Il processo “Nuovo Potere”, in Corte d’Appello, alle cosche del quadrilatero Roccaforte del Greco-Roghudi-Condofuri-San Lorenzo, allargabile ad Africo, Palizzi, Brancaleone, Bruzzano, Ferruzzano, Bova, Bova Marina, Melito Porto Salvo e Montebello Jonico, impegnate, nella cosiddetta ‘Faida Grecanica’, che affonda le sue origini nell’immediato ‘Dopoguerra’; se non oltre. In prima istanza il Gup Antonino Laganà aveva irrogato 175 anni di reclusione a 27 condannati: Domenico Attinà (7 anni), Mario Attinà (2 anni e 8 mesi), Massimo A. Gabello (1 anno e 4 mesi), Vincenzo Gullì (12 anni), Annunziato Iaria (6 anni e 8 mesi), Carmelo Rocco Iaria (6 anni e 8 mesi), Domenico Carmelo Iaria (12 anni e 6 mesi), Massimo Idà (6 anni e 8 mesi), Andrea Pasquale Mesiano (2 anni e 8 mesi), Carlo Mesiano (1 anno e 8 mesi), Agostino Palamara (6 anni e 8 mesi), Domenico Pangallo (7 anni), Francesco Pangallo, cl. 75, (13 anni), Francesco Pangallo, cl. 74, (4 anni e 8 mesi), Giovanni Pangallo (10 anni), Antonino Pannuti (3 anni e 4 mesi), Bruno Pizzi (3 anni e 4 mesi), Arnaldo Proscenio (6 anni e 8 mesi), Domenico Proscenio (7 anni e 6 mesi), Francesco Romeo (3 anni e 4 mesi), Girolamo Romeo (3 anni e 4 mesi), Vincenzo P. Romeo (6 anni e 8 mesi), Teodoro Spanò (9 anni), Filippo Stelitano (7 anni), Natale Tripodi (6 anni e 8 mesi), Pietro Verno (10 anni), Vittorio Verno (7 anni e 6 mesi). Dodici gl’indagati assolti:Paolo Attinà, Agostino Cento, Francesco Ferraro, Andrea Gelsoni, Antonino Gullì, Antonio Iaria, Andrea Trapani, Annunziato Spanò, Antonino Pangallo, Carmelo Pangallo, Leone Luigi Iofrida, Ugo Iaria. Va da sé che i componenti delle due cosche, siano legati e collegati da vincolo consanguinei, parentali e di altro tipo. Non manca il caso di omonimia; e stanno su opposte spondeROCCAFORTE DEL GRECO (RC) MA LA ‘NDRANGHETA STAVA PREPARANDO UN…’NUOVO POTERE’
Prima dell’arresto o “eliminazione”, capeggiavano Domenico Paviglianiti-Santo Maesano, Casile-Rodà, Zavettieri, Pangallo-Maesano-Favasuli, Morabito, Talia, Scriva, Stilo, Gagliardi, Verno-Pangallo, Vadalà. Centinaia di morti ammazzati nelle faide (Bruzzano-Motticella-Africo; Bova-Bova Marina; Roghudi-Roccaforte-San Lorenzo-Condofuri), riconducibili ad un’unica faida; sebbene gli Iamonte, siano la ‘ndrina egemone su tutto il Melitese. Il sostituto procuratore generale Francesco Mollace, ha ricostruito in aula, le fase spietate, crudeli e ciniche della faida grecanica, sfociata in una vera e propria guerra di mafia per il controllo del territorio e delle attività economiche lecite ed illecite dello hinterland melitese.’Ndrine satelliti, dello schieramento jamontiano, egemone nella zona e non solo. Il Consiglio Comunale di Roccaforte venne sciolto per mafia, per tre volte. Quello di Roghudi, per una. Gl’inquirenti sono sostenuti, nella ricostruzione delle dinamiche criminali di Roccaforte del Greco, Comune di recente sciolto per mafia, un collaboratore di giustizia, Carlo Mesiano, (“Accàh ‘mpuntau ‘u carru”) anch’egli condannato dal Gup Laganà. Mesiano, è assistito dall’avvocato Antonino Aloi,
Domenico Salvatore
