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Scuola e Beni culturali. Riprendiamoci l'idea di Gentile e Bottai per una nuova umanizzazione dei saperi linguistici in una società smarrita - di Pierfranco Bruni

Scuola e Beni culturali. Riprendiamoci l’idea di Gentile e Bottai per una nuova umanizzazione dei saperi linguistici in una società smarrita

 

di Pierfranco Bruni

 

 

 

 

 

      Cosa sono i beni culturali e cosa rappresentano in una Nazione come l’Italia? C’era una volta una linea che andava da Giovanni Gentile a Giuseppe Bottai. La cultura passava attraverso la griglia dei processi educativi e la scuola non era soltanto dialettica dell’informazione, ma costituiva l’umanesimo di una civiltà. Il patrimonio storico e identitario di una Nazione è nella sua “materialità” dei beni ma anche nella sua “immaterialità”.

Il dibattito si apre a ventaglio: dalle lingue ai fenomeni antropologici, dalle archeologie alla musica dal vivo.  C’è, comunque, una visione particolare tra la cultura di un popolo, ovvero i beni culturali, e le radici etniche. Le eredità storiche sono modelli di conoscenza ma anche elementi formativi.

Beni culturali e minoranze linguistiche (etnico - storiche - antropologiche - archeologiche) è un rapporto che si manifesta attraverso elementi e modelli che vivono sul territorio. Il territorio è una espressione emblematica che è a sua volta espressione di conoscenza e di consapevolezza storica.

Il fattore didattico chiama in causa una questione pedadogica e storica. E nel caso delle minoranze etnico - linguistiche occorre principalmente un raccordo che invita a leggere queste comunità non solo in un contesto folcloristico e antropologico ma anche profondamente articolato su questioni di "rappresentanza" storica le cui identità sono anche dati materiali. I beni culturali come testimonianza materiale e immateriale.

Siamo in una società smarrita e in una Nazione che ha dimenticato radici e storia, identità e processi culturali. Dare il senso ad una memoria storica significa dare il senso agli orizzonti delle eredità di un popolo.

      Nelle realtà minoritarie si coniugano grazie a dei processi che sono dentro l'invito alla conoscenza del territorio. La storia delle minoranze etnico – linguistiche  è una storia che ha vissuto stagioni di grandi conflittualità e di confronti sul piano storico, ma anche di importanti fasi in cui il senso dell'identità viene ad essere assorbito come modello di ereditarismo  nella consapevolezza anche di una nobiltà e dignità culturale.

La cultura popolare e i codici dell’appartenenza (anche attraverso una analisi archeologica e antropologica delle presenze documentarie che incidono sul territori) costituiscono modelli fondamentali tra formazione e cultura.  

      Gli archetipi, che sono il vissuto ma anche la presenza delle etnie, si lasciano ascoltare come modello identitario in una dimensione nazionale. Proprio in virtù di cio stabilire un raccordo tra i processi educativi e i beni culturali presenti tra queste comunità costituisce una chiave di lettura fondamentale per capire di più la cultura dell'appartenenza.

Identità, eredità e appartenenza sono i veri “codici” che Gentile e Bottai hanno trasmesso ed hanno tramandato nei passaggi di crisi per focalizzare l’attenzione sulla persona e sui popoli.

I beni culturali sono la memoria di un popolo e l'espressione di una civiltà ma sono anche la capacità di una progettualità che va inserita in un percorso di metodologie pedagogiche. Le identità sono appartenenza. La pedagogia dei beni culturali è una traduzione di storia che deve inevitabilmente passare attraverso i codici di una realtà che è valore educativo. La pedagogia del tempo nella storia attraverso le radici di una civiltà che è testimonianza di identità, ovvero Gentile che incontra Bottai. 

Le culture di minoranza etnico – linguistica hanno un patrimonio identitario non solo ricco di storia. All’interno della loro storia ci sono espressioni di civiltà che tracciano un percorso esistenziale all’interno di un paesaggio che è soprattutto valoriale e simbolico. Valori e simboli costituiscono un raccordo fondamentale che vive nell’humus di una appartenenza che richiama codici (e si richiama a) che sono la testimonianza di profondi radicamenti.

      La presenza cosiddetta minoritaria (di culture minoritarie) nei nostri contesti territoriali rappresenta una di quelle ricchezze fondamentali che già di per sé va letta come un bene culturale ma non depositato e abbandonato nei registri della storia o addirittura “musealizzato” in quanto è la cerniera tra le identità che hanno definito un contesto territoriale e culturale e le valenze esistenziali, antropologiche e religiose che hanno attraverso geografie e quei processi vitali che hanno permesso di caratterizzare il tempo e la fisionomia di un territorio.

      Ma è pur vero che il territorio è sempre l’esperienza e il documento di una realtà che è stata ma che continua ad essere grazie ad una archeologia del sapere che non dimentica l’archeologia dell’anima. Le civiltà moderne sono intrecciate, nella loro struttura, nell’archeologia del sentire che lega il sapere e l’anima.

Un “territorio”, come direbbe Maria Zambrano, che è e resta metafisico oltre i modelli della “prassi”  nella Ragione della geopolitica. La cultura dell’umanesimo non è nel conflitto tra scienza e humanitas, come epoche fa si affermava, ma rientra in un nuovo processo in cui i sapere sono realtà multidisciplinari. La linea a cui si faceva riferimento poneva la scuola come centro della formazione della persona e la cultura come riferimento di una civiltà delle Nazioni.

Forse sarebbe opportuno  rileggere sia Gentile che “Primato” di Bottai. D’altronde sia la Riforma Gentile per la scuola che le Leggi sulla tutela dei beni culturali sono espressioni di saggezza e di sapienza. Soprattutto oggi potrebbero essere punto di riferimento.

 

 

 




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Luigi Palamara
Giornalista, Direttore Editoriale e Fondatore di MNews.IT
Cell.: +39 338 10 30 287
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