Inizia la scuola. Si riaprono portoni e cancelli ed ogni anno – e questo non fa eccezione - si riavvia il circo della vita educativa sui
banchi, condita da tanti propositi, infarcita di tante speranze che hanno il volto e l’ingenuità delle paure puerili dei fanciulli al primo
giorno da novellini, a quello dell’ostentata sicurezza di quelli dei più compassati disinvolti “abitudinari” delle aule. Ma, in fondo, le
ansie e le aspettative di ciascuno altro non sono se non un almanacco che si ripete con la medesima frequenza.
C’è un malessere però, che specie negli ultimi anni, sembra aver attecchito con particolare pervicacia e che insiste, strisciante quanto irrefutabile, come fenomeno degenerativo in ascesa negli ambienti scolastici. Tale è il bullismo. Il Treccani – in proposito - così si esprime definendolo: “Comportamento da bullo; spavalderia arrogante e sfrontata. In particolare, atteggiamento di sopraffazione sui più deboli, con riferimento a violenze fisiche e psicologiche attuate specialmente in ambienti scolastici o giovanili.” Ma dare una definizione asettica però per spiegare questa fenomenologia del disagio sembra un po’ riduttivo. Si sgombri subito il campo: qui non si hanno da reclamare pretese sociologiche o psicoterapeutiche che enucleino il problema. Ad altri, all’uopo preposti, il compito. Ciò che interessa è illuminare il fenomeno, nel senso di sottolinearne l’esistenza per consentirne una migliore comprensione, facilitarne il contenimento e la deterrenza per favorirne la bonifica. E quindi, par meglio scriverne per tenere alta l’attenzione. Già perché, troppo spesso queste negative manifestazioni comportamentali vengono tendenziosamente dissimulate e dequalificate al grado di “ragazzate”. Ovviamente al contrario, non è così. Né deve esserlo. Non si deve sottovalutare la questione, né abbassare la guardia. Né tentare di suscitare sentimenti astrusi di autoassoluzione inammissibili che scadano in un becero parossismo ideologico.
Il problema è serio ed occorre interrogarsi profondamente sulle cause di un disagio che si manifesta, per la maggiore, in ambienti scolastici affondando vieppiù le radici in humus extrascolastici. Alcuni dati accertati al 2011, fonte West su elaborazioni Istat e Dipartimento per la Giustizia Minorile documentano che “gli autori di reato presi in carico dagli Uffici di servizio sociale per i minorenni del nostro Paese sono stati oltre 20mila. Nell’83,8% dei casi si tratta di italiani e nel 90% di maschi. Per quanto riguarda l’età, più della metà di loro ha 16-17 anni (51,8%) e il 27,2% tra 18 e 21 anni (questi ragazzi sono maggiorenni, in quanto hanno commesso l’illecito prima di avere raggiunto la maggiore età e rimangono in carico ai servizi minorili fino a 21 anni). Mentre, il 20,6% ha 14-15 anni.”
Da questa prima analisi emerge che “sono aumentati gli ingressi in Comunità. Per un totale, a fine 2011, di 915 minori presenti. Dato triplicato negli ultimi 10 anni.” Beninteso che qui si parla dei dati in chiaro, non essendo disponibili né stimabili - se non per approssimazione e per difetto - quelli relativi alle non denunce che sono, in fondo, delle rinunce. Allora, agli auguri rituali che si avvertono piovere come liturgia pispillòria sulle teste degli studenti, piccoli e grandi, di ogni ordine e grado, da ciascun rappresentante istituzionale che ne senta la necessità per i doveri dell’ufficio che personifica, ma anche da chi, tertium non datur, ravvisa indosso il giogo pesante d’una qualche responsabilità sociale, sarebbe, molto ma molto più auspicabile, cercare di formare, ex ante, specie nell’habitat familiare, le coscienze di queste giovani vite in via di maturazione, duttile argilla da plasmare, per soffocare “in culla” i sintomi di un male strisciante che si abbatte sempre contro soggetti sensibili, la cui unica colpa è la non par condicio, quindi, la mancanza di conformazione ad atteggiamenti deviati e predominanti spesso figli essi stessi di una latenza se non addirittura di una vera e propria carenza affettiva ed educativa.
