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San Ferdinando (RC) Operazione 'Tramonto', le donne di 'ndrangheta in carriera...Lei non sa chi sono io...il mio casato è...


'Ndrangheta: operazione ‘Tramonto’, indagine nata da dichiarazioni collaboratrice suicida Cinque persone, ritenute esponenti della cosca della 'ndrangheta dei Bellocco, sono state fermate dai carabinieri. Agli arrestati vengono contestati a vario titolo i reati di associazione per delinquere di tipo mafioso, intestazione fittizia di beni, usura, estorsione, violenza e lesioni. I provvedimenti di fermo sono stati emessi dalla Dda di Reggio Calabria. Le indagini sono state condotte dal Procuratore Ottavio Sferlazza e dall'aggiunto Michele Prestipino. In zona operazioni, il capitano Francesco Cinnirella, comandante della Compagnia di Gioia Tauro. Coordinato dal colonnello Leonardo Falferi, comandante provinciale, il tenente colonnello Carlo Pieroni, vicecomandante ed il tenente colonnelo Michele Miulli, comandante del Nucleo Investigativo, tutti presenti in conferenza stampa. Michele Prestipino:”I Bellocco, erano puntualmente informati delle iniziative dei carabinieri sul territorio, di chi, quando, e in merito a cosa venisse sentito. Erano a conoscenza di un’imminente operazione contro di loro e le intercettazioni suggerivano il rischio di un pericolo di fuga, per questo l’Ufficio di Procura si è avvalso di un potere che il codice gli concede come il fermo”,
SAN FERDINANDO (RC), “IO DO UNA COSA A TE (PRESTITO DI 600 MILA EURI), TU DAI UNA COSA (600 MILA EURI PIÙ UN MILIONE) A ME” COSÍ FUNZIONA LA BANCA DELLA ‘NDRANGHETA A TASSI USURARI. IL RUOLO DELLE DONNE NELLA ‘FAMIGLIA’ DI MAFIA
 La famiglia Bellocco e' spietata e violenta quando deve difendere i propri interessi e l'onorabilita' del nome. Nell'indagine Tramonto, che ha portato all'emissione di cinque fermi da parte della Dda di Reggio Calabria, emergono particolari inquietanti sulla cosca di San Ferdinando. Tra i destinatari della misura c'e' anche una donna, Aurora Spano' di 66 anni, convivente di Giulio Bellocco di 62 anni pure lui destinatario del fermo, insieme a Berto Bellocco (28), Antonio Bellocco (25), Domenico Bellocco (32) e Carmelo Bellocco (26). Per le indagini sono state utilizzate le dichiarazioni della collaboratrice di giustizia Maria Concetta Cacciola, morta suicida nell'estate 2011. La donna (Adnkronos) racconto' ai carabinieri di un prestito di seicentomila euro a tasso usurario fatto dalla famiglia Bellocco nei confronti di calabresi che lavoravano in Lombardia. La somma per la restituzione era arrivata a un milione di euro.

Domenico Salvatore


SAN FERDINANDO (RC)-06 marzo 2013 ore 13.32- Pesce-Bellocco-Ascone-Pisano…Uomini di cosche potenti, della ‘ndrangheta di Rosarno, uniti da stretti vincoli associativi e legami, anche familiari. Pesce, Cacciola…Donne di clan potenti della ‘ndrangheta come Giuseppina Pesce, di Rosarno che con le loro dichiarazioni hanno mandato in carcere anche la madre e la sorella, oltre a due carabinieri e a un agente di polizia penitenziaria sul libro paga della cosca Pesce. Come Maria Concetta Cacciola, nipote del padrino della ‘ndrangheta Gregorio Bellocco, la testimone di giustizia, che raccontò alla Dda di Reggio Calabria le attività criminali della sua famiglia e che si sarebbe suicidata, bevendo acido muriatico il 20 agosto 2011 a Rosarno (operazione “Califfo”). I carabinieri della Compagnia di Gioia Tauro, coordinati dal Comando Provinciale dell’Arma Benemerita, hanno arrestato i  genitori e il fratello della 31enne, con l’accusa di aver esercitato violenze, minacce e forti pressioni psicologiche per farla ritrattare, compresa la prospettiva di non farle più vedere i suoi tre figli. In manette, sono finiti Michele e Giuseppe Cacciola, padre e fratello della donna e la madre Anna Rosalba Lazzaro. Il marito di Maria Concetta Cacciola è attualmente detenuto per scontare una condanna a otto anni di reclusione per associazione mafiosa. Siamo solo a meno di 48 ore dalle “Festa della donna” altrimenti detta della “Mimosa”. Un giorno importante per celebrarne l’emancipazione.

