Melito di Porto Salvo (Reggio Calabria), 18 Luglio 2014 - Ritorna in carcere il presunto boss della 'ndrangheta Carmelo Iamonte, di 49 anni. Iamonte, nella notte di mercoledì scorso (16 luglio 2014 ndr), è stato colpito da un decreto di fermo emesso dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, eseguito dai Carabinieri della locale Compagnia diretta dal capitano Gennaro Cascone, che ha fatto finire in manette anche Gianpaolo Chilà, che risponde all’interrogatorio di garanzia e ‘si chiana fuori’.
Su Carmelo Iamonte pesano la dichiarazioni del collaboratore di giustizia, Giuseppe Ambrogio. Per lui l'accusa è di associazione per delinquere di stampo mafioso, reato che lo aveva già visto finire nel mirino degli inquirenti all'epoca dell'operazione "Rose Rosse" e in "Ramo Spezzato".
IL PRESUNTO BOSS DELLA ‘NDRANGHETA CARMELO IAMONTE, SI AVVALE DELLA FACOLTÁ DI NON RISPONDERE DI FRONTE AL GIP DISTRETTUALE CINZIA BARILLÁ
Domenico Salvatore
Gli Iamonte di Melito Porto Salvo, sono un casato antico, all’interno del gotha mafioso calabrese, che affonda nel tempo. Dalla vecchia mafia rurale e giardinara per intenderci. Poi, venne la seconda generazione. Quella di “don Natale” e dei suoi stretti parenti ed ‘amici degli amici’, arricchitisi con i miliardi del vecchio conio delle fabbriche fantasma della vicina Saline Joniche, agro di Montebello Jonico: Liquichimica Biosintesi spa con annesso ‘porto delle nebbie’ e Officina Grandi Riparazioni delle Ferrovie dello Stato. Miliardi per la costruzione del monumento allo spreco. Pardon di ‘archeologia industriale moderna’. Due colossi dai piedi di argilla, che non aprirono mai i battenti; ma le maestranze, gli operai in carica sono andati in pensione, grazie agli oneri fiscali, comunque versati; senza aver lavorato mai, nemmeno per un giorno; dopo circa 25 anni di Cassa Integrazione. Qualcheduno, almeno sulla carta, faceva il doppio lavoro ed univa l’utile al dilettevole. Le fabbriche eredità del famigerato “Pacchetto Colombo”, vendute e rivendute, passarono di mano in mano. Le proprietà della marchesina Di Prisco del ramo nobiliare dei Piromallo Capece Piscitelli, baroni di Fossato, conti di Montebello, marchesi di Saline e duchi di Capracotta, furono espropriate, con il danno e la beffa pure di un sequestro di persona, il figlio della duchessa, Giuseppe Di Prisco, restituito dopo il pagamento del riscatto. Espiantate tutte la coltivazioni di bergamotto e gelsomino, colonne portanti dell’economia locale. Distrutti il teatro e la necropoli di origine greca e latina. Fallito, pure il progetto di un villaggio turistico, “spostato” altrove, sequestrato e confiscato. In campo, un altro progetto per la costruzione di un’ennesima fabbrica, ma quando maiiiiii!!! Anzi “Centrale a carbone” con annesso porto, ancora? E vedremo come andrà a finire. Ci sono in giro ancora, gonzi, allocchi e creduloni che abboccano all’amo. Tutto questo mentre la disoccupazione ha superato lo zoccolo duro del 50%. Il porto, serviva però per gli sbarchi clandestini e per il traffico di droga ed armi sul triangolo Iamonte-De Stefano-Santapaola, fiduciario del potente e ricco clan dei Corleonesi retta e diretta prima da Luciano Liggio e poi alternativamente da Totò Riina inteso ‘Totò ‘U Curtu’ e da Zu’ Binnu Provenzano, capo dei capi della Cupola palermitana...C’era pure la ‘famiglia’ dei Tegano che secondo i pentiti trafficava in eroina e haschisc. Con la copertura del distributore di benzina, l’impianto di calcestruzzo e la macelleria, a cui le forze di polizia coordinate dalla magistratura, non hanno mai creduto. Sebbene avessero un introito, tutt’altro che disprezzabile. Anche perché, come hanno dimostrato le ben numerose operazioni della DDA, dirette ed indirette il clan degli Iamonte, aveva ed ha le mani in pasta in diversi settori. Compresa la filiera del cemento, della carne, della spazzatura, appalti e sub-appalti e tutto il resto. Ras indiscusso è don Natale Iamonte, più volte condannato per associazione a delinquere di stampo mafioso e tutta una serie di delitti e reati connessi.
