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Regione Calabria: una stampa meno libera con la benedizione dell'Ordine dei giornalisti



Una brutta storia sulla pelle dei giornalisti calabresi con l'approvazione del sindacato e dell'Ordine
03/05/2013
  
 

AOSTA. Scrivere questo articolo proprio oggi, Giornata mondiale sulla libertà di stampa, fa aumentare la rabbia e lo sconcerto.
Da alcuni giorni la Regione Calabria ha firmato un protocollo di intesa con il sindacato e l'Ordine dei giornalisti della Calabria che regolamenta l'accesso nella sede della Regione e le modalità di realizzazione delle interviste.
Il protocollo serve ovviamente a blindare i rappresentanti politici regionali calabresi, ma allo stesso tempo mortifica e annichilisce la professionalità di coloro che hanno la vocazione e la passione di informare la gente.
Ho intervistato il direttore di uno dei quotidiani on line calabresi, Luigi Palamara (foto in  basso), giornalista e direttore editoriale nonché fondatore di mnews.it, di Reggio Calabria e provincia, per saperne di più, ma soprattutto per cercare di capire con quale spirito si lavora in una regione dove è già è difficile fare informazione per altri tristi motivi.

Cosa sta accadendo in Calabria?
«Preciso che questo non è un provvedimento, ma un protocollo d'intesa. Bisogna capire fino a che punto questo protocollo diventi regola sia per la Regione sia per l'Ordine dei giornalisti. In ogni caso questo atto - firmato il 30 aprile dal presidente del Consiglio regionale della Calabria, Francesco Talarico, dal presidente dell'Odg calabrese, Giuseppe Soluri, e dal segretario del sindacato Carlo Parisi - va a "regolamentare" l'accesso dei giornalisti al Palazzo Campanella a Reggio Calabria. In sostanza da questo protocollo emerge che per esempio per poter intervistare un consigliere regionale si debba anzitutto chiedere appuntamento all'Ufficio stampa e che i giornalisti che non hanno un contratto regolare con una testata non possono accreditarsi, anche se iscritti all'Ordine. Non solo: i giornalisti possono entrare a Palazzo solo in un corridoio in cui è ospitato l'Ufficio stampa della Regione. Quindi non possono assolutamente uscire dal quel "recinto", il Corpo A1».
Inoltre, ci spiega Palamara, è fatto divieto di riprendere immagini all'interno del Consiglio regionale senza l'autorizzazione dell'Ufficio stampa.
«Nella sostanza è come se ai giornalisti fosse dato un recinto all'interno del quale ci si può muovere, ma all'esterno del quale guai a mettere gli occhi».
Se per caso incontri un consigliere regionale per le strade della città, puoi fargli delle domande?
«In teoria, stando a questo protocollo, non ci si dovrebbe nemmeno avvicinare...»

L'Ordine dei giornalisti ha contestato o si è adattato?
«
Il Protocollo è stato concertato e controfirmato dal presidente dell'Odg della Calabria, Giuseppe Soluri, e dal segretario del sindacato Parisi».

Si arriva al paradosso che gli Ordini preposti a difendere la libertà di stampa firmano un protocollo che la limitano..
«Loro si giustificano dicendo di voler agevolare il fatto che se un giornalista vuole entrare deve spingere per farsi contrattualizzare. Mi sembra che legare queste cose non abbia grande senso»

Diciamo che Striscia la notizia non potrà più entrare...
«
Assolutamente no, andrebbe contro questo protocollo d'intesa».

Anche perché, se non ho capito male, anche se sei contrattualizzato e professionista sempre in quel "recinto" devi andare...
«Esatto, non ti puoi muovere dal corpo "A1" che adesso sembra una stalla in cui i giornalisti vanno e aspettano. La cosa paradossale è che bisogna fissare un appuntamento per ascoltare un consigliere regionale...».

Le domande devono essere comunicate in anticipo?
«Stando al protocollo d'intesa almeno questo no»

Cosa accade se giornalista non rispetta il protocollo?
«Questo lo vedremo perché moltissimi colleghi hanno detto "io me ne frego". Bisognerà vedere se i cerimonieri o la sicurezza li sbatteranno fuori con la forza. Lo verificheremo in questi giorni. Comunque non si parla di sanzioni. Probabilmente non faranno più entrare il giornalista, gli sarà negato l'accesso».
Ma questa blindatura da cosa nasce secondo te? Ci sono troppi scheletri nell''armadio o questa classe politica non vuole più essere messa sotto la lente d'ingrandimento dell'informazione?
«Direi sia l'uno che l'altro. Aggiungerei che la classe politica è debole e non vuole che qualcuno le faccia le pulci. Così è troppo comodo: chi decide di fare vita pubblica, in questo caso al servizio dei cittadini, non può nascondersi. Mi sembra paradossale che il presidente del Consiglio regionale Talarico ripeta che Palazzo Campanella (foto a fianco) è la casa dei calabresi... alla faccia della casa! Così viene messa in evidenza la debolezza della politica. E poi più che nascondere gli scheletri così li metti in evidenza. Sicuramente ci sarà un braccio di ferro tra giornalisti e chi ha firmato il protocollo d'intesa».

La cosa che fa più male è pensare che l'Ordine e il sindacato concordino queste norme giustificandole come un aiuto alla professionalità del giornalista pur sapendo che si tratta di scuse. Avete parlato con loro?

«Fino a questo momento non c'è ancora stato il tempo di approfondire e di interloquire con chi ha firmato. Una cosa è certa: alcuni giornali on line già hanno preso le distanze dicendo che non pubblicheranno più i comunicati stampa della Regione. A questo elenco si aggiunge anche la mia testata: non ha senso passare i comunicati stampa quando poi hai questi impedimenti».

Tv e carta stampata cosa stanno facendo?
«Questo andrà verificato in questi giorni. Secondo me si spingerà affinché si faccia un passo indietro e questo protocollo venga gettato nel cestino come merita».

Quali sono i tuoi timori e le tue speranze in questo momento?
«I timori sono che già fare informazione in Calabria è difficile, sia per cronaca sia per la politica, e questo protocollo è un ulteriore limitare e cercare di indebolire i giornalisti che sono sul territorio cercando di fare un'informazione corretta, tempestiva e puntuale come personalmente cerco di fare tutti i giorni. La speranza è che si faccia un passo indietro perché queste limitazioni non fanno bene alla democrazia, non fanno bene alla politica e non fanno bene al giornalismo. Bisogna accreditare tutti i giornalisti, al di là dei contratti con le testate, e far sì che possano muoversi liberamente all'interno della Regione e di tutti gli enti locali e pubblici, ovviamente nel rispetto del lavoro altrui e dell'etica. Guai se iniziamo a blindare enti e politici, torneremmo al Medioevo della democrazia».

Marco Camilli
 Fonte: http://www.aostaoggi.it/2013/maggio/03maggio/news30183.htm

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