ROCCAFORTE DEL GRECO (RC)-Non tutti sanno, che in passato, il locale di Roccaforte del Greco, (e di Roghudi) fosse considerato un santuario della mafia calabrese, di cui diremo in altra sede. Comunque, tenuto in grande considerazione dal gotha mafioso e dagli studiosi del fenomeno. Alla pari di Africo, San Luca e Platì; se non Siderno-Locri-Gioiosa Jonica. Senza nulla togliere a Rosarno-Gioia Tauro-Rizziconi e finanche Cittanova-Taurianova-Polistena ed Oppido-Delianuova-Sonopoli. Tre scioglimenti del civico consesso, “roccaforticiano”, record nazionale, la dicono tutta, sulla consistenza della ‘ndrangheta in questo territorio. Due famosi antropologi, Nicola Gratteri ed Antonio Nicaso (nelle cui vene, in parte, scorre sangue ‘siculo’), autentici globe-trotter letterarii, anch’essi calabresi, diventati scrittori di fama internazionale, lo hanno ribadito, nel corso della presentazione della loro ultima fatica letteraria, presentata anche all’Archivio di Stato di Reggio Calabria: “Dire e non dire. I dieci comandamenti della ‘ndrangheta nelle parole degli affiliati”, Mondadori Editore. Prima d’inoltrarci in questa storia, sarà bene ricordare che Roghudi e Roccaforte del Greco, fossero separati fisicamente, solo dalla fiumara dell’Amendolea, (l’antica Alice, od Alece che divideva le poleis della Magna Grecia Rhegion e Locri Epizefiri) su cui si affacciano pure i comuni di Bova Marina, Bova, Condofuri e San Lorenzo. Tuttavia, Roghudi, a sua volta confina con il comune di Africo. Territorio, dove operano diversi clan; compreso il cartello di mafia Bruzzaniti-Morabito-Palamara. Questo particolare, servirà per capire le alleanze fra clan ed il coinvolgimento delle cosche dei vari centri nella stessa faida; se non guerra di mafia. L' indagine ‘Nuovo Potere’, ( parte ufficialmente il 13 gennaio 2010), che poi darà luogo ai due processi in prima e seconda istanza, di cui diremo più sotto, nasce nel breve termine dal tentato omicidio, di Teodoro Spanò, personaggio, ritenuto legato al cartello di ‘ndrangheta Pangallo-Maesano-Favasuli ed operante nei due comuni di Roccaforte del Greco e di Roghudi, avvenuto sui tornanti del ‘Lacco’, in data 8 aprile del 2004. Quel giorno, un paio di killers, armati di fucile a canne mozze e pistola, tesero un agguato contro la vittima predestinata. Un’imboscata apparentemente perfetta. Aspettarono il passaggio dello Spanò, che viaggiava a bordo di una Hyundai , acquattati dietro il tornante, ma qualcosa andò per il verso storto. Lo Spanò, sapeva bene di poter essere un potenziale nemico da eliminare e perciò, stava in guardia. Venne colpito tuttavia da un paio di scariche di fucile caricato a lupara che attinsero la vittima al capo, agli arti ed al tronco; accelerando a zig zag, lo Spanò, riuscì miracolosamente, a sottrarsi alla furia omicida. I sicari tuttavia, dopo aver fallito il bersaglio, ricaricate le armi, si diedero ad inseguirlo a velocità pazzesca sulla statale 183, che serpeggia verso Gambarie d’Aspromonte, a bordo di uno scooter; ciclomotore, che in base alle carte processuali, sarebbe stato fornito da Carlo Mesiano, poi diventato collaboratore di giustizia. Probabilmente l’avrebbero raggiunto ed ucciso, ma proprio in quel momento, il caso volle che si trovasse a passare su quella stessa strada, una pattuglia dei Carabinieri (squadriglia di Bagaladi o stazione trasferita di San Lorenzo) in servizio di prevenzione e repressione dei reati, disposta dal comandante della Compagnia di Melito Porto Salvo, capitano Antonio Sframeli. Non mancarono il bersaglio però il 28 settembre del 2004. Quel giorno, uccisero un capobastone, a Roccaforte del Greco, Antonino Pangallo 50 anni detto "U Chiumbinu", alias ‘U Cinghiali, personaggio di grosso spessore criminale, referente per la cosca Pangallo-Maesano-Favasuli, che si opponeva al clan degli Zavettieri, nel locale di ‘ndrangheta Roghudi-Roccaforte del Greco-San Lorenzo-Condofuri, in illo tempore, controllato dai mammasantissima, Domenico Paviglianiti 49 anni, Santo Maesano di 53 e Salvatore Maesano inteso ‘L’Arciprete’, ben quotati dentro la “Provincia”, l’organo supremo di autogoverno che si divide in Mandamenti, Corone, Locali e ‘ndrine.