Una condanna all’ergastolo per l’omicidio di Antonio D’Uva, avvocato catanese ed il regime del 41 bis. Per motivi di salute gli furono concessi gli arresti domiciliari-ospedalieri. I pentiti da Giacomo Lauro a Filippo Barreca hanno sostenuto che don Natale fosse stato iscritto dopo la dote della Santa e del Vangelo e poi padrino, associazione, medaglione anche alla Massoneria. Addirittura, presidente del summit annuale di Polsi. Nell’operazione “Crimine”, il locale di Melito, che riunisce la ‘ndrine di Melito, Prunella, Pentidattilo, Lacco-Caredia ed Annà-Musa, figurava come società, potendo contare sulla Maggiore e sulla Minore. Sul punto, ci sono le dichiarazioni a verbale, del pentito Giuseppe Ambrogio. Poi, venne la terza generazione. Quella dei figli: Giuseppe, Antonino, Vincenzo, Remingo e Carmelo e del genero Pietro Flachi, che ha sposato il sesto figlio/a femmina. Sono tutti in galera, con pesanti condanne sul groppone. L’unico libero fino all’altro giorno, quando è stato fermato dai Carabinieri della locale Compagnia diretta dal capitano Gennaro Cascone era Carmelo. La ‘ndrina degli Iamonte venne spiata dalla Polizia canadese, per un presunto rendez-vous con la Sixsty Family (agganciata con le cinque famiglie di New York, Gambino, Colombo, Bonano, Genovese e Lucchese ed il resto delle famiglia di Cosa Nostra Americana), in quel tempo diretta da Vic Cotroni, originario di Mammola, che poi lasciò lo scettro del comando a Paul Violi, un padrino della ‘ndrangheta, originario di Sinopoli. Si disse, interessati alla costruzione del ponte sullo Stretto di Messina e Reggio. Negli Anni Ottanta, Natale Iamonte, passò un periodo di soggiorno obbligato a Desio (Milano), dove fu ospitato dal nipote, Natale Moscato, imprenditore edile, consigliere comunale e assessore dell’Edilizia e urbanistica ;nel 94 Moscato fu arrestato insieme a tre fratelli con l’accusa di associazione mafiosa, ma tutto si concluse con un’assoluzione generale. Come si diceva, sono tantissime, una ventina, le operazioni della DDA riconducibili di riffe o di raffe alla ‘ndrina degli Iamonte di Melito Porto Salvo…“D-Day 1” ( 7 ottobre 1993); “D-Day 2” (19 agosto 1994); “D-Day 3”; “Olimpia” (18 luglio 1995); “Rose Rosse” (18 aprile 1996); “Cariddi” (gennaio 2007); “ Scilla “( 14 settembre 2000); “Igres” ( 31 maggio 2003); “Bumma” ( 5 giugno 2004); “Schumy” (12 aprile 2005); “Ramo Spezzato” (2 febbraio 2007); ”Eremo” (8 aprile 2010); “Leone” ( 3 febbraio 2010); Giano (1 luglio 2010); “Crimine” (13 luglio 2010); “Maglio 3” ( 21 giugno 2011); “Affari di famiglia” ( 24 febbraio 2012); “ADA” (12 febbraio 2013), Sipario (20 novembre 2013). Natale Iamonte, presunto "papa" della ' ndrangheta di Melito Porto Salvo ma con solide radici in Brianza, è stato arrestato a Desio (Milano), dov’era stato trasferito al soggiorno obbligato, il 22 novembre del 1993; in un appartamento di via Ruccellai al confine tra il capoluogo lombardo e Sesto San Giovanni e sottoposto al carcere duro. In Brianza don Natale era di casa. A Vimercate poteva contare sul fidatissimo clan fondato da Carmelo D' Amico assieme al nipote Antonio Miriadi, entrambi imprenditori edili con l' inquietante abitudine di tenere armi ed esplosivi in cantiere. D' Amico non sara' mai processato per quell' episodio, il 27 giugno ' 89 muore sotto i colpi dei sicari assieme al figlio ventenne Antonio. E poco dopo, il 21 settembre, il corpo carbonizzato di Antonino Romeo, uomo di fiducia dei Miriadi, viene trovato a Triuggio in una Mercedes intestata all' impresa. Non passano tre mesi ed arriva un nuovo morto. A Saline Joniche, il cugino Antonino, viene trovato morto nella sua casa, omicidio o suicidio? Quindi, nuovo delitto a Vimercate, il 4 maggio ' 90: Assunto Miriadi, fratello di Antonio, viene falciato a colpi di Kalashnikov; e Giovanni Tripodi, il cugino guardaspalle è steso prima che possa estrarre la pistola.
