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Casini tenta lo sgambetto a Monti. E all'interno di Scelta Civica è bagarre

Pare che sia giunta l’ora del redde rationem per il gruppo dirigente di Scelta Civica al cui interno stanno via via emergendo tutte le contraddizioni e le verità controverse di una coalizione mai veramente nata. Semmai, affastellata in una amalgama di nomi di spicco e retrointeressi particolari, imperniata su un programma-dettato che puntava tutto (e forse troppo) sulla tanto famigerata agenda Monti che era parsa calamitare gli interessi dei neocentristi tutti impegnati a sostenerla per dare una base solida e favorire la neonata formazione con lo scopo di garantire un futuro politico – quantomeno lontano dall’estinzione - agli aderenti, calibrandola, almeno nelle intenzioni dei promotori, nel giusto mix di innovazione ed esperienza.

Ma svanito l’entusiasmo come un fuoco di paglia, ciò che è rimasto sono soltanto le ceneri di una formazione dissipata nei gangli delle strutture di governo, alle quali ci si è dovuti aggrappare per non perdere il treno della visibilità mediatica e per tentare di darsi un tono e pesarsi un po’ agli occhi di un deluso elettorato rimasto, non solo disorientato, ma con in mano una indesiderata medaglia di cartone. Ecco quindi che le varie “anime” – oramai libere da debiti di riconoscenza – prendono il volo e scorrazzano all’impazzata in cerca del nido sicuro in vista del prossimo ricollocamento elettorale. E quindi, passata la tempesta, alcuni mai davvero auto-deposti generali come Casini escono allo scoperto riprendendo vita politica e parola – pur avendo promesso l’eremitaggio – e iniziano, con la scusa di convegni e tavole rotonde, a sondare il terreno e magari a cercare di dettare nuovamente le regole per allargare gli orizzonti e provare l’ennesima piroetta che li possa condurre, nella scioltezza dei più consueti voli pindarici, ad una qualche santa alleanza anti-estinzione.

In barba alla fedeltà eterna promessa e pandemicamente dichiarata al professore bocconiano, rimasto gabbato nell’auge dei suoi tempi d’oro all’epoca (che pare oramai remotissima) della premiership del governo del salvataggio della patria, dove la sua figura di statista rappresentava (almeno allora) un’ambita scia a cui aggrapparsi per tentare la sperata ascesa sul carro del vincitore (che non vi fu) ed a cui un odierno ingrato quanto oblioso Casini con l’Udc fece voto pubblico di immolarsi interamente. Ma i governi passano e alleanze simili stagnate con la saliva si dissolvono come neve al sole essendo questi contratti evidentemente scritti sulla sabbia dell’arenile della smemoratezza. E, si sa, «à la guerre comme à la guerre». Allora, par bene capire quanto si sarà sentito davvero un sempliciotto il povero Monti nell’aver ardito il pensiero di aver depotenziato l’ambizione politica dei vari Casini, Olivero, Montezemolo & co. coinvolti nel progetto nobile della creazione di un nuovo soggetto istituzionale avente scopo sociale di rideterminare i concetti della vecchia politica politicante e di rapportarsi in maniera del tutto nuova con la gente. Operazione – peraltro, di alto cabotaggio - già di difficile attuazione e presa nei confronti dell’elettorato di riferimento a cui il più grosso debito si deve nella pessima comunicativa più spesso apparsa inconsistente se non addirittura evanescente.

Ora si tentano manovre e manovrine di approccio ed avvicinamento a 360°. Timide avances e raffinate strategie per destituire lo stesso Monti, per ridimensionarne peso e carisma, per collocarlo in quiescenza magari in un angolino poco illuminato del panorama politico affinché reciti la parte del buon padre nobile con la giusta rassegnazione e la non eccessiva molestia. Perché i tiratori di giacca sono una categoria mai in crisi, anche quando di giacchette da tirare non ce ne sono molte in giro. E chissà se il professore – seppur tardivamente - avrà imparato la lezione: i giusti alleati si devono saper scegliere, come si fa con i buoni amici e preferibilmente lontano dalle casacche…

 Giuseppe Campisi

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