celebrazione annuale in onore della Madonna della
consolazione un impegno di vita. Reggio ogni anno faccia il suo esame di
coscienza dinanzi a questa immagine, tenendo in mano il vangelo delle
beatitudini che abbiamo letto. Scopra ogni anno che, se non c’è l’impegno,
personale di ciascun credente e collettivo della comunità cristiana, parlare di
consolazione di Maria è inutile.
Concludo,
pertanto, consegnandovi come impegno di vita le parole di Paolo, ascoltate
nella seconda lettura: Dio, Padre di ogni consolazione, ci consola in ogni
nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si
trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo
consolati noi stessi da Dio.
+
p. Giuseppe

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