L’unico figlio in libertà, del vecchio patriarca della ‘ndrangheta, che viaggia per i novant’anni, come si diceva, era Carmelo Iamonte, che aveva espiato la sua ultima condanna, proprio l’anno scorso. Ma il 18 luglio 2014, sono scattate le manette, intorno ai polsi del presunto boss. Il Gip Cinzia Barillà, (p.m. è Antonio De Bernardo) che si muove sotto le direttive del procuratore capo della Repubblica, Federico Cafiero De Raho, ha provato ad interrogarlo, ma l’indagato, difeso dagli avvocati Maurizio Punturieri e Umberto Abate, si è avvalso della facoltà di non rispondere. Ha respinto ogni addebito Giampaolo Chilà, difeso dall’avvocato Nuccio Alati, l’altro fermato dai Carabinieri della locale stazione, coordinati dal capitano Gennaro Cascone, comandante della Compagnia dei Carabinieri di Melito Porto Salvo. Domani il Gip scioglierà la riserva. L’arresto di Carmelo Iamonte è stato un vero e proprio giallo. Circolava la voce, ma non vi erano conferme ufficiali. Poi la montagna ha partorito il topolino. Un quotidiano cartaceo, ha “bruciato” la notizia, facendola trapelare tra le righe di un articolo interlocutorio. A Melito, per due giorni i giornali sono andati a ruba, anche quelli che non riportavano la notizia; ed anche nel terzo giorno. Alle 8,30, non si trovava più una copia, da vendere a peso d’oro. Sebbene la notizia, fosse ammantata da un alone d’incertezza e di mistero. Qualcheduno bara, ma non è questa la sede per discutere di queste cose. Dagli Anni Sessanta in poi Natale Iamonte ed i suoi figli e nipoti, la così detta ‘quarta generazione’, alternandosi, sono stati sempre e comunque alla ribalta della cronaca nera. Radio, televisione, giornali, riviste, agenzie di stampa e giornali on line, si sono interessati delle loro vicende giudiziarie. Di riflesso, la loro popolarità è salita alle stelle. I pentiti, ma anche Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza e la Commissione Parlamentare Antimafia, presieduta in questa fase dall’on. Rosy Bindi, hanno detto in tutte le salse, che a ‘comandare’ nel comprensorio melitese, sia il clan degli Iamonte e ‘satelliti’ vari. La società ha dimostrato pure, una "elevata” capacità di infiltrazione nella pubblica amministrazione. Il Comune di Melito è stato sciolto per quattro volte (di cui una è stata insabbiata) per infiltrazioni mafiose. Record nazionale, condiviso con Taurianova e Roccaforte del Greco. Nell’ultima operazione della DDA, sono rimasti invischiati pure i sindaci: uscente e subentrante, Iaria e Costantino. I rapporti informativi e le carte processuali dicono pure, che la mafia da queste parti, sia ben radicata nel costume. E, non ci sono solamente gli Iamonte. A Bova Marina, sono presenti i Vadalà-Scriva ed i Talia; a Bova e Condofuri i Rodà-Casile e le altre famiglie collegate con l’operazione ‘Parola d’onore e Konta Korion’; a San Lorenzo, i Paviglianiti, che hanno preso il posto dei Passaniti-Candito, Stilo e Gagliardi; a Roccaforte e Roghudi i Verno-Pangallo-Maesano-Favasuli-Stelitano e gli Zavettieri; a Palizzi i Maisano; a Montebello Jonico gli Evoli-Stellittano-Pansera; a Motta, Pellaro e Lazzaro, i Barreca, Chilà, Franco, Ambrogio e così via. Collegati con le famiglie di Africo, San Luca e Platì, con quelle di Reggio Calabria e della sterminata Piana di Gioia Tauro.