La giornata internazionale della donna (comunemente definita festa della donna) ricorre l'8 marzo di ogni anno, per ricordare sia le conquiste sociali, politiche ed economiche delle donne, sia le discriminazioni e le violenze cui esse sono ancora fatte oggetto in molte parti del mondo. Questa celebrazione si è tenuta per la prima volta negli Stati Uniti nel 1909, in alcuni paesi europei nel 1911 e in Italia nel 1922. Mai come ora la donna è al centro dell’attenzione internazionale. Sebbene in passato da Indira Gandhi a Golda Meir, pseudonimo di Golda Mabovitz Meyrson (“O Arabi, noi vi potremmo un giorno perdonare per aver ucciso i nostri figli, ma non vi perdoneremo mai per averci costretto ad uccidere i vostri”) e da Margareth Tacher ad Evita Perón ed  Hillary Clinton e Sirimavo Ratwatte Dias Bandaranaike (fu la prima donna al mondo a ricoprire il ruolo di primo ministro di uno Stato). Senza dimenticare il Premio  Nobel, Rita Levi Montalcini…(Il male assoluto del nostro tempo è di non credere nei valori. Non ha importanza che siano religiosi oppure laici. I giovani devono credere in qualcosa di positivo e la vita merita di essere vissuta solo se crediamo nei valori, perché questi rimangono anche dopo la nostra morte). In conferenza stampa, al Comando Provinciale dei Carabinieri, il procuratore aggiunto della DDA, Michele Prestipino, non ha confermato il ribaltone delle donne ai danni degli uomini, all’interno delle ‘ndrine. Ma nemmeno lo ha smentito. In sintonia d’onda anche il procuratore capo della Repubblica ad interim, Ottavio Sferlazza.

I due valenti magistrati della DDA reggina, hanno dedicato ampio spazio a tessere le lodi delle donne testimoni di giustizia. Il comunicato stampa…”I Carabinieri del Comando Provinciale di Reggio Calabria hanno eseguito un provvedimento di Fermo di Indiziato di Delitto, emesso dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria (con Michele Prestipino Giarritta, hanno lavorato Giovanni Musarò e Luca Miceli) nei confronti di 5 soggetti, appartenenti alla ‘ndrangheta nella sua articolazione territoriale denominata cosca "BELLOCCO", operante in San Ferdinando (RC) e territori limitrofi, responsabili a vario titolo di:
-       associazione di tipo mafioso (art. 416 bis commi 1 -2 -3 -4 -5 -6 c.p.);
-       concorso in intestazione fittizia di beni aggravata dall'aver favorito un sodalizio mafioso
-       (art. 12 quinquies legge 356/92 e art. 7 legge 203/91);
-       concorso in usura aggravata dall'aver favorito un sodalizio mafioso (artt. 110 e 44 c.p. e art.7 legge 203/91);
-       concorso in estorsione aggravata dall'aver favorito un sodalizio mafioso (artt. 110 e 629 c.p. e art. 7 legge 203/91);
-       concorso in violenza privata aggravata dall'aver favorito un sodalizio mafioso (artt. 110 e610 c.p. e art. 7 legge 203/91);
-       concorso in lesioni personali aggravate dall'aver favorito un sodalizio mafioso (artt. 110, 582 e 585 c.p. e art. 7 legge 203/91).
I particolari dell’operazione  sono stati resi noti agli organi d’informazione nel corso di una conferenza stampa, che  si è tenuta presso questo Comando dal Procuratore della Repubblica f.f. di Reggio Calabria, dott. Ottavio Sferlazza e dal Procuratore Aggiunto della Repubblica di Reggio Calabria, dott. Michele Prestipino Giarritta alle ore 11.30. di oggi 6 marzo 2013. Sono finiti in manette:” 1.      SPANO' Aurora, nata a Rosarno (RC) il 25.01.1947, residente in San Ferdinando alla Via Cesare Battisti nr.7/B, in atto detenuta per altra causa c/o la casa circondariale di Reggio Calabria;
2.      BELLOCCO Giulio, nato a Rosarno il 13.06.1951, residente in San Ferdinando;
3.      BELLOCCO Berto, nato a Taurianova il 28/06/1985 residente a San Ferdinando;
4.      BELLOCCO Antonio, detto Totò, nato a Taurianova il 20/06/1988 residente a San Ferdinando;
5.      BELLOCCO Domenico, nato a Taurianova (RC) il 28.02.1981, residente in San Ferdinando;
6.      BELLOCCO Carmelo, nato a Taurianova il 18.03.1987, residente in San Ferdinando;
La famiglia Bellocco di San Ferdinando rintraccio' la sorella degli usurati che avevano contratto un debito di un milione di euro per un prestito usurario di seicentomila euro iniziali per intimidirla. La donna subi' minacce di morte rivolte ai fratelli che non avevano saldato il debito. Poi Aurora Spano', compagna di Giulio Bellocco (entrambi destinatari di un decreto di fermo emesso dalla Dda di Reggio Calabria insieme ad altre tre persone), le disse che come corrispettivo si sarebbero presi un'intera palazzina a Rosarno. ''Spano' Aurora, adirata, mi disse che ci avrebbe buttato tutti fuori di casa e suo figlio aggiunse che, se non avessimo subito consegnato loro gli appartamenti, avrebbero ucciso i miei fratelli che abitano al Nord'', ha raccontato la donna intimidita agli investigatori. In conferenza stampa i procuratori hanno raccontato altri particolari
'NDRANGHETA: OPERAZIONE TRAMONTO, INDAGINE NATA DA DICHIARAZIONI COLLABORATRICE SUICIDA - La famiglia Bellocco e' spietata e violenta quando deve difendere i propri interessi e l'onorabilita' del nome. Nell'indagine Tramonto, che ha portato all'emissione di cinque fermi da parte della Dda di Reggio Calabria, emergono particolari inquietanti sulla cosca di San Ferdinando. Tra i destinatari della misura c'e' anche una donna, Aurora Spano' di 66 anni, convivente di Giulio Bellocco di 62 anni pure lui destinatario del fermo, insieme a Berto Bellocco (28), Antonio Bellocco (25), Domenico Bellocco (32) e Carmelo Bellocco (26). Per le indagini sono state utilizzate le dichiarazioni della collaboratrice di giustizia Maria Concetta Cacciola, morta suicida nell'estate 2011. La donna racconto' ai carabinieri di un prestito di seicentomila euro a tasso usurario fatto dalla famiglia Bellocco nei confronti di calabresi che lavoravano in Lombardia. La somma per la restituzione era arrivata a un milione di euro.'NDRANGHETA: CLAN BELLOCCO INFORMATO DA CARABINIERE INFEDELE- Un Carabiniere infedele avvisava la cosca Bellocco degli sviluppi dell'attivita' degli investigatori. E' quanto emerge dall'indagine che ha portato all'emissione di 5 fermi di indiziati di delitto nei confronti di altrettanti appartenenti alla famiglia di San Ferdinando (Rc). Il militare non e' ancora stato identificato, ma gli inquirenti, ha spiegato il procuratore aggiunto Michele Prestipino, confidano di giungere presto alla sua identificazione, così da poterlo punire come e' stato fatto anche di recente in casi analoghi. Altro discorso, è il ruolo della donna all’interno della famiglia istituzionale e della “famiglia” di ‘ndrangheta. Dice Monica Memeo nella sua tesi di laurea in Scienze politiche all’Università di Milano, relatore Fernando Della Chiesa, Anno Accademico 2010-11 che…” 

Le donne di mafia non sono protagoniste della violenza in prima persona, generalmente non uccidono, non sono pari agli uomini sul piano delle decisioni, eppure oggi tutti gli addetti ai lavori, dai magistrati ai poliziotti, dagli studiosi agli psicologi dei servizi pubblici concordano che il loro ruolo dalle molteplici sfaccettature sia di grande rilevanza» (Renate Siebert, prefazione a “Donne d’onore”)«Oggi non si può più continuare a coltivare e alimentare l’equivoco culturale che ci ha consegnato l’immagine di una donna deprivata della sua individualità e di ogni forma o espressione di potere; ingessata in una posizione di ”appartenenza” all’uomo e al clan, che le impedisce ogni autonomia decisionale, vittima di una cultura intrisa di valori maschilisti: un’immagine che gli stessi membri dell’organizzazione hanno strumentalmente contribuito a rafforzare» (Teresa Principato, Alessandra Dino, Mafia Donna, le vestali del sacro e dell’onore). Ed ancora il compito fondamentale di cui la donna si fa portatrice all’interno della famiglia mafiosa e di cui è forse l’unica responsabile, è la trasmissione ai propri figli dei modelli culturali mafiosi, come ad esempio la divisione del prossimo secondo le categorie amico/nemico, un caratteristico senso dell’onore, il valore dell’omertà, il dovere di vendetta...

