Nella tarda serata di ieri, a
conclusione di un’articolata attività investigativa coordinata dalla Direzione
Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria nella persona del Procuratore Capo
Federico CAFIERO DE RAHO e del Sostituto Procuratore dr. Giuseppe LOMBARDO, personale
della Squadra Mobile di Reggio Calabria, nel corso di mirati servizi di osservazione
e pedinamento effettuati con motocicli in dotazione all’ufficio, sorprendeva il
boss latitante LABATE Pietro a bordo
di uno scooter al margine del
quartiere Gebbione, evidentemente
mentre si recava o stava rientrando da un incontro con affiliati alla cosca di
‘ndrangheta che porta il suo nome.
Al momento del fermo, il LABATE tentava
di darsi alla fuga, ma gli agenti della Squadra Mobile non gli lasciavano
alcuna via di scampo e lo immobilizzavano e ammanettavano immediatamente.
LABATE Pietro, recentemente inserito
nell’elenco dei latitanti pericolosi
stilato dal Ministero dell’Interno, è il capo carismatico dell’omonima cosca di
‘ndrangheta intesa anche, con
espressione locale, “i ti mangiu”,
egemone nei quartieri che si sviluppano nella zona sud della città di Reggio
Calabria, denominati “Gebbione e Sbarre”
ed era latitante dal mese di aprile 2011, quando era riuscito a sottrarsi all’esecuzione
dell’ordinanza N.5454/08 RGNR DDA, n.4871/09 RGIP DDA e N. 29/2011 CC DDA,
emessa in data 13 aprile 2011 dal GIP presso il Tribunale di Reggio Calabria, nel
corso dell’operazione di polizia passata alle cronache con il nome “Archi”, nell’ambito della quale erano
stati tratti in arresto dalla Squadra Mobile capi e gregari delle cosche TEGANO e LABATE.
Durante la seconda guerra di mafia esplosa
in città dal 1985 ai primi anni ’90 e che aveva fatto registrare quasi 1000
morti fra gli schieramenti in lotta, ovvero le famiglie DE STEFANO, TEGANO e
LIBRI da un lato e CONDELLO, IMERTI e FONTANA dall’altro, quella dei LABATE era
rimasta neutrale e le zone in cui essi esercitavano la loro influenza criminale
venivano da tutti i belligeranti
considerate “zona franca”.
Ciò era dovuto alla riconosciuta autorità
del capo cosca e alla coesione della
consorteria.
Siffatta neutralità aveva consentito
alla cosca LABATE di gestire al meglio i propri affari illeciti penetrando nel
tessuto economico e sociale della anzidetta area della città di Reggio Calabria
all’interno della quale riusciva ad imporre, ponendo in essere molteplici atti
intimidatori, la propria egemonia finalizzata alla realizzazione degli
interessi imprenditoriali rientranti nelle finalità del sodalizio mafioso.
L’esistenza della cosca LABATE è
documentata, già a decorrere dagli inizi degli anni 1990, da una serie di atti
giudiziari, fra i quali merita di essere menzionata la storica sentenza del Processo Olimpia.
Operazioni
di polizia
effettuate in tempi più recenti da questa Squadra Mobile come ad esempio l’operazione
Gebbione e Archi, hanno avuto il merito di portare alla luce le capacità di
gestione e controllo della cosca LABATE di attività economiche preesistenti,
nonché di attività nuove attraverso l’utilizzo di proventi illeciti derivanti
da estorsioni e dall’imposizione di forniture di beni e servizi da parte di
imprese controllate da propri affiliati, nonché infine il potere di influenzare
le scelte finanziarie di aziende di rilevanza nazionale come le Officine
O.M.E.C.A. di Reggio Calabria, anche attraverso
l’assunzione di personale gradito alla cosca.