Domenico Salvatore
Su Carmelo Iamonte pesano la dichiarazioni del collaboratore di giustizia, Giuseppe Ambrogio. Per lui l'accusa è di associazione per delinquere di stampo mafioso, reato che lo aveva già visto finire nel mirino degli inquirenti all'epoca dell'operazione "Rose Rosse" e in "Ramo Spezzato".
IL PRESUNTO BOSS DELLA ‘NDRANGHETA CARMELO IAMONTE, SI AVVALE DELLA FACOLTÁ DI NON RISPONDERE DI FRONTE AL GIP DISTRETTUALE CINZIA BARILLÁDomenico Salvatore
Gli Iamonte di Melito Porto Salvo, sono un casato antico, all’interno del gotha mafioso calabrese, che affonda nel tempo. Dalla vecchia mafia rurale e giardinara per intenderci. Poi, venne la seconda generazione. Quella di “don Natale” e dei suoi stretti parenti ed ‘amici degli amici’, arricchitisi con i miliardi del vecchio conio delle fabbriche fantasma della vicina Saline Joniche, agro di Montebello Jonico: Liquichimica Biosintesi spa con annesso ‘porto delle nebbie’ e Officina Grandi Riparazioni delle Ferrovie dello Stato. Miliardi per la costruzione del monumento allo spreco. Pardon di ‘archeologia industriale moderna’. Due colossi dai piedi di argilla, che non aprirono mai i battenti; ma le maestranze, gli operai in carica sono andati in pensione, grazie agli oneri fiscali, comunque versati; senza aver lavorato mai, nemmeno per un giorno; dopo circa 25 anni di Cassa Integrazione. Qualcheduno, almeno sulla carta, faceva il doppio lavoro ed univa l’utile al dilettevole. Le fabbriche eredità del famigerato “Pacchetto Colombo”, vendute e rivendute, passarono di mano in mano. Le proprietà della marchesina Di Prisco del ramo nobiliare dei Piromallo Capece Piscitelli, baroni di Fossato, conti di Montebello, marchesi di Saline e duchi di Capracotta, furono espropriate, con il danno e la beffa pure di un sequestro di persona, il figlio della duchessa, Giuseppe Di Prisco, restituito dopo il pagamento del riscatto. Espiantate tutte la coltivazioni di bergamotto e gelsomino, colonne portanti dell’economia locale. Distrutti il teatro e la necropoli di origine greca e latina. Fallito, pure il progetto di un villaggio turistico, “spostato” altrove, sequestrato e confiscato. In campo, un altro progetto per la costruzione di un’ennesima fabbrica, ma quando maiiiiii!!! Anzi “Centrale a carbone” con annesso porto, ancora? E vedremo come andrà a finire. Ci sono in giro ancora, gonzi, allocchi e creduloni che abboccano all’amo. Tutto questo mentre la disoccupazione ha superato lo zoccolo duro del 50%. Il porto, serviva però per gli sbarchi clandestini e per il traffico di droga ed armi sul triangolo Iamonte-De Stefano-Santapaola, fiduciario del potente e ricco clan dei Corleonesi retta e diretta prima da Luciano Liggio e poi alternativamente da Totò Riina inteso ‘Totò ‘U Curtu’ e da Zu’ Binnu Provenzano, capo dei capi della Cupola palermitana...C’era pure la ‘famiglia’ dei Tegano che secondo i pentiti trafficava in eroina e haschisc. Con la copertura del distributore di benzina, l’impianto di calcestruzzo e la macelleria, a cui le forze di polizia coordinate dalla magistratura, non hanno mai creduto. Sebbene avessero un introito, tutt’altro che disprezzabile. Anche perché, come hanno dimostrato le ben numerose operazioni della DDA, dirette ed indirette il clan degli Iamonte, aveva ed ha le mani in pasta in diversi settori. Compresa la filiera del cemento, della carne, della spazzatura, appalti e sub-appalti e tutto il resto. Ras indiscusso è don Natale Iamonte, più volte condannato per associazione a delinquere di stampo mafioso e tutta una serie di delitti e reati connessi.
