Se aspettandoti con il tuo caffé
ricordo il tuo passo lento e la tua pazienza nel silenzio
di Pierfranco Bruni
Se a scriverti dalla mia notte bastasse una consolazione tutto il tempo misurato dal giorno in cui piantasti l'orchidea al giorno in cui sei andato via non si sarebbe consumato in una frammentazione di solitudini tra il sorgere dell'alba e la notte successiva.
È un vivere quotidiano la tua assenza, ma le voci che ascolto non sono semplicemente echi. Mi camminano dentro e non sono nostalgia. Diventano memoria e il peso della memoria resta come cifra degli anni e mi porti, tu, in un viaggio che non c'è più. Ti avverto non solo quando il silenzio mi chiama e vuole dialogare con i miei pensieri. Ti avverto come se fossi una presenza, oltre qualsiasi assenza, tra le parole che ho smesso di dirti e i tuoi sguardi che non hai mai smesso di dedicarmi.
Ancora di più oggi.
Mi hai raccontato, in un nostro appuntamento non lontano, delle tue corse in bicicletta nei tocchi del tempo inarrestabile e di quel tempo ho ritrovato alcune foto che ti ritraggono nella tua giovinezza.
Non sei stato un esempio. Sei stato un riferimento.
Quando la mia vita tocca ormai la mia età non si ha più bisogno di esempi e tanto meno di riferimenti ma tu continui ad essere il mio punto certo. Non ti parlo come se non ci fossi più. Ma è come se io dovessi ritornare per le mie solite abitudini in un paese che ho abbandonato nelle epoche distanti e in una casa dove c'è tutto di noi.
È vero, sei l'uomo che parlava con le tartarughe. Ogni mattina, nelle stagioni delle piogge o del sole, osservavi le lune sul camminamento paziente delle tartarughe.
Conoscevi il valore della pazienza. Non ti turbava la mia inquietudine. Ma mi chiedevi spesso perché i miei occhi non avevano più la luce degli anni antichi. Mi chiedevi perché le mie pause con te non avevano più la durata che tu ti aspettavi. Mi sei attraversato accanto, nelle ultime lune, come si attraversa una parete di specchi senza aver preso consapevolezza degli specchi.
Ti bastava starmi vicino nella necessità di una parola e di un incontro a sorpresa e mi porgevi il tuo caffé. Quel tuo caffé che hai chiesto anche nella tua ultima notte. In quella notte che si stringeva all'alba. Ed io non c'ero.
Cosa dovrei dimenticare? Cosa dovrei portare sempre nel mio cammino? Anche la polvere che invade le carte che hai lasciato nelle stanze che tu abitavi porta il tuo richiamo. Mi sono tante volte ripromesso di aprire le porte, le finestre, fare entrare il vento del giardino tra gli spifferi e gli intagli della casa dalla palma che sventola i suoi secoli, ma rivisito, soltanto, i tuoi cassetti e rivedo il tuo ordine ben definito. In questo siamo completamente diversi. Io non ho mai avuto ordine. Il mio disordine conquista sempre più tutto il mio essere. Per te era inconcepibile.
Tu amavi l'ordine, la disciplina, le regole. Io, forse solo in questo, non ti somiglio. Sono disordinato. Indisciplinato. Non ho regole. Rimango il ribelle che tu non sei riuscito ad educare. Perché sono un uomo rivolta.
Sei stato tu a portarmi, un giorno ritornando da Cosenza, tre libri. Di questi te ne avevo chiesto soltanto uno e avevo scritto il titolo su un foglietto. Ma gli altri due perché? Mi hai detto che erano in vetrina e i loro titoli facevano scena. Il primo, da me richiesto, era un libro di Cesare Pavese, ovvero "Dialoghi con Leucò". Mi avevi portato un'edizione rara, cartonata in rosso, molto elegante. L'eleganza era nel tuo cammino. È sempre tra i miei libri nello scaffale delle mie eredità culturali. Ma gli altri due? "Al di là del bene e del male" e "L'uomo in rivolta". In un sacchetto della libreria Domus.
Mi hai detto: "E' come se questi altri due libri mi fossero venuti incontro. Li ho visti in vetrina tra tanti, ma l'occhio mi è caduto leggendo i titoli e poi mi sono piaciuti i colori. Vedi questo giallino della copertina che rappresenta il bene e il male. L'altro è un verde sparato che dimostra la rivolta come speranza. Sono stato a pensare davanti a questi due libri e mi sono chiesto: forse il bene e il male hanno bisogno di una rivolta. Ecco perché non avevo la possibilità di scegliere. O tutti e due o nessuno dei due. Meglio entrambi".
Ha sorriso con il suo riso appena accennato e poi: "Vedi tu. Non so se ho fatto bene o male".
L'ho guardato con tanta tenerezza. Aveva già capito tutto di me e aveva disegnato nel suo cuore una profezia: mi aveva indicato la strada che avrei percorso. Da Pavese, che è stata una mia scelta nel chiedergli di comprarmi il libro della mia vita, a Nietszche e dal tragico del vivere al vivere in rivolta di Camus. Può sembrare un fatto poco credibile. Ma è la realtà.
Io, allora, frequentavo il primo liceo, di pomeriggio. E non studiavo mai i percorsi dei programmi ma altri libri. Sempre altri libri, altri autori, altri studi hanno accompagnato e spaginato il mio percorso scolastico irregolare. Non ho mai studiato su una antologia scolastica. Dico mai. Non ho mai studiato, dopo aver letto appena alcune pagine, sul Salinari e Ricci, in letteratura, e sul Villari in storia. Il mio essere ribelle era anche in questo.