Il tutto, nell’àmbito della famigerata faida, impropriamente detta di Roghudi, che aveva mietuto una cinquantina di vittime. In realtà ”la faida Grecanica’, perché di riffe o di raffe, coinvolge a scacchiera gli abitanti di tutti i centri dell’Area Grecanica, saldamente legati da vincoli di parentela, comparati ( Prima Comunione, Cresima, Matrimonio, Battesimo ecc.) e rapporti di buon vicinato. Sino a che, il capo dei capi della ‘ndrangheta ‘don Peppe” Morabito, padrino di Africo, boss del cartello Bruzzaniti-Morabito-Palamara, impose la sua legge e mise fine allo sterminio. U ‘Tiradrittu’, venne arrestato a Santa Venere di Reggio Calabria, dal ROS, SEC e GOC coordinati dal Comando Provinciale dei Carabinieri, in quel momento diretto dal colonnello Antonio Fiano, il 18 febbraio 2004. E non potè impedire l’omicidio Pangallo del successivo 28 settembre 2004. L’operazione ‘Nuovo Potere’ nasce nel medio termine dall’omicidio del mammasantissima Sebastiano Zavettieri, consuocero di Giuseppe Morabito ‘U Tiradrittu; e di suo figlio Mario Zavettieri, assassinati il 5 gennaio 2004, sulla statale Jonica 106, non lontano dal ponte di Prunella, agro di Melito Porto Salvo; alleati con i Talia di Bova Marina-Bruzzano. Sebastiano, era fratello del presunto padrino della ‘ndrangheta, Domenico Zavettieri, arrestato per quella storia delle due pistole trovate dai Carabinieri di Melito a bordo di un camion in disuso, parcheggiato nei pressi della casa dello Zavettieri. Per quel duplice delitto, consumato il 6 gennaio 1994, venne incriminato, processato e condannato all’ergastolo Fortunato Maesano. Inquisito anche il capobastone di Roccaforte del Greco, Antonino Pangallo, sospettato di aver preso parte assieme a Fortunato Maesano al raid, in cui vennero uccisi gli Zavettieri. Si ammazzava senza pietà alcuna ed il sangue scorreva copioso. Come nella Strage di Embresi, dove furono uccise cinque persone e ferite due, che forse, non aveva niente a che vedere, con la faida di Roghudi. La vendetta, per il duplice omicidio Zavettieri, fu terribile, come ricorda Pantaleone Sergi su ‘La Repubblica, il 12 ottobre del 1994… “Una vera azione di guerra: il commando arriva in piena notte con tre auto, assalta la casa dei "nemici" cercando la strage, si fa strada con lanciagranate e bombe a mano demolendo in parte il fabbricato, spara con mitra, fucili e pistole e se ne va lasciando alcuni feriti, uno dei quali, Giovanni Pangallo, 24 anni, in serata muore in ospedale a Reggio. Questa è la ' ndrangheta che vuole vendicare la morte di un boss e del figlio. L' assalto di tipo militare è avvenuto a Roccaforte del Greco, 900 metri di altezza, nel cuore dell' Aspromonte, a sessanta chilometri dal capoluogo. Obiettivo del gruppo di fuoco, secondo le prime indagini dei carabinieri di Melito Porto Salvo guidati dal tenente Ernesto Coppolino, l' eliminazione di Antonino Pangallo, sospettato, senza prove per la legge ma non per le cosche, di avere guidato il feroce attacco contro il boss di Roghudi, Sebastiano Zavettieri, ucciso nel gennaio scorso assieme al figlio Mario, un giovane architetto. E' stato quello, l' episodio che ha riacceso una vecchia faida mafiosa.
Quello che è avvenuto ieri notte non ha precedenti. Dalle tre auto, una Fiat Uno, una Ritmo e una Tipo, abbandonate poi in territorio di Bagaladi, è sceso un commando di almeno nove persone armate alla Rambo. Ed è successo l' inferno. Perché i militari dell' Arma, con le prime luci dell' alba, hanno fatto un terrificante inventario dell' assalto. Hanno sparato, infatti, per alcuni minuti, sono stati contati almeno trecento colpi di kalaschnicov, in paese li hanno sentiti tutti, ma nessuno ha avuto il coraggio di mettere il naso fuori dalla finestra. E nessuno ha dato subito l' allarme. In casa Pangallo, due piani di cui il secondo è a livello della strada principale, non hanno potuto neppure difendersi. Si sono schiacciati sul pavimento mentre su di loro cadevano mura e calcinacci. Solo Giovanni è stato ferito gravemente per un colpo di mitra alla testa ed è morto in serata. Feriti leggermente i genitori, Santoro Pangallo e Maria Squillace, sono rimasti illesi gli altri fratelli, Antonio, Carmelo e Francesco. Chi sono i responsabili della tentata strage? Forse Antonino Pangallo lo sa. Sta di fatto che in mattinata, dopo essere uscito dalla caserma e prima di rendersi irreperibile, ha scaricato una quindicina di colpi di mitra contro la casa di un suo compaesano, Mario Favasuli, che proprio in quel momento veniva interrogato dai carabinieri.”. Carlo Macrì, sul Corriere della Sera, scrisse:” L' artiglieria pesante ha fatto il suo ingresso nella guerra tra cosche nel Reggino. Bazooka, granate, Kalashnikov. E poi mitra, fucili a pompa e pistole semiautomatiche.
