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Dal suo Abruzzo D'Annunzio tra la luna e le tende verdognole
di Pierfranco Bruni
Le "tende verdognole" di Gabriele D'Annunzio sono un sostrato onirico. I colori sono fatti di musica e la musica è il trionfo della vita e della morte. Un'alchimia che si apre a ventaglio dentro la visione mediterranea di una letteratura che ha come riferimenti non solo la grecità, la grecità profonda, immensa, sommersa, ma il rapporto magico con le culture orientali di un'Albania che ha segnato la geografia dell'Adriatico, con le culture che hanno interpretato gli elementi sciamanici su una dimensione simbolica, che ha i suoi scavi in una mitologia ben definita.
Non c'è sola la Grecia in D'Annunzio. Non c'è solo la latinità. Il suo Abruzzo è l'incrocio di lingue e dialetti che definiscono una interpretazione dei linguaggi ma anche una lettura comparata della letteratura stessa. L'Abruzzo diventa un limite, un confine ma anche la particolarità di un orizzonte al di là del quale ci sono le terre e i mari.
Nella cultura della terra e nelle culture dei mari il poeta diventa "Vate". La profezia regge il viaggio indissolubile della poesia. È come se facesse suo il pensiero di Arthur Rimbaud che si legge ne "La Lettera del Veggente" del 1871: "Io dico che bisogna esser veggente, farsi veggente. Il Poeta si fa veggente attraverso un lungo, immenso, ragionato disordine di tutti i sensi".
D'Annunzio attraversa costantemente questo pensare. Lo fa anche ripercorrendo il suo rapporto con la musica. Penetrando il ritmo consegna la parola alla magia del suono. In ogni parola c'è il suono che diventa sensualità di tempo. Così in "Il trionfo della morte" dove "… dalle profondità sinfoniche le melodie emergevano…" o in "Il fuoco", nel quale i tocchi e la presenza di Wagner sono ben marcati e le sinfonie ci conducono alle sinfonie di Benedetto Marcello in una Venezia che ascolta la decadenza di un amore e di tante storie.
Ma il suo Abruzzo anche quando ha distanze antiche e lontane, perché è giusto che sia così, porta segni e la testimonianza più emblematica la si ascolta proprio in "Le novelle della Pescara" che risalgono al 1902. Perché queste novelle? D'Annunzio raccoglie diversi scritti: sono racconti e pagine appartenenti ad altri percorsi ma in questo libro trovano una articolata omogeneità.
La sua terra ha radici che si fanno destino e il suo mare è un naufragare e un albeggiare costante. Le radici sono la memoria e la memoria scava nel tempo che ha la sua profezia. Soltanto nella memoria la nostalgia ricama la magia che non è un dettato rituale in D'Annunzio, ma piuttosto simbolico. E di simboli il suo spazio letterario e la sua geografia fisica sono fatti.
Quelle "tende verdognole" rappresentano il paesaggio, non solo descrittivo ma metaforico, di una sua novella dal titolo "Agonia". Un punto chiave: "Nella stanza entravano la luce del pomeriggio e il fresco della marina, a traverso le tende verdognole". Si tratta già di una "costruzione" non solo letteraria ma esistenzialmente vivente. Così come in "Il cerusico di mare". Qui la lingua e il gioco linguistico hanno richiami arcaici e D'Annunzio intreccia il tutto in un dialogare immutabile sino a ripristinare il fascino di una magica rappresentazione estetica.
Si ascolta: "Cadeva la notte. Il mare nell'ombra pareva che urlasse più forte. Le onde luccicavano, passando nella luce gittata dal fanale di prua. La terra era lontana. I marinai stavano afferrati a una corda per resistere contro i marosi".
La luce resta un punto chiave. Ma la luce è la fiamma del fuoco. È la pioggia tra le foglie del pineto. È sconfiggere il trionfo della morte. È il recitare negli occhi di Eleonora Duse. È ritrovarsi nell'attraversamento dei silenzi per vivere il silenzio della parola nella maschera greca e nella danza dell'immobile tartaruga sul suo tavola a Gardone. La luce è la musica che accompagna lo sguardo di due occhi che si posano sulle distanze, mentre si vede uscire "la luna da una nuvola". Oppure si resta in attesa di una luna che illumina le rive con un mare steso in "una tranquillità lacustre".
Sono voci che giungono da distanze e il "profeta", il Vate, sa raccoglierle per una parola che ha l'eleganza "delle forme e dei colori". Il simbolo ha la sua frammentarietà nel gioco della bellezza. Ma se la magia che si porta dentro non ha il tocco della magia tutto resta invisibile, ma D'Annunzio rendeva invisibile, certamente, lo spazio delle emozioni e chiedeva al visibile di dare un senso tra il suo mistero e i suoi segreti.
Appunto nel "Libro segreto", postumo il testo, si può leggere: "Ora che so alfine qual sia l'essenza dell'arte, ora ch'io posseggo la compiuta maestria, ora che dopo cinquanta libri ho appreso come debba essere fatto il libro, ora non ho se non il vespro di domani per esprimermi intiero, non ho se non il vespro di domani per cantare il nuovo mio 'Canto novo', per illudermi d'esser lieto".
È una dichiarazione di poetica ma anche di vita. Nel segreto si consuma la frontiera tra il mistero e la magia. E tutto diventa quel "fare la propria vita come si fa un'opera d'arte".
Le tende verdognole si chiudono. Dalla finestra sul mare si odono soltanto le onde e lo sguardo resta non colto al di là o oltre. Ma oltre rimane il mistero e può essere letto soltanto dal poeta che fa veggente. Forse è qui il viaggio che continua. Forse è qui il viaggio che segna. Forse è qui il fine del viaggio. Forse è qui il viaggiatore che diventa viandante.
D'Annunzio con la sua sibilla ha cantato la profezia di una parola nella immortalità della profezia. Dal suo Abruzzo la terra e il mare si parlano. Continueranno a parlarsi come se tracciassero non solo luoghi, paesaggi, geografie ma esistenze. Tra queste esistenze il Vate, o il Profeta, ha colorato le musiche nel linguaggio sempre "sotto la luna.
"E allontanandosi le ciurme ripresero la canzone, sotto la luna".
È la chiusa de "Il cerusico di mare", l'ultima novella che cammina in quelle della Pescara. La luna. La luna resta il simbolo magico sugli spazi del guscio della tartaruga. Tredici spazi. Tredici lune. Per un D'Annunzio nella profezia. Per un D'Annunzio della profezia. Per un D'Annunzio che "amò, si perdette e morì amando" (Camilo Castelo Branco da "Amore di perdizione").
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