Taurianova (Reggio Calabria) 31/08/2013 - “La
ndrangheta davanti all’altare”. Le conversazioni sulla ndrangheta davanti al Duomo di Taurianova, città sciolta per infiltrazioni mafiose.
Ecco la location significativamente prescelta per trattare un tema così spinoso ma altrettanto terribilmente attuale come quello della
ndrangheta in rapporto alla Chiesa, od alle Chiese particolari, che - inutile negarlo – ha vissuto e vive talora di luci ed ombre. Paola
Bottero, Alessandro Russo, Romina Arena, Francesca Chirico autori assieme a Cristina Riso del libro “La ndrangheta davanti all’altare” con
i contributi del procuratore di Palmi, dott. Giuseppe Creazzo e del referente di Libera per la Piana di Gioia Tauro, don Demasi, hanno
conversato di questo rapporto insano e fuorviante che ha visto connettersi due mondi antitetici quanto complessi per via del loro
“carisma”.
L’una, la Chiesa, custode della fede cristiana si è, a volte, innegabilmente quanto inspiegabilmente, mescolata alla ndrangheta, custode delle regole arcaiche e violente della criminalità e del malaffare. «Un discorso molto complicato e ostile, di cui spesso non si vuol sentir parlare – ha detto la Bottero - ma che invece si deve trattare per scacciare la deriva dell’indifferenza che è ciò che non fa funzionare le cose». E dunque, nel vivo del tema si è stati introdotti proprio da un sacerdote, don Demasi, che in una narrazione storico- sociologica ha cercato di spiegare i motivi atavici che hanno potuto legare le due istituzioni. «La Chiesa ha avuto tanti Frà Cristofaro ma anche tanti don Abbondio – ha esordito Demasi – che hanno sottolineato la fragilità di alcuni comportamenti ambigui e persino complici e, non c’è dubbio, che sotto questo aspetto è entrata in crisi. S’è trattato d’una commistione tra sacro e profano che ha permesso a ciascuno di crearsi il proprio personale Dio e che ha consentito una certa legittimazione della ndrangheta a scapito della credibilità della Chiesa. Ma ora la Chiesa sta reagendo, per colmare ritardi ed omissioni e per cercare di essere più chiara e trasparente».
A raccontare come le due realtà si sono concretamente incrociate ci ha pensato il procuratore di Palmi Creazzo. «La ndrangheta e la Chiesa sono due organizzazioni che operano entrambe sul territorio. Ecco spiegata la possibilità del loro incontro. E, anche se la Chiesa ha condannato la ndrangheta nei documenti ufficiali, è pure vero che questi dettami non sono sempre stati rispettati e non tutte le azioni pastorali sono state conseguenziali. Abbiamo riscontrato fenomeni di tolleranza dei comportamenti mafiosi da parte di uomini di Chiesa che ne hanno consentito e favorito addirittura l’ostentazione pubblica. Ebbene, ogni volta che un prete si genuflette davanti ad un mafioso rinnega il Dio degli ultimi». Romina Arena, Francesca Chirico ed Alessandro Russo hanno poi spiegato alcuni “comandamenti” rapportandoli agli atteggiamenti mafiosi. «Abbiamo cercato – ha spiegato Paola Bottero – un filo logico per raccontare il rapporto Chiesa-ndrangheta servendoci dei dieci comandamenti, integrandoli con le storie vere di cui ci siamo occupati».
«C’è un legame fortissimo tra la comunità e la propria festa patronale che – ha affermato la Arena - è il momento propizio agli ndranghetisti per manifestarsi pubblicamente» mentre Francesca Chirico ha voluto trattare dell’uccisione di due sacerdoti, don Giovinazzo e don Esposito, per spiegare concretamente la collusione tra le due entità cha ha rappresentato un esempio «dell’abbraccio violento della ndrangheta nei confronti dell’altare. Perché è giusto sapere che le storie su Polsi non solo leggende». «Talvolta mi viene il dubbio che Dio possa essere un Giano bifronte se si occupa contemporaneamente dell’uomo comune e dell’uomo di mafia – ha sottolineato Russo – sebbene la Chiesa, nelle nostre realtà, rappresenti l’unico avamposto a salvaguardia dei giovani ed è fondamentale che non si volti dall’altra parte».
In chiusura, ancora la Arena ha voluto ricordare «il desiderio di potere della ndrangheta che si manifesta anche a seconda di quanti beni si possiedano» e la Chirico che ha voluto onorare la figura di don Italo Calabrò che confermava paradossalmente che «se ci sono uomini che non sono uomini questi sono proprio gli ndranghetisti» ricordando con le sue parole che «nel coraggio dei suo pastori la gente ritrova il suo coraggio».
Le conclusioni sono state affidate alle parole del dott. Creazzo e don Demasi. Il primo chiosando, alla presenza dell’on. Angela Napoli, che «c’è un gran bisogno di riflettere su un tema molto sentito come questo» ed il secondo affermando, di fronte al vescovo mons. Francesco Milito, che «don Italo ci ha insegnato ad andare all’attacco. La nostra diocesi sta cercando di mandare segnali positivi e di aprire strade sulla logica del cambiamento e del riscatto per l’educazione delle coscienze». Un buon libro dalla mission importante ed una bella iniziativa formativa quella allestita da Annamaria Cordopatri e dall’associazione “Il Domani onlus”, entrambi modelli terapeutici per sensibilizzare soprattutto le coscienze, che avrebbe meritato maggiore attenzione, certamente molto più di altre frivolezze voluttuarie che costellano tante nostre serate estive, la cui doppia suggestiva location tematica (fronte Duomo e Comune sciolto per infiltrazioni mafiose) avrebbero ben suggerito una più copiosa partecipazione. Soprattutto da parte della società civile - che necessita continuamene d’irrobustirsi con questi anticorpi culturali - e dell’esempio (assente) di alcuni dei suoi rappresentanti istituzionali.