Dunque la scuola, formidabile industria culturale unico tramite ad offrire le chiavi indispensabili della conoscenza dottrinale, non solo esegetico-culturale, deve fornire, unitamente alle altre agenzie educative - oltre all’argine ed al contrasto di tale triste ripetitivo fenomeno - anche l’habitus vivendi alle nuove generazioni affinché possano predisporre col giusto anticipo quel miglioramento progressivo in equità e giustizia sociale di cui la società nel suo insieme eterogeneo, senza distinzione di ceto e classe, ha estremamente bisogno per non rischiare la piaga del culto del cannibalismo dell’individuo. Giuseppe Campisi
C’è un malessere però, che specie negli ultimi anni, sembra aver attecchito con particolare pervicacia e che insiste, strisciante quanto irrefutabile, come fenomeno degenerativo in ascesa negli ambienti scolastici. Tale è il bullismo. Il Treccani – in proposito - così si esprime definendolo: “Comportamento da bullo; spavalderia arrogante e sfrontata. In particolare, atteggiamento di sopraffazione sui più deboli, con riferimento a violenze fisiche e psicologiche attuate specialmente in ambienti scolastici o giovanili.” Ma dare una definizione asettica però per spiegare questa fenomenologia del disagio sembra un po’ riduttivo. Si sgombri subito il campo: qui non si hanno da reclamare pretese sociologiche o psicoterapeutiche che enucleino il problema. Ad altri, all’uopo preposti, il compito. Ciò che interessa è illuminare il fenomeno, nel senso di sottolinearne l’esistenza per consentirne una migliore comprensione, facilitarne il contenimento e la deterrenza per favorirne la bonifica. E quindi, par meglio scriverne per tenere alta l’attenzione. Già perché, troppo spesso queste negative manifestazioni comportamentali vengono tendenziosamente dissimulate e dequalificate al grado di “ragazzate”. Ovviamente al contrario, non è così. Né deve esserlo. Non si deve sottovalutare la questione, né abbassare la guardia. Né tentare di suscitare sentimenti astrusi di autoassoluzione inammissibili che scadano in un becero parossismo ideologico.
Il problema è serio ed occorre interrogarsi profondamente sulle cause di un disagio che si manifesta, per la maggiore, in ambienti scolastici affondando vieppiù le radici in humus extrascolastici. Alcuni dati accertati al 2011, fonte West su elaborazioni Istat e Dipartimento per la Giustizia Minorile documentano che “gli autori di reato presi in carico dagli Uffici di servizio sociale per i minorenni del nostro Paese sono stati oltre 20mila. Nell’83,8% dei casi si tratta di italiani e nel 90% di maschi. Per quanto riguarda l’età, più della metà di loro ha 16-17 anni (51,8%) e il 27,2% tra 18 e 21 anni (questi ragazzi sono maggiorenni, in quanto hanno commesso l’illecito prima di avere raggiunto la maggiore età e rimangono in carico ai servizi minorili fino a 21 anni). Mentre, il 20,6% ha 14-15 anni.”
Da questa prima analisi emerge che “sono aumentati gli ingressi in Comunità. Per un totale, a fine 2011, di 915 minori presenti. Dato triplicato negli ultimi 10 anni.” Beninteso che qui si parla dei dati in chiaro, non essendo disponibili né stimabili - se non per approssimazione e per difetto - quelli relativi alle non denunce che sono, in fondo, delle rinunce. Allora, agli auguri rituali che si avvertono piovere come liturgia pispillòria sulle teste degli studenti, piccoli e grandi, di ogni ordine e grado, da ciascun rappresentante istituzionale che ne senta la necessità per i doveri dell’ufficio che personifica, ma anche da chi, tertium non datur, ravvisa indosso il giogo pesante d’una qualche responsabilità sociale, sarebbe, molto ma molto più auspicabile, cercare di formare, ex ante, specie nell’habitat familiare, le coscienze di queste giovani vite in via di maturazione, duttile argilla da plasmare, per soffocare “in culla” i sintomi di un male strisciante che si abbatte sempre contro soggetti sensibili, la cui unica colpa è la non par condicio, quindi, la mancanza di conformazione ad atteggiamenti deviati e predominanti spesso figli essi stessi di una latenza se non addirittura di una vera e propria carenza affettiva ed educativa.
Dunque la scuola, formidabile industria culturale unico tramite ad offrire le chiavi indispensabili della conoscenza dottrinale, non solo esegetico-culturale, deve fornire, unitamente alle altre agenzie educative - oltre all’argine ed al contrasto di tale triste ripetitivo fenomeno - anche l’habitus vivendi alle nuove generazioni affinché possano predisporre col giusto anticipo quel miglioramento progressivo in equità e giustizia sociale di cui la società nel suo insieme eterogeneo, senza distinzione di ceto e classe, ha estremamente bisogno per non rischiare la piaga del culto del cannibalismo dell’individuo. Giuseppe Campisi
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