Sono stato la "disperazione" dei docenti, oltre che di mia madre e mio padre, nel curriculum scolastico come si dice in termini pedagogici. Soprattutto dei docenti di italiano e di storia e filosofia.
Mi chiedete ora perché non ho grande stima dei docenti antologizzati che parlavano e continuano a parlare con il libro stampato nella testa? La mia esperienza, il rapporto pessimo con i miei docenti di allora, la loro incapacità a leggere oltre il testo scolastico, il loro modo di porgere sempre in linea con il conformismo. Io anticonformista e ribelle. Mi hanno salvato due docenti di un anticonformismo intelligente e ribelli come me.
Una bellissima Eva Kant che mi ha insegnato a leggere la poesia e la letteratura con la vita e con l'amore. Un affascinante Diabolik che interpretava la storia con l'ideologia dell'antiideologia. Due persone coraggiose che provenivano dalla cultura vera, e non dalla scuola milaniana, in un Liceo di incolti nel rapportarsi con la vita. Ed erano gli anni Settanta, la prima metà degli anni settanta.
Ebbene sì. Dalla mia notte tiro fuori ricordi, e tu, padre mio, involontariamente, ma avevi capito già tutto e il mio senso di ribellione pur non condividendolo lo assecondavi, hai segnato con quei due libri un mio viaggio che è continuato e mi accompagna e va avanti, tanto che ancora non ho scritto il mio libro, da anni gli appunti affollano la mia scrivania, su Camus.
Può sembrare una mia finzione. Ma non è così. Chi penserà che sia una invenzione si faccia una lavata di mano nell'acqua di Pilato, tanto gli altri so che ci sono ma sono da me distanti: né amici né avversari.
Non smetto di cercare di dialogare con te. Come eredità mi hai lasciato una vita. La tua casa che hai abitato non è soltanto uno spazio con delle mura. È una vita. Il tuo giardino non è soltanto lo splendore e l'esplosione dei colori che sono stati. È l'insegnamento di uno stile: bisogna coltivare sempre la pazienza.
Ma non voglio perdermi nei ricordi. Bisognerebbe ordinarli e tu sai che io non ho la preparazione giusta, anche alla mia età, che possa condurmi verso l'ordine. Per questo, forse, ti parlo a frammenti, giocando con il mosaico del tempo remoto, del tempo passato, del tempo presente. Già, c'è sempre un presente che cammina nelle mie giornate e tu sei nel mio presente.
Mi prendi per mano quando comprendi che nella mia ribellione si possa affacciare un angolo di rancore, di risentimento. Mi allontani subito. Mi prendi per mano quando pensi che io possa essere attraversato dall'impazienza. Mi suggerisce un'idea per scrivere e dedicarmi all'impossibile, a volte. Mi prendi per mano quando in alcune sere mi scende la tristezza e sposti il mio sguardo lungo le vie del mare.
Ti ricordi i miei pianti quando nei due mesi dell'estate ci portavi al mare e tu venivi a trovarci soltanto sabato e la domenica sera andavi via con il treno prima e con la 1100 D. rossa dopo? I miei pianti nel salutarmi? È un'immagine che mi ritorna.
Non sei stato un esempio. Sei stato un riferimento.
Oggi sei la mia assenza di giorno in giorno. E ogni giorno di più catturo il vuoto. Quel vuoto che è sempre al di là del bene e del male. Quel vuoto che scava anche nei ragazzi terribili (Cocteau) e negli uomini in rivolta. Ma non vorrei riavvolgere il nastro. Credimi. Non cambierei in nulla. Tu mi hai insegnato che in ogni azione fatta non deve esserci ripensamento e tanto meno risentimento. Bisogna sempre saper aspettare.
"Hanno fatto la Repubblica", mi ripetevi dopo l'uccisione di Moro. Eravamo già grandi entrambi. "E hanno inventato anche i politici che ci hanno governato. Questa dovrebbe essere la nostra Repubblica?". Cosa c'entrava questo? Chissà cosa avresti detto oggi? Cosa c'entra questo nel nostro discorrere? I frammenti formano il mosaico. Giusto. Dimenticavo.
Osservo alcune tue foto. Avevi vent'anni.
L'altra sera mi sono addormentato sulla poltrona e ho dormito lì sino alle quattro del mattino. L'ora che abitualmente mi sveglio. Ma le quattro del mattino ti dicono qualcosa? Da quando non ci sei più è l'ora del mio risveglio. Io lo so perché. Tu lo sai perché. Versandomi il caffé mia figlia mi ha sussurrato: "Ieri sera sulla poltrona mentre dormivi mi sei tanto somigliato al nonno quando si addormentava nei pomeriggi estivi sulla poltrona del giardino. Avevi la stessa sua espressione. Anche la testa ti dondolava sulla destra come dondolava al nonno quando per non farlo cadere poggiavamo una sedia al fianco della poltrona. Anche le mani somigliano alle sue mani…".
L'ho fermata, guardandola negli occhi, con calma cercando di cambiare discorso e lei mi ha sorriso.
La notte si è consegnata al giorno. Le mie parole hanno la lentezza dei riposi.
Io sempre aspetto che tu interrompa il mio sonno, il sonno breve, per suggerirmi di non dimenticare mai la via della pazienza.
Ti aspetto! Con il profumo del tuo caffé e con il passo lento, mentre ti avvicini per porgermi la tazzina con i biscotti. Nel silenzio della tua pazienza.
Pierfranco Bruni
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