Ha usato tutto questo campionario di armi il commando che la notte di lunedi' ha raso al suolo l' abitazione di Santoro Salvatore Pangallo, 44 anni, di Roccaforte del Greco. Un' azione militare che aveva l' obiettivo di distruggere l' intera famiglia: padre, madre e 4 figli. La casa dei Pangallo e' venuta giu' come fosse un castello di sabbia. Salvatore Pangallo e la moglie Maria Squillace, 44 anni, e i figli Antonio, Carmelo e Francesco, rispettivamente di 24, 21 e 19 anni, si sono salvati per miracolo. E morto dopo il ricovero presso gli Ospedali Riuniti di Reggio Calabria, un altro figlio, Giuseppe, 22 anni, operaio forestale. Un proiettile gli ha sfondato il cervello. Il violento attacco ai Pangallo si inquadra probabilmente in una nuova guerra tra cosche per la supremazia territoriale. Quel che e' accaduto a Roccaforte del Greco, 600 anime in Aspromonte, ha dell' incredibile. Il commando, composto forse da sei uomini, ha sparato contro l' abitazione dei Pangallo piu' di 150 proiettili, lanciato 2 bombe a mano e per 2 volte ha puntato il bazooka contro la camera da letto dove dormivano i quattro ragazzi. Erano da poco passate le 2.30 di lunedi' . Nel paese deserto, il piccolo esercito raggiunge casa Pangallo, in via Dante 8, a bordo di 3 auto che poi i carabinieri ritroveranno bruciate. Il commando circonda la casa. Sei uomini puntano le loro armi in modo tale da non lasciare scampo a nessuno dei componenti della famiglia. Scagliano i missili, le granate. Bastano pochi secondi per compiere un disastro senza precedenti nella storia della guerra di mafia. Le bombe provocano danni ingenti anche alle abitazioni vicine e alle auto in sosta.
La scena che si presenta ai primi soccorritori e' apocalittica. I sei componenti la famiglia vengono estratti dalle macerie; le condizioni di Giuseppe appaiono subito molto gravi. Poche ore dopo spirera' in ospedale. Ora si indaga nell' ambito della guerra tra i clan del Melitese: uno scontro che non ha risparmiato in questi anni donne e bambini. Un segnale della ripresa delle ostilita' tra i gruppi si era avuto nel marzo scorso: un morto e due donne ferite gravemente in un agguato nel pieno centro di Melito Porto Salvo. Anche in quel caso i killer avevano usato armi pesanti. I Pangallo non avevano un ruolo di prestigio all' interno delle cosche locali. Pare comunque fossero legati ai Favasuli di Roghudi, una famiglia che e' in lotta contro gli Zavettieri di Melito. Ma negli equilibri tra clan, qualcosa potrebbe essere cambiato. Lo conferma il fatto che ieri mattina, mentre Mario Favasuli veniva interrogato in caserma, qualcuno ha esploso 15 colpi di pistola contro la sua abitazione: un avvertimento che sarebbe stato messo a segno da uno dei figli Pangallo scampati alla strage, Antonio. Favasuli, infatti, sarebbe sospettato di aver fatto da palo durante l' agguato con le armi pesanti”. Fortunato Maesano era stato arrestato in Svizzera dagli uomini del capitano Antonio Sframeli, comandante della Compagnia Carabinieri di Melito Porto Salvo. ‘L’operazione Nuovo Potere’nel lungo termine, parte ancora prima. Maesano era inseguito inoltre da un ordine di esecuzione per la carcerazione emesso dalla procura generale di Reggio Calabria poichè condannato alla pena di 10 anni 10 e 9 mesi per associazione per delinquere di tipo mafioso, ricettazione, detenzione e porto di armi da guerra.