L’unico figlio in libertà, del vecchio patriarca della ‘ndrangheta, che viaggia per i novant’anni, come si diceva, era Carmelo Iamonte, che aveva espiato la sua ultima condanna, proprio l’anno scorso. Ma il 18 luglio 2014, sono scattate le manette, intorno ai polsi del presunto boss. Il Gip Cinzia Barillà, (p.m. è Antonio De Bernardo) che si muove sotto le direttive del procuratore capo della Repubblica, Federico Cafiero De Raho, ha provato ad interrogarlo, ma l’indagato, difeso dagli avvocati Maurizio Punturieri e Umberto Abate, si è avvalso della facoltà di non rispondere. Ha respinto ogni addebito Giampaolo Chilà, difeso dall’avvocato Nuccio Alati, l’altro fermato dai Carabinieri della locale stazione, coordinati dal capitano Gennaro Cascone, comandante della Compagnia dei Carabinieri di Melito Porto Salvo. Domani il Gip scioglierà la riserva. L’arresto di Carmelo Iamonte è stato un vero e proprio giallo. Circolava la voce, ma non vi erano conferme ufficiali. Poi la montagna ha partorito il topolino. Un quotidiano cartaceo, ha “bruciato” la notizia, facendola trapelare tra le righe di un articolo interlocutorio. A Melito, per due giorni i giornali sono andati a ruba, anche quelli che non riportavano la notizia; ed anche nel terzo giorno. Alle 8,30, non si trovava più una copia, da vendere a peso d’oro. Sebbene la notizia, fosse ammantata da un alone d’incertezza e di mistero. Qualcheduno bara, ma non è questa la sede per discutere di queste cose. Dagli Anni Sessanta in poi Natale Iamonte ed i suoi figli e nipoti, la così detta ‘quarta generazione’, alternandosi, sono stati sempre e comunque alla ribalta della cronaca nera. Radio, televisione, giornali, riviste, agenzie di stampa e giornali on line, si sono interessati delle loro vicende giudiziarie. Di riflesso, la loro popolarità è salita alle stelle. I pentiti, ma anche Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza e la Commissione Parlamentare Antimafia, presieduta in questa fase dall’on. Rosy Bindi, hanno detto in tutte le salse, che a ‘comandare’ nel comprensorio melitese, sia il clan degli Iamonte e ‘satelliti’ vari. La società ha dimostrato pure, una "elevata” capacità di infiltrazione nella pubblica amministrazione. Il Comune di Melito è stato sciolto per quattro volte (di cui una è stata insabbiata) per infiltrazioni mafiose. Record nazionale, condiviso con Taurianova e Roccaforte del Greco. Nell’ultima operazione della DDA, sono rimasti invischiati pure i sindaci: uscente e subentrante, Iaria e Costantino. I rapporti informativi e le carte processuali dicono pure, che la mafia da queste parti, sia ben radicata nel costume. E, non ci sono solamente gli Iamonte. A Bova Marina, sono presenti i Vadalà-Scriva ed i Talia; a Bova e Condofuri i Rodà-Casile e le altre famiglie collegate con l’operazione ‘Parola d’onore e Konta Korion’; a San Lorenzo, i Paviglianiti, che hanno preso il posto dei Passaniti-Candito, Stilo e Gagliardi; a Roccaforte e Roghudi i Verno-Pangallo-Maesano-Favasuli-Stelitano e gli Zavettieri; a Palizzi i Maisano; a Montebello Jonico gli Evoli-Stellittano-Pansera; a Motta, Pellaro e Lazzaro, i Barreca, Chilà, Franco, Ambrogio e così via. Collegati con le famiglie di Africo, San Luca e Platì, con quelle di Reggio Calabria e della sterminata Piana di Gioia Tauro.
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