di ALDO VARANO - UNO. Il secondo memoriale di Antonino Lo Giudice ha avuto l'effetto di una scossa. Il procuratore De Raho ha tranquillizzato tutti facendo intendere che niente di quel che appare è scontato e che ci saranno tutti i riscontri necessari. Il suo piano di lavoro: "E' tutto da approfondire" è un'assicurazione preziosa. Tutti intuiscono che fin quando questa vicenda non sarà illuminata per intero sarà impossibile riconciliare cittadini e istituzioni, magistratura compresa, per costruire assieme serenità, legalità, trasparenza.
DUE. Dopo l'invio del secondo memoriale di Lo Giudice si stanno accumulando domande depistanti e sbagliate. Ci si chiede: Lo Giudice ha detto la verità prima di sparire o la sta dicendo ora? E ancora: è credibile o inaffidabile?
Domande sbagliate perché presumono che i "pentiti" siano il frutto di coscienze in crisi. Sono invece criminali che propongono allo Stato un do ut des, scambiano informazioni in loro possesso (con le quali lo Stato può meglio combattere il crimine) con la riduzione delle loro condanne. Non dicono verità o bugie, né sono credibili o inaffidabili: rivelano fatti. I magistrati li debbono verificare indipendentemente dalle loro parole. La domanda giusta, quindi, è: alla verifica le rivelazioni hanno retto o no? Ciò che regge è verità, quel che non regge è infondato. Lo Stato, fin quando ritiene vi sia una condizione d'emergenza (che non può essere eterna), deve cogliere tutte le opportunità per meglio combattere il crimine: in modo laico e disincantato, tenendosi lontano dalle tentazioni eticistiche che affascinano giornalisti e opinione pubblica. Potrebbe lo Stato, di fronte a un pentito che dice tre cose vere (verificabili) e tre false (non verificabili) e tenta due truffe (cose che sa essere false) rinunciare a perseguire le tre vere (cioè verificate) lasciando impuniti tre crimini? Certo che no!
TRE. Torniamo a Lo Giudice. Il secondo memoriale, fino ad ora, chiude una sola vicenda: il caso Cisterna. Lo Giudice dice il vero quando rivela di averlo accusato sapendolo innocente. Ma che le cose stiano così non lo garantisce Lo Giudice, ma un magistrato che dopo avere scandagliato le accuse contro Cisterna ha stabilito la loro infondatezza. Mi riferisco ai due anni d'indagine della Pm Beatrice Ronchi. Se dopo due anni di lavoro serrato un magistrato (che ha avuto con Cisterna scontri durissimi come quello durante l'interrogatorio di Cisterna) dopo aver frugato tra accuse e prove, tra conti economici e vita privata dell'ex vice di Grasso, chiede il proscioglimento dalle accuse del Nano che prefiguravano una corruzione giudiziaria, arrivando alla conclusione che non valga neanche la pena fare il processo, e se un Gip trova fondate le conclusioni della dottoressa Ronchi, diventa credibile – giuridicamente certo - che le accuse del Nano fossero false.
Cisterna non deve nulla alle ritrattazioni di Lo Giudice. La sua innocenza viene garantita da un Pm e da un Gip che ha giudicato il lavoro di quel del Pm quando le accuse di Lo Giudice erano ancora in piedi e mai smentite. Si può dire che Lo Giudice, nei suoi memoriali, prende atto delle conclusioni della Ronchi e del Gip riconoscendole vere, si giustifica accampando di essere stato costretto, chiede scusa e perdono.
Questo non significa sposare le motivazioni di Lo Giudice che ora accusa spietatamente i magistrati che gli hanno dato credito e fiducia di averlo costretto ad accusare Cisterna. Intanto, bisognerà verificare se è vero o no che ha subito pressioni per accusarlo. Inoltre, non si può escludere che il Nano abbia fantasiosamente immaginato che i magistrati volessero la testa del loro collega e che lui, per averne vantaggi, abbia deciso di consegnarla. E' un terreno minato che va esplorato ed indagato con lucidità e correttezza professionale per diradare perplessità e disagi che continuano a inquietare una parte molto larga l'opinione pubblica reggina, e non solo. Certo, qualcosa non ha funzionato.
QUATTRO. Diverse e irrisolte, più corretto sarebbe dire sospese, appaiono ancora le altre questioni dei memoriali. Il punto nero restano le bombe alla Procura e Di Landro e il bazooka contro Pignatone. L'ex pentito si tira fuori dalle le bombe con un alibi che chiama in causa tre testimoni. Se verificato o smentito avremmo finalmente un punto fermo. Ma al di là di questo il mistero resta: Lo Giudice continua a non dire perché si è autoaccusato, senza che nessuno glielo avesse chiesto e senza alcuna apparente ragione, di bombe e bazooka. Ha altre sorprese in serbo su questi punti dirimenti? Gli investigatori sembravano convinti di aver già individuato i responsabili quando lui piombò con uno squillante "sono stato io". Perché? Spinto e/o costretto da chi?

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