Oltre a tali forme di penetrazione e controllo
dei circuiti dell’economia locale, per come rilevato, in particolare, dalla
richiamata operazione Gebbione, la
cosca LABATE, poneva in essere, mediante l’apporto dei propri affiliati, una
moltitudine di atti intimidatori soprattutto in danno di imprenditori, consistenti
in danneggiamenti, incendi ed esplosioni di colpi d’arma da fuoco, al doppio fine
di assoggettare il ceto imprenditoriale locale al pagamento dell’estorsione e
riaffermare il dominio sul territorio.
L’operazione di
polizia denominata Gebbione (Ordinanza di Custodia Cautelare in
Carcere nr. 4358/04 R.G.N.R.-D.D.A., R.G.N.R.-D.D.A. 1089/05 R.G. G.I.P. D.D.A.
nr. 35/07 REG. C.C. emessa in data 11.07.2007 dal G.I.P. presso il Tribunale di
Reggio Calabria, su richiesta della locale Direzione Distrettuale Antimafia), aveva portato alla sbarra, come detto, capi e gregari dell’anzidetta
consorteria criminale, accusati a vario titolo di associazione mafiosa,
estorsione ed altri reati-fine, tra
i quali figuravano anche i più stretti congiunti di LABATE Pietro classe 1951.
Con la più recente operazione di polizia denominata Archi, dell’aprile 2011, questa Squadra Mobile, anche a seguito
delle dichiarazioni rese dal collaboratore di Giustizia Roberto MOIO, denunciava alcuni elementi di spicco della cosca LABATE,
già colpiti con l’Operazione Gebbione,
ovvero LABATE Pietro classe 1951, boss latitante fino alla serata di ieri e suo
fratello Francesco Salvatore classe 1966, attualmente detenuto, nonché alcuni
affiliati all’indicato clan di ‘ndrangheta
tra cui CACCAMO Giovanni nato a Reggio Calabria il 14.09.1975, inteso “Giò Giò”, già colpito dal Provv. N.
4358/2004 “Operazione Gebbione” e CANDIDO Silvio Giuseppe nato a Reggio
Calabria (RC) l’11.10.1950, in atto recluso presso il carcere di Reggio
Calabria, ritenuto l’uomo di fiducia dei LABATE all’interno della ditta NEW
LABOR di Reggio Calabria.


Al fine di inquadrare il ruolo del
latitante Pietro LABATE all’interno della ‘ndrangheta,
si ritiene opportuno riportare (per estratto) i capi di imputazione a lui
ascritti nell’ambito della citata operazione
Archi.
LABATE Pietro, LABATE
Francesco Salvatore, CANDIDO Silvio Giuseppe e CACCAMO Giovanni
a.
del delitto
p. e p. dagli artt. 112, comma 1, n. 1, 416bis, comma 1, 2, 3, 4, 5, 6 ed 8,
c.p. perché, rivestendo i ruoli di seguito meglio specificati, fanno
stabilmente parte della struttura organizzativa dell’associazione di tipo
mafioso ed armata - per avere la immediata disponibilità, per il conseguimento
delle finalità dell’associazione, di armi e materie esplodenti anche occultate,
tenute in luogo di deposito o legalmente detenute - denominata “’ndrangheta”,
presente ed operante sul territorio della provincia
di Reggio Calabria, sul territorio nazionale ed all’estero, costituita da molte
decine di locali, articolata in tre mandamenti e con organo di vertice
denominato “Provincia” ed in particolare della sua articolazione
territoriale denominata “cosca LABATE” prevalentemente operante nel locale di Gebbione di Reggio Calabria,
della cui forza di intimidazione, derivante dal
vincolo associativo, e della rilevante condizione di assoggettamento e di
omertà che deriva dall’esistenza ed operatività della organizzazione criminale
prima indicata si avvalgono per:
-
commettere una
serie indeterminata di delitti, tra i quali numerosi posti in essere contro la
persona, il patrimonio e la Pubblica
Amministrazione ;
-
acquisire
direttamente o per interposta persona fisica o giuridica la gestione o,
comunque, il controllo di attività economiche (finanziate in tutto o in parte
con il prezzo, il prodotto o il profitto di delitti), di concessioni, di
autorizzazioni, appalti e servizi pubblici;
-
realizzare
profitti o vantaggi ingiusti per i sodali, per i concorrenti esterni, per i
contigui o per altri, attraverso la partecipazione diretta alle attività
economiche di interesse e la riscossione di ingenti somme di denaro a titolo di
tangente;
-
impedire od
ostacolare il libero esercizio del voto o procurare voti agli associati, ai
concorrenti esterni, ai contigui o ad altri in occasione di consultazioni
elettorali;
-
gestire,
attraverso il capillare controllo del territorio di competenza, un enorme
bacino di voti da offrire ad esponenti politici compiacenti a seconda degli
accordi stipulati o dei favori accordati, o da accordare, all’associazione nel
suo complesso o a suoi singoli compartecipi;
all’interno della predetta articolazione territoriale
si individuano i seguenti ruoli qualificati:
LABATE Pietro e LABATE
Francesco Salvatore
che rispondono dell’ipotesi delittuosa di cui all’art.
