Nella crisi delle democrazie occidentali.
In uno Stato democratico la filosofia della politica deve poter garantire una economia dello sviluppo
di Micol Bruni
In uno Stato in cui domina il concetto di crisi della politica i sistemi della politica diventa di una perfetta debolezza. Sarebbe facile sostenere, e condividere anche la vulgata sulla questione, che la crisi della politica è dovuta al vuoto di una politica che non è più “ragionata”. Le motivazioni sarebbero tante: economico, antropologico, generazionale. Ma in ogni contesto ci sono state stagioni in cui si è posto il problema.
Non credo, comunque, che la crisi della politica sia dovuta alla politica in sé quanto piuttosto ad una carenza filosofica di una politica pensata non solo attraverso i ragionamenti, ma per sfilacciamenti di ordine prettamente identitario.
Cosa voglio dire? La politica è l’espressione di una identità di una Nazione, ma anche l’espressione di una classe dirigente. Parimenti è la politica che crea una Nazione con una sua precisa caratteristica identitaria.
Qual è l’identità della politica? Due sono i presupposti che potrebbero avviarci verso un’idea di politica pensata. La filosofia del diritto alla politica e la politica come metafisica di una antropologia culturale diventa un percorso necessario. Proprio con la caduta delle ideologie o se si vuole con lo sconfinamento delle ideologie, in una visione prettamente economica, sono venuti meno alcuni presupposti filosofici.
È inscindibile il binomio filosofia – politica. Questo lo si constata sia negli Stati democratici sia negli Stati autoritari. Lucio Colletti ci ha lasciato un’eredità ancora non risolta. Il tramonto delle ideologie non ha portato né ad una rivoluzione conservatrice né a un riformismo di stampo socialista moderno e tanto meno ad un liberalismo in cui i mercati potrebbero essere controllati.
La politica ormai vive un processo completamente divergente rispetto all’economia e forse anche si lega ad una articolazione di prospettive che vanno oltre la stessa politica pensata in termini filosofici. Si è verificato un vero e proprio cortocircuito tra la politica e l’economia. Ma bisognava aspettarselo. Le epoche viaggiano sull’onda delle oscillazioni della finanza.
Il Rinascimento era stato ben preannunciato da Machiavelli, il quale non fa altro che tentare di “spiegare” che, con “Il Principe”, si entra in un’epoca non solo che detta le voci alla modernità, ma stabilisce un nuovo rapporto tra l’affermazione dei processi economici che devono essere guidati dalla politica.
Da Machiavelli in poi la politica non sarà più la stessa. Si supera la centralità del concetto di persona e si stabilisce un legame tra il soggetto politico e la politica come strumento del governare. Un concetto che verrà ripreso, nonostante le difficoltà anche di ordine filosofico, nel corso degli anni che stabiliranno le fasi risorgimentali.
Lo stesso Risorgimento si baserà su una identità politica a due “velocità”: quella filosofica e quella economica. L’Unità d’Italia è il capovolgimento di una prassi della politica anche se il Regno di Napoli è la testimonianza documentata di una politica che ha perso il suo pensiero filosofico perché ha preso il sopravvento l’economia della politica, e Machiavelli trova la sua nicchia in una soffitta della storia.
La politica riconquista la sua funzione filosofica dopo Mazzini e si innerva tra le maglie di una strategia gentiliana di Stato tra post etico e Stato della ragione. D’altronde, il primo Benito Mussolini non perderà mai il contatto con i principii filosofici machiavelliani.
Si è più volte discusso su una frase che è quella che dice che il fine giustifica i mezzi. Certo non è di Machiavelli. Non è attribuibile in nessun modo al segretario fiorentino. Non ci sono dubbi. Ma tutta la visione filosofica e “storicista” del Machiavelli teorico di una politica moderna si incentra su tre vocaboli: l’obiettivo, i mezzi, il raggiungimento.
Negli ultimi trent’anni, e soprattutto nel ventennio che ci lasciamo alle spalle, non è il Machiavelli degli obiettivi, dei mezzi e del raggiungimento degli obiettivi a dominare lo scenario? Ma se tutto ciò non viene applicato ad una politica pensata, ovvero ad una filosofia della politica, la visione della contestualizzazione storica assume lacerazioni sociali ed economiche.
Dunque. Non credo che si debba parlare di una crisi della politica. Alexis de Tocqueville sosteneva: “Ogni generazione che si forma nel loro seno è come un popolo nuovo” . Forse è giunto il tempo di credere a un “popolo nuovo”. Ad un popolo che abbia come principio il concetto di libertà che sia, comunque, legato alla virtù e questa ai cittadini (Rousseau).
Una politica senza la cittadinanza dell’etica non costruisce una filosofia sull’economia di uno Stato. Questo resta il punto centrale. Nelle democrazie occidentali la politica dovrebbe essere garante del rapporto tra struttura delle Istituzioni e nuove economie di sviluppo.
Giornalista, Direttore Editoriale e Fondatore di MNews.IT
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