L’indagine Nuovo Potere, nel lungo termine, ha origine nei contrasti per la supremazia territoriale fra i “maffiusi” dei due centri (ieri dirimpettai) oggi distaccati. Roghudi a causa delle frequenti alluvioni, che avevano messo a dura prova la resistenza fisica, morale, economica, sociale ed intellettuale, sebbene codificata nel dna ancestrale ed atavico, è stato trasferito, Lari e Penati, armi e bagagli, nell’enclave di Melito Porto Salvo. Come ci riferì un personaggio oramai defunto. In quel tempo, la Lingua Italiana era (quasi) completamente sconosciuta. Vi si parlava solo il Grecanico. Non sarebbe del tutto esagerato, affermare che oltre al mito, la democrazia ed il teatro, i Greci, abbiano fondato anche la ‘ndrangheta. Sia pure di rimbalzo e carambola. In quel pour parler spontaneo e non richiesto, la buon’anima, fece anche i nomi di alcuni delle vittime, di cui non ricordiamo i nomi. Sebbene si rassomiglino ai toponimi odierni. Almeno nei cognomi. L’origine dello scontro nasce ufficialmente durante le elezioni comunali del 1992. Annunziato Pangallo, assassinato un mese dopo la tornata (a luglio 1992), aveva osato contrapporsi con un suo schieramento elettorale alla lista degli Zavettieri. La faida, come si diceva, abbraccia tutto il territorio melitese e la stessa Melito. Il 6 novembre 1996, veniva assassinato proprio a Melito, Antonio Zavettieri, inteso ‘a Vurpi’. Per quel delitto, in primo grado, venne condannato all’ergastolo Francesco Morabito, quale esecutore; e Fortunato Maesano, arrestato in Svizzera il 26 ottobre 2006, quale mandante. Il verdetto del Gup. Il processo col rito abbreviato, scaturito dall’operazione “Nuovo Potere”, celebrato davanti al gup di Reggio dott. Antonino Laganà. Ventisette furono le condanne per pene complessive di poco superiori ai 175 anni di carcere, e 12 le assoluzioni: Domenico Attinà 7 anni; Paolo Attinà assolto; Mario Attinà 2 anni 8 mesi; Agostino Cento assolto, Francesco Ferraro assolto; Massimo Antonio Gabello 1 anno 4 mesi; Andrea Gelsoni assolto; Antonino Gullì assolto; Vincenzo Gullì 12 anni; Annunziato Iaria 6 anni 8 mesi; Antonino Iaria assolto; Carmelo Rocco Iaria 6 anni 8 mesi; Domenico Carmelo Iaria 12 anni 6 mesi; Ugo Iaria assolto; Massimo Idà 6 anni 8 mesi;Leone Luigi Iofrida assolto;Andrea Pasquale Mesiano 2 anni 8 mesi; Carlo Mesiano 1 anno 8 mesi; Agostino Palamara 6 anni 8 mesi; Carmelo Pangallo assolto; Domenico Pangallo 7 anni; Francesco Pangallo (classe 1974) 4 anni 8 mesi; Francesco Pangallo (classe 1975) 13 anni; Giovanni Pangallo 10 anni; Antonino Pannuti 3 anni 4 mesi; Bruno Pizzi 3 anni 4 mesi; Arnaldo Proscenio 6 anni 8 mesi; Domenico Proscenio 7 anni 6 mesi; Francesco Romeo 3 anni 4 mesi; Girolamo Romeo 3 anni 4 mesi; Vincenzo Pasquale Romeo 16 anni 8 mesi; Annunziato Spanò 9 anni; Teodoro Spanò 9 anni; Filippo Stelitano 7 anni; Andrea Trapani assolto; Natale Tripodi 6 anni 8 mesi; Vittorio Verno 7 anni 6 mesi; Pietro Verno 10 anni.
La stangata ai clan, si abbattè con 27 condanne a 175 ann. La sentenza del “filone” degli abbreviati pronunciata dal gup di Reggio Calabria, Antonino Laganà nel “Processo Nuovo Potere”vide pure dodici assoluzioni. Il “cartello” di ‘ndrangheta di Roghudi e Roccaforte del Greco, controllava il mercato della droga e degli appalti pubblici. Un ruolo molto importante l’ha svolto il collegio di difesa. Sono parte integrante i legali di fiducia: Francesco Floccari, Umberto Abate, Giulia Dieni, Pietro Catanoso, Nico D’Ascola Antonino Curatola, Maurizio Punturieri… Curatola ha perorato bene la causa di Leone Luigi Iofrida e Francesco Ferraro, per i quali il pm De Bernardo aveva chiesto 8 anni di reclusione ciascuno. Puntorieri portato all’assoluzione ha assistito Paolo Attinà e Andrea Gelsoni, per i quali l’accusa aveva chiesto 4 anni e 8 mesi ed ha ottenuto l’assoluzione. Il processo come si è detto, proseguirà con l’anno nuovo. A gennaio, se non a febbraio.
Domenico Salvatore
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