Due studi russi e triestini pongono Calabria e Sicilia e area dello Stretto in particolare, all’apice della rischiosità sismica entro il breve periodo.
La sismicità frequente di queste ultime settimane, cadenzata dalle notizie in tempo reale che ognuno può ricevere anche sul cellulare, innesca i discorsi relativi all’Area dello Stretto rimbalzati un paio di stagioni fa da Trieste e Kiev. Prima che le cronache raccontassero i due forti terremoti da 5.4 e 6.0 Richter che hanno colpito l’Emilia Romagna nel 2012, erano rimbalzati alle cronache gli studi condotti dal pluripremiato Professor Giuliano Panza dell’Università di Trieste e dal collega Vladimir Kossobokov dell’ateneo di Kiev, a capo di un equipe accademica russa che si occupa di osservazione e analisi dei grandi terremoti su scala mondiale, analizzando quelli di magnitudo molto alta. Entrambi i gruppi di lavoro, quello e triestino e quello russo, hanno usano il criterio di valutazione deterministica dei terremoti, al contrario di quello definito invece probabilistico, attualmente utilizzato in Italia per definire le mappe di pericolosità sismica. Secondo i sismologi autori di questo studio, il metodo probabilistico italiano, seppur con aspetti positivi, ha come limite principale l’essere una mera analisi statistica dei dati storici del territorio, restituendo un quadro così incompleto della situazione.
Circa le preoccupazioni riguardanti l’Italia Meridionale, i due algoritmi proposti dall’ateneo triestino, che contrariamente all’Accademia Russa delle Scienze si occupa soltanto dei terremoti nazionali, coincidono in un aspetto con l’algoritmo russo. All’inizio di gennaio 2012, secondo le stime dei processi numerici finiti elaborati con uno dei due algoritmi sviluppati a Trieste, rispetto ai dati immessi sui terremoti verificatisi nelle tre aree italiane considerate, era molto probabile che si verificasse un sisma grave nell’Italia Settentrionale (in particolare in Emilia) entro settembre di quell’anno, come poi è successo. L’ultimo sisma potente nella zona risaliva al 1570, è bene ricordarlo. All’inizio di marzo 2012 ambedue gli algoritmi triestini hanno poi avuto risultanze tali da determinare un allerta anche per l’Italia Meridionale, per un sisma ancora più violento, stimato da verificarsi entro un paio d’anni.
Saremmo quindi nel pieno dell’ipotetico periodo individuato. Contemporaneamente, gli studiosi russi hanno allertato, per un sisma ancora più potente, la Calabria Meridionale e la Sicilia Orientale, Stretto di Messina in particolare. Considerando lo studio russo, sono state dunque addirittura tre elaborazioni di dati a confermare la consistente ipotesi di terremoti potenti al Sud Italia e in particolare, nei comprensori di Reggio Calabria e Messina. Purtroppo gli studi triestini hanno poi trovato conferma nei due intensi e ravvicinati sismi dell’area emiliana. I due atenei, da molti mesi verificano periodicamente i risultati degli algoritmi che stimano la possibilità di un potente terremoto nel Sud Italia e nell’area estesa dello Stretto, individuando (secondo i triestini) un potenziale minimo di magnitudo di 5.6 gradi Richter, mentre per il Nord Italia era stato definito come base un 5.4, dato coincidente al primo sisma e poi superato nella seconda scossa del terremoto modenese. Questi algoritmi, c’è da dirlo, hanno sinora registrato un tasso di attendibilità del 70%. Una buona percentuale quindi , che risulta ovviamente inquietante. Occorre ricordare inoltre, che la storia sismica italiana quota la Calabria come una zona ancora più rischiosa della Sicilia stessa, la quale registra un picco di pericolosità estrema nella zona del messinese. Da precisare, che il più potente terremoto di cui si abbia contezza in Sicilia, è stato quello verificatosi nel 1696 nella Piana di Catania, di magnitudo stimata pari a circa 7.4 gradi Richter.
Quanto alla verifica di questi studi, gli scienziati russi ripetono le loro analisi ogni sei mesi, mentre a Trieste i dati sono rielaborati ogni 60 giorni. Secondo queste analisi, un abitante dell’area dello Stretto rischia mediamente 100 volte di più di un cittadino giapponese il patimento di un grave terremoto. La violenza dell’evento che entro un paio di anni a partire dal 2012 potrebbe, secondo i calcoli, colpire l’area dello Stretto, si estende fino ad un pericoloso dato di magnitudo di oltre 7.5gradi Richter, che, se si generasse, sarebbe certamente devastante negli effetti sul costruito. Il tutto ovviamente, in via ipotetica. Rispetto a questa possibilità che gli studiosi italiani agli ordini del Professor Panza e di quelli russi coordinati dal professor Kossobokov rilanciano, la Commissione Grandi Rischi del Dipartimento della Protezione Civile è stata immediatamente informata, ma non ha considerato come già sufficientemente provati i criteri utilizzati dall’ateneo triestino e da quello russo. La convalida di questi metodi paradossalmente però, avviene solo con il verificarsi del terremoto stesso: questa filosofia scientifica proposta quindi, si può sposare oppure no. In Italia le mappe sismiche sono state aggiornate efficacemente solo negli ultimi anni e spesso ciò è avvenuto soltanto dopo un potente terremoto. Per dare l’idea della sottovalutazione del rischio sismico che ancora esiste, basti pensare che nel 1998, il Prof. Martelli aveva avviato un corso di Costruzioni in Zona Sismica alla Facoltà di Architettura di Ferrara, considerata la migliore in Italia. Recependo però i tagli ministeriali previsti al tempo, nel 2011 fu chiuso quel Corso di Laurea per ”mancanza di interesse territoriale” dell’applicazione degli studi sismici. Il terremoto violento di qualche mese dopo, purtroppo li smentì amaramente.









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