416bis, comma 2, c.p., quale capo il primo, dirigente ed organizzatore il
secondo dell’articolazione territoriale dell’associazione di tipo mafioso ed
armata indicata in premessa;
CANDIDO Silvio Giuseppe e
CACCAMO Giovanni
rivestono il ruolo di indispensabili pedine incaricate
di eseguire gli ordini impartiti e, quindi, di materiali esecutori delle azioni
delittuose poste in essere in esecuzione del condiviso programma criminoso;
in tal contesto svolgono il ruolo di intermediari
circa le specifiche disposizioni impartite dai germani LABATE ai destinatari e
le modalità di ogni singola attività illecita accertata, precipuamente
riferibile al controllo e alla riscossione di ingenti somme di danaro, per un
totale non inferiore a 20.000,00 €, versate, a titolo di tangente, da DIMO Antonio e SORIANI Marco.
In Reggio Calabria, provincia, altre località del
territorio nazionale ed all’estero, fino al 22 marzo 2011, in permanenza;
relativamente alle posizioni di LABATE Pietro, LABATE Francesco Salvatore e
CACCAMO Giovanni dal 15 gennaio 2009 alla data prima indicata;
b.
del delitto p. e
p. dagli artt. 81, comma 2, 110, 629, comma 2, in relazione all’art. 628,
comma 3, nn. 1 e 3, 61, n. 7, c.p. e 7 L . 12 luglio 1991, n. 203 perché, in concorso
tra loro nelle qualità di cui al capo che precede e con persone in corso di
identificazione, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, poste
in essere anche in tempi diversi ed in violazione della medesima disposizione
di legge,mediante le condotte minacciose e violente di cui al capo b) della
rubrica, promananti dalla spendita della loro appartenenza all’associazione di
tipo mafioso ed armata presente ed operante in prevalenza sul territorio
nazionale denominata “’ndrangheta” ed in particolare della sua articolazione
territoriale denominata “cosca LABATE” prevalentemente operante nel locale di Gebbione di Reggio Calabria,
da ritenere idonee ad incutere timore ed a coartare la volontà del soggetto
passivo in relazione a concrete circostanze oggettive, quali la caratura
criminale e la personalità sopraffattrice degli esecutori, le circostanze
ambientali in cui i predetti operano, l’ingiustizia della pretesa, le
particolari condizioni soggettive delle vittime - operatori imprenditoriali
provenienti da fuori regione - caratterizzate dalla immanente preoccupazione di
evitare ben più gravi pregiudizi,costringendo DIMO Antonio e SORIANI
Marco, quali titolari della ditta denominata “Soc. Coop. New Labor” -
società associata al “consorzio Kalos” - incaricata dalla Società Trenitalia
S.p.A. (in qualità di stazione appaltante) di subentrare nelle attività del
“lotto 13 Calabria”, in forza di contratto d’appalto n. 12787 del 03.07.2008,
riguardante la manutenzione e pulizia dei convogli ferroviari presso la Stazione Centrale
e la c.d. “Platea Lavaggio” di Reggio Calabria, a versare una somma di danaro,
di importo non inferiore a 20.000 euro, a titolo di tangente,
procuravano a
sé o ad altri un ingiusto profitto pari alla somma pretesa con pari danno di rilevante
gravità a carico del soggetto estorto;
condotta posta in essere al fine di agevolare l’attività della cosca di
appartenenza, quale preminente articolazione territoriale della ramificata
organizzazione criminale di tipo mafioso denominata “’ndrangheta” - ed in