Giuseppe Campisi
L’una, la Chiesa, custode della fede cristiana si è, a volte, innegabilmente quanto inspiegabilmente, mescolata alla ndrangheta, custode delle regole arcaiche e violente della criminalità e del malaffare. «Un discorso molto complicato e ostile, di cui spesso non si vuol sentir parlare – ha detto la Bottero - ma che invece si deve trattare per scacciare la deriva dell’indifferenza che è ciò che non fa funzionare le cose». E dunque, nel vivo del tema si è stati introdotti proprio da un sacerdote, don Demasi, che in una narrazione storico- sociologica ha cercato di spiegare i motivi atavici che hanno potuto legare le due istituzioni. «La Chiesa ha avuto tanti Frà Cristofaro ma anche tanti don Abbondio – ha esordito Demasi – che hanno sottolineato la fragilità di alcuni comportamenti ambigui e persino complici e, non c’è dubbio, che sotto questo aspetto è entrata in crisi. S’è trattato d’una commistione tra sacro e profano che ha permesso a ciascuno di crearsi il proprio personale Dio e che ha consentito una certa legittimazione della ndrangheta a scapito della credibilità della Chiesa. Ma ora la Chiesa sta reagendo, per colmare ritardi ed omissioni e per cercare di essere più chiara e trasparente».
A raccontare come le due realtà si sono concretamente incrociate ci ha pensato il procuratore di Palmi Creazzo. «La ndrangheta e la Chiesa sono due organizzazioni che operano entrambe sul territorio. Ecco spiegata la possibilità del loro incontro. E, anche se la Chiesa ha condannato la ndrangheta nei documenti ufficiali, è pure vero che questi dettami non sono sempre stati rispettati e non tutte le azioni pastorali sono state conseguenziali. Abbiamo riscontrato fenomeni di tolleranza dei comportamenti mafiosi da parte di uomini di Chiesa che ne hanno consentito e favorito addirittura l’ostentazione pubblica. Ebbene, ogni volta che un prete si genuflette davanti ad un mafioso rinnega il Dio degli ultimi». Romina Arena, Francesca Chirico ed Alessandro Russo hanno poi spiegato alcuni “comandamenti” rapportandoli agli atteggiamenti mafiosi. «Abbiamo cercato – ha spiegato Paola Bottero – un filo logico per raccontare il rapporto Chiesa-ndrangheta servendoci dei dieci comandamenti, integrandoli con le storie vere di cui ci siamo occupati».
«C’è un legame fortissimo tra la comunità e la propria festa patronale che – ha affermato la Arena - è il momento propizio agli ndranghetisti per manifestarsi pubblicamente» mentre Francesca Chirico ha voluto trattare dell’uccisione di due sacerdoti, don Giovinazzo e don Esposito, per spiegare concretamente la collusione tra le due entità cha ha rappresentato un esempio «dell’abbraccio violento della ndrangheta nei confronti dell’altare. Perché è giusto sapere che le storie su Polsi non solo leggende». «Talvolta mi viene il dubbio che Dio possa essere un Giano bifronte se si occupa contemporaneamente dell’uomo comune e dell’uomo di mafia – ha sottolineato Russo – sebbene la Chiesa, nelle nostre realtà, rappresenti l’unico avamposto a salvaguardia dei giovani ed è fondamentale che non si volti dall’altra parte».
In chiusura, ancora la Arena ha voluto ricordare «il desiderio di potere della ndrangheta che si manifesta anche a seconda di quanti beni si possiedano» e la Chirico che ha voluto onorare la figura di don Italo Calabrò che confermava paradossalmente che «se ci sono uomini che non sono uomini questi sono proprio gli ndranghetisti» ricordando con le sue parole che «nel coraggio dei suo pastori la gente ritrova il suo coraggio».
Le conclusioni sono state affidate alle parole del dott. Creazzo e don Demasi. Il primo chiosando, alla presenza dell’on. Angela Napoli, che «c’è un gran bisogno di riflettere su un tema molto sentito come questo» ed il secondo affermando, di fronte al vescovo mons. Francesco Milito, che «don Italo ci ha insegnato ad andare all’attacco. La nostra diocesi sta cercando di mandare segnali positivi e di aprire strade sulla logica del cambiamento e del riscatto per l’educazione delle coscienze». Un buon libro dalla mission importante ed una bella iniziativa formativa quella allestita da Annamaria Cordopatri e dall’associazione “Il Domani onlus”, entrambi modelli terapeutici per sensibilizzare soprattutto le coscienze, che avrebbe meritato maggiore attenzione, certamente molto più di altre frivolezze voluttuarie che costellano tante nostre serate estive, la cui doppia suggestiva location tematica (fronte Duomo e Comune sciolto per infiltrazioni mafiose) avrebbero ben suggerito una più copiosa partecipazione. Soprattutto da parte della società civile - che necessita continuamene d’irrobustirsi con questi anticorpi culturali - e dell’esempio (assente) di alcuni dei suoi rappresentanti istituzionali.
Giuseppe Campisi

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