Non è da molti anni che si parla di donne d’onore. Parlare di donne di mafia voleva dire parlare delle donne vittime della mafia o di quelle che ad essa si sono ribellate. Gli stessi magistrati per anni hanno creduto che esistesse un’incompatibilità tra la mafia e un ruolo penalmente rilevante delle donne al suo interno, precludendo la possibilità che esse potessero agire in maniera autonoma. La legge non le riteneva nemmeno pienamente complici ma al massimo le accusava di favoreggiamento; prevaleva di fatto una loro impunibilità. Uno stereotipo diffuso vedeva queste donne come sottomesse e succubi, semplici trasmettitrici dei valori legati alla famiglia. Si legga ad esempio questa sentenza emessa dal Tribunale di Palermo nel 1983«Pur nel mutevole evolversi dei costumi sociali, non ritiene il Collegio di poter con tutta tranquillità affermare che la donna appartenente a una famiglia di mafiosi abbia assunto ai giorni nostri una tale emancipazione e autorevolezza da svincolarsi dal ruolo subalterno e passivo che in passato aveva sempre svolto nei riguardi del proprio uomo, sì da partecipare alla pari o comunque con una propria autonoma determinazione e scelta alle vicende che coinvolgono il clan familiare maschile”. In ogni caso le donne sono state sempre presenti nelle dinamiche di potere delle organizzazioni mafiose e in molti casi si sono sostituite ai loro uomini, identificandosi con i disvalori che fino ad allora avevano subito nel giogo del dominio maschile.

Nonostante la struttura della mafia rimanga monosessuale e rigidamente maschilista, sono sempre più le donne coinvolte in affari di mafia sebbene esplicitamente continuino a non far parte dell’organizzazione, non possano essere formalmente affiliate e non partecipino ai riti di iniziazione. La donna di ‘ndrangheta è una sorta di culla della mafiosità; ad essa è deputata la trasmissione di valori tipicamente mafiosi come il culto del rispetto nella sua accezione più negativa del termine e dell’onore che caratterizza e differenzia la posizione dell’uomo d’onore rispetto all’uomo comune; e a questo ruolo così delicato non può essere chiamata una qualunque donna, ma solo colei, che già proviene da un ambiente mafioso.  Il procuratore  aggiunto di Palermo Antonio Ingroia ha un suo concetto sulla presenza femminile nella mafia: oggi sono ritenute a tutti gli effetti capaci come gli uomini di gestire gli affari e prendere decisioni: "Non c'è più  quella cultura maschilista interna alla mafia e la donna non è più ai margini, ma fa parte a tutti gli effetti dell'organizzazione". Dunque, posizioni ben definite e durature all'interno dello strutturatissimo sistema gerarchico mafioso e mansioni specifiche nella gestione degli affari. Ben diverso è oggi il ruolo della donna all’interno delle mafie; come rivela la cronaca e la routine quotidiana.

Le donne di ‘ndrangheta, oggigiorno hanno la pretesa di comandare dentro e fuori di casa; dentro e fuori di prigione. Mostrano i muscoli, fanno la voce grossa, digrignano i denti… Lei non sa chi sono io…“Appartengo al ‘casato’ dei Bellocco”…puliscimi la cella; aggiustami il letto; fai la pulizia dei servizi igienici, cucinami una pietanza. Al rifiuto della compagna di cella (per destino), parte la rappresaglia, la vendetta, la ritorsione; una spedizione punitiva fuori dal carcere, contro il marito, preso a colpi di casco in testa; se non a calci e pugni e botte da orbi. Ed ancora la narrativa dei magistrati è puntuale sulla minaccia e pericolo della ‘ndrangheta per la democrazia e la libertà:”Controllano tutto il territorio in maniera capillare ed asfissiante. Hanno un servizio d’informazione incredibile”. Concetti che riportano alla mente le parole della buon’anima del comandante provinciale dei Carabinieri, colonnello Antonio Fiano, che abbiamo conosciuto all’esordio in questa testata:” Le talpe della ‘ndrangheta, sebbene certe volte, anche quelle delle istituzioni sul libro paga, prezzolate, se non doppiogiochiste, funzionano e sono efficienti ed efficaci. Sono in ogni dove, in ogni via.

All’angolo della strada, con i motorini e perfino in macchina;  hanno occhi dappertutto…nei quartieri, nei rioni, negl’isolati, nelle strade e comunicano meglio dei servizi segreti. Con i telefoni, i telefonini, il linguaggio dei segni ed ogni altro strumento idoneo.”
Domenico Salvatore

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