particolare della sua articolazione territoriale denominata “cosca LABATE”
prevalentemente operante nel locale di Archi di Reggio Calabria -,
oltre che avvalendosi delle condizioni
previste dall’art. 416bis c.p., atteso il comportamento oggettivamente
idoneo ad esercitare una particolare coartazione psicologica sulle persone in
quanto dotato dei caratteri propri dell'intimidazione derivante
dall’associazione di tipo mafioso ed armata - per avere la immediata
disponibilità, per il conseguimento delle finalità dell’associazione, di armi e
materie esplodenti anche occultate o tenute in luogo di deposito - presente ed
operante in prevalenza sul territorio nazionale prima indicata.
In Reggio Calabria, in data successiva al 26 maggio
2010.
…
(…)…
L’operazione Archi
evidenziava, ancora una volta, la particolare capacità pervasiva e di
infiltrazione della famiglia di ‘ndrangheta dei LABATE nel tessuto
socio-economico della città di Reggio Calabria.
I LABATE,
infatti, oltre a controllare e gestire le attività economiche presenti nella
loro zona di influenza criminale, compivano un ulteriore “salto di qualità”
attraverso la realizzazione di una sinergia criminale con la potente cosca
TEGANO di Archi, con la quale riusciva ad allacciare rapporti finalizzati alla
gestione di comuni affari economico – imprenditoriali.
Ciò vale ad
evidenziare l’accentuato dinamismo del sodalizio criminale in esame nella
gestione degli affari illeciti, sebbene esso sia stato duramente colpito dalle
menzionate Operazioni di Polizia nonché da un provvedimento di Sequestro di
beni mobili di ingente valore, immobili ed attività commerciali, risalente al dicembre
2007 (Decreto n. 95/07 Reg. Mis. Prev. Del 04.12.2007, emesso dal Tribunale di
Reggio Calabria - Sezione Misure di Prevenzione, ex art. 2 bis legge n.
575/1975).
Circa il
profilo criminale del latitante LABATE Pietro, appare opportuno segnalare che
il predetto annovera numerosi e gravi pregiudizi, penali e di polizia.
Nell’aprile del
2011, la Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, nell’ambito del
P.P. 5454/08 R.G.N.R. D.D.A., emetteva nei suoi confronti un provvedimento di
fermo di indiziato di delitto ex art. 384 e segg. c.p.p. per associazione
mafiosa, estorsione ed altro.
In quella
circostanza il LABATE si rendeva
irreperibile dandosi alla latitanza che si protraeva fino alla serata di ieri.
In data 16.07.2012 il GUP presso il Tribunale di Reggio Calabria,
condannava il LABATE Pietro a 20 anni di reclusione nell’ambito dell’operazione
denominata “Archi Astrea”.
Nel corso delle attività investigative esperite durante la notte a
seguito della cattura, veniva individuato nel quartiere Gebbione, al pianterreno di uno stabile multipiano, un appartamento
munito di ogni comfort dove il LABATE
trascorreva la latitanza.
Nel corso della conseguente perquisizione veniva rinvenuto e sequestrato
materiale ritenuto utile per il prosieguo delle indagini.
Proseguono le attività investigative al fine di individuare la rete dei
fiancheggiatori che ha favorito LABATE Pietro durante la latitanza.
Dopo le formalità di rito l’arrestato verrà associato presso la locale
Casa Circondariale a disposizione dell’Autorità Giudiziaria.
Reggio Calabria